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Interviste

Mettersi i CEROTTI come fa LUPO

Abbiamo intervistato il cantautore romano che, in soli cinque giorni, con gli amici di sempre ha realizzato un piccolo affresco estremamente godibile dei dolori della giovane Gen Z. E a dire il vero, andrebbe bene anche per chi viene prima.

Articolo di Marzia Picciano

C’è questo artista, LUPO, al secolo Lupo De Matteo, un giovanissimo di Roma (classe 2001) che nella prima track del suo primo disco, 23, dice “23/arriva sempre quel punto del mese/Che spero di aver fatto passi avanti/Ma non da gigante/Almeno qualche metro”. Ora, da un punto di vista puramente anagrafico, stiamo parlando della versione Gen Z del ‘quando mancano sei giorni all’analista, ed è tutto così facile, o così difficile’, però mi colpisce: cambi la musica, il genere, li mischi pure, eppure sei sempre lì, verso la fine del mese che ti guardi indietro e speri di aver migliorato di un minimo la performance che garantisci a te stesso, e invece nada.

Ritrovandoci molto, se non moltissimo, nello scenario di incertezza e pali, ci siamo fatti una chiacchierata con lui, alle sei e mezzo di sera di un venerdì poco prima di Pasqua, per parlare un po’ di cosa ne pensa di questo senso di disagio esistenziale che ci pervade e mette tutti insieme, sia che siamo alla soglia dei trenta o dei quaranta, e per una volta, forse l’unica, siamo anche simili.

Il risultato che tutto questo riflettere, con lucidità ma anche a cuore non pesante, ha determinato in Lupo è CEROTTI (SINS Records), primo disco dell’artista, dopo l’EP di due anni fa, Scarabocchi. Il disco è uscito lo scorso 20 febbraio e che ora andrà live il 24 aprile all’Alcazar di Roma per la sua presentazione ufficiale. Nome omen, nel momento in cui ti guardi indietro e realizzi che non è andato tutto secondo i piani, anche ad averceli, insomma c’è Saturno contro e ti sei ammazzato un pò, ci metti un medicamento non risolutivo ma almeno una protezione, nell’attesa che il resto del corpo si rimargini, perché è quello che fa: andare avanti.

Questi CEROTTI vanno avanti per ben undici brani, ognuno un palliativo diverso che sa anche un genere diverso: si passa dal pop rock degli anni duemila, all’urban, indie italiano, funk ed elettronica senza mancare incursioni più marcatamente indie new wave. Insomma un calderone, pari a quello del mio cestino delle medicine dove trovi tutto e forse mai niente di adatto (a curare il disagio), ma che comunque funziona ed è molto più reale di tante prescrizioni al grammo.

Ma come c’è arrivato LUPO a questi dispositivi medici palliativi?

“Può sembrare auto-distruttiva come risposta, ma in realtà io non ero partito con l’idea di scrivere CEROTTI”.

C’era però l’idea di scrivere un disco, con i musicisti Giovannelly ovvero Alessandro Giovannelli, amico di una vita e Luca Scarfidi e Mattia Micalich, per anni meno storici ma ormai persone di famiglia per il nostro: “ormai è una sinergia tale che sanno più o meno di quello di cui ho bisogno e lo tirano fuori”. E quindi ci si è ritrovati in una casa nel nulla, ad Aviano, in ogni caso vicino Roma, per un totale di 9 demo in cinque giorni.

CEROTTI è nato pian piano, come uscivano i primi brani e ci rendevamo conto che c’era una linea logica, ma non non siamo partiti con l’idea di scriverlo. Ce ne siamo resi conto ‘dopo’ che lo stavamo scrivendo. È stato un processo inverso.”

Eppure c’è una solida connessione tra un pezzo e un altro, quasi voluta.

“Potrei dire delle bugie, ma credo che il nostro sia stato un processo molto libero. Anche se a progetto finito ci siamo resi conto che c’era, effettivamente, una linea che collegava tutti quanti i brani, sia dal punto di vista logico di testi che di musica, noi eravamo partiti con l’intento di divertirci, banalmente. Siamo andati a braccio, se non a sentimento. Non credo che abbiamo seguito proprio delle regole”.

L’unica è quella della sinergia tra i tre. Giovannelly, Luca e Mattiasono quelli che hanno fatto le strumentali, mentre io mi occupo soltanto del testo, e canto. Per il resto faccio tipo Ponzio Pilato, quello del si o no, ovviamente nei limiti del possibile” scherza. “Chiaramente parlavamo, discutevamo, dicevo: vorrei, se possibile, fare una canzone un pò più triste… e poi si vedeva quello che ne usciva fuori”.

Mentre si spiega Lupo chiede sempre se è stato chiaro, e poi chiosa: del resto scrivo testi per fare ordine. E qui nonostante l’apparente mancanza di appunto ordine che l’origine di questo disco sembra suggerire, di ordine ce n’è e anche parecchio.

“Mentre scrivevo i testi mi sono reso conto che volevo parlare dei piccoli traumi. Perché, di fatto, sono piccoli drammi. Non si parla di ferite fisiche, ma di ferite morali, psicologiche, che spesso ci facciamo da soli e che, per quanto piccole, molti ne soffrono e spesso, e volentieri, possono aggravarsi, fino a diventare parecchio grandi”.

C’è una sensazione di drammatico.

“Non credo sia drammatica la situazione. Una cosa che dico sempre è che a me, bene o male, la mia generazione, di quelli che mi precedono e di tutti quelli che posso includere tra i giovani, è un gruppo che mi piace molto. Ha dovuto passare molte difficoltà, eppure penso stia crescendo bene. Poