Articolo di Marzia Picciano
Vorrei poter dire che gli ELEPHANT BRAIN hanno fatto un disco, per la precisione il loro terzo, sulla salute mentale perché è uscito precisamente il 10 ottobre, giornata mondiale della suddetta tematica, e invece no: ALMENO PER ORA è un disco che al massimo parla della salute mentale che abbiamo perso per consunzione nel nostro incespiscare in una dimensione a metà, dove quando bisogna scegliere tra pillola rossa o quella blu noi tergiversiamo nell’oniricità multipossibilista di una scena di per sé improbabile, eppure sempre prima di un precipizio.
Per dirla breve, e per farla ancora più mia: ALMENO PER ORA è un disco che mi parla molto nel momento in cui lo ascolto da una camera d’albergo a Republique, Parigi, dove tutto deve essere bellissimo, eppure mi sento perennemente a metà.
Sarà che gli Elephant Brain sono umbri, mi ricordano tanto i FASK (di cui hanno preso in prestito come produttore Jacopo Gigliotti, qui insieme alla registrazione di Marco Romanelli) e portano avanti quella bellissima tradizione di chitarre e disperazione trascinanti che, come sappiamo bene, attivano delle psicosi (sì, psicosi, proprio quelle) che spaventerebbero a morte le persone che ci amano, se approfondite. Tra midwest emo, post punk, brit pop e anche un pò di pianoforte (quello che apre Le Prime Luci) la band dipinge la fine di un’era e la tristezza che dà la coscienza di essere già in tempo per perdere la prossima guerra, un po’ come osservare il passaggio dei weekend in provincia.
Del resto, a me la domenica ha sempre messo grandissima tristezza, e mi sa pure agli Elephant Brain.
Alla fine è questo quello che fanno Vincenzo Garofalo, Andrea Mancini, Emilio Balducci, Roberto Duca e Giacomo Ricci. Si, l’elemento core è il tempo, ma non solo: ci parlano della condanna della dimensione del tempo, che è quanto di più spaventevole per noi, perché ci costringe a crescere e a stringere il novero delle probabilità di essere felici. È un rock “disperato” perchè è quel “genere nel periodo musicale in cui si trova”.
Ne abbiamo parlato direttamente, in una telefonica con Vincenzo qualche giorno dopo la mia suite parisienne, e in brevissimo mi ha spiegato come il loro terzo disco in realtà sia un grande atto di fiducia verso la vita e la musica, quando fatta insieme, perchè ci aiuta ad attraversare quelle sfumature di nero che dividono le epoche del nostro esistere.
Dice Vincenzo, che quello che c’è dietro Almeno Per Ora “sono le nostre corde personali e quello che viviamo. Non possiamo non parlare di altro se non di quello che la vita quotidiana ci sbatte in faccia e ci restituisce a qualsiasi passo facciamo. Abbiamo voluto solamente, e come sempre, parlare al momento. Credo siamo in grado solo di parlare di oggi, del 2025, di quello che ci succede. Non riusciamo ancora a parlare di cose future o di cose che vorremmo fare, o di storie che ci vengono raccontate, e quindi se si riuscirà nell’intento, anzi, saremo più che felici.”
Sono orgogliosi della musica che scrivono e fanno “in primis per noi, per un fatto personale, e per voler anche esorcizzare, metabolizzare, o resistere a quello che la vita quotidiana ci propone. Però se riusciamo a fare in modo che l’ascoltatore si immedesimi…” beh, bingo “ne siamo contenti”.
Questo colpo vincente lo fanno in nove brani che solo a leggere i titoli sono l’abbecedario del concetto di fine. E iniziando con tre puntini e una prima traccia (…Il Nulla è Già Molto) che contiene il nucleo disperatamente contorto delle più dolci nenie dei Verdena.
Avete presente il film L’Uomo Bicentenario? Ecco, io l’ho trovato sempre di una tristezza disarmante: con questo rumore di fondo che è il passare delle ore, e non poter fare niente, nemmeno sfidare la fisica per renderlo migliore. Certo la morale del film era sul contenuto del tempo passato, sul trovare l’amore e dargli tutto il (limitato) tempo necessario, perché nessuno di noi vuole vedere un film di millemila ore no? Eppure a noi, a me millennial, che alla fine dei conti volevo solo un’altra storia che fallisse, sfugge ancora questa gestione di qualità del tempo. È come se avessimo perso la capacità di viverlo ed esserne pieni. Una persona che ho molto amato mi diceva: non dici mai che sei felice, solo che sei contenta.
Gli Elephant Brain cantano che “E questo è tempo che ci resta addosso/ma tanto poi finisce che ci siamo persi” in Una Casa In Cui Tornare. Il tema del perdersi torna sempre nei loro pezzi, è una sorta di impronta di base di cui ti liberi quando tutto è perduto? Forse gli Elephant Brain sanno perché mentre guardo questo scorcio di pariginità dalla finestra, mi rendo conto di aver perso la magia, e conto i Lime e Bolt che mi passano sotto il naso. In realtà ha a che fare con qualcosa di ancora più quotidiano, e ha a che fare con il fare musica.
“La sensazione di perdersi c’è sempre, fra di noi. Immagina cinque persone, cinque vite diverse. Ognuno è immerso nella propria vita, nel proprio lavoro, in tutto quello che la vita gli offre, però, praticamente, da un lato deve tenere unita la sua vita personale, dall’altra quella con la band. C‘è sempre la paura di perdersi, di dire: “Madonna, ma chi me lo fa fare, tutte le sere, fino all’una o alle due?” O in realta’ facendo ancora più tardi, perché quando noi registravamo abbiamo fatto orari folli, stavamo in studio fino alle cinque, poi alle otto si tornava a lavorare… era una roba folle. Però quella stessa paura ci spinge ad andare oltre, ci porta a questo slancio, a dire: ma facciamolo no? Perché ci crediamo talmente tanto che a volte ‘sta paura si annulla”.
Perché nella dimensione limitata del tempo e di tutto quello che ne deriva, soprattutto quando finisce un’era o qualcosa, c’è sempre una buona dose di follia e adrenalina perché la paura è uno sbirro parlante come dicono nel pezzo firmato con gli abruzzesi Voina che rappresenta la quota propriamente punk del disco (e con cui Vincenzo conferma di condividere un background e allineamento cosmico, fatto anche di condivision edi viaggi, palchi e van) e anche quella più legata al concetto di crescere e diventare qualcuno di nuovo (non è detto più maturo), con quel ritornello di Benedici seguito dal classico inventario di reliquie dei bei tempi passati – eppure anche noi disperatelli che facciamo il passaggio tra i 30 e i 40 ci troviamo un appiglio. Magari in quelle foto in cui ridiamo e sembriamo tristi.
Mi dice Vincenzo che “quel” passaggio generazionale era molto più presente nei dischi precedenti. Ora “non siamo più quelli che eravamo ai tempi universitari, quelli che erano in Niente Di Speciale, o comunque al tempo che era di mezzo tra ‘ho finito l’università, mi sono laureato, sto entrando nel mondo lavorativo’, che era il pensiero di Canzoni Da Odiare. Adesso invece siamo noi: stiamo lavorando, non riusciamo ancora a permetterci di fare questo lavoro come lavoro vero, reale, anche se vorremmo tanto. Dobbiamo ogni volta cercare di “liberarci” dai nostri lavori veri, per ritrovarci nel lavoro che vorremmo fare, il musicista… c’è questo perdersi, questa paura, questo misto di emozioni che ogni volta, chi sta dietro al campo musicale lo sa, ci fa sbroccare, ma ci da’ anche tante soddisfazioni, questo dimenarsi in un sacco di cose. Quindi è sì generazionale, ma il passo più avanti”.
Sarà anche per questo che Almeno Per Ora suona come vicino a tanti padri istituzionali del “grande calderone del rock”, come dice Vincenzo, ma non si allinea a nessun genere specifico. Perchè magari l’ispirazione per i pezzi viene nel mezzo della giornata lavorativa. “Le canzoni nascono con chitarra acustica e voce, oppure con una linea cantata in macchina mentre ritorniamo dal lavoro, magari e’ una cosa che esce in sala prove, o qualcosa che hai messo sul telefono, giusto il tempo di registrarla velocemente….”
Ma, quindi cosa hanno imparato gli Elephant Brain a perdere e di cosa avranno meno paura?
“Impareremo a perdere un pò tutte le cose che abbiamo imparato. Tutte le cose da cui in questi anni abbiamo tratto spunto e che ci hanno fatto perdere, o ci hanno sbattuto in faccia qual è la realta e qual è il mondo a cui andiamo incontro, sia quello del musicista o il mondo reale, e impareremo a prendere consapevolezza che solo insieme come cinque individui, una band, ne usciremo”.
E avranno meno paura.
“Fa meno paura per l’unione che abbiamo. Quando ci riuniamo noi cinque stronzi in sala prove fa meno paura tutto”.
Questo il calendario del tour prodotto e organizzato da Gemma Concerti:
15 Novembre, ROMA, Largo Venue
22 Novembre, BOLOGNA, Locomotiv Club
28 Novembre, TORINO, Hiroshima Mon Amour
12 Dicembre, PERUGIA, Urban
09 Gennaio, BERGAMO, Druso
10 Gennaio, PORDENONE, Astro Club
24 Gennaio, CERVIA, Rock Planet
27 Gennaio, MILANO, Santeria Toscana

































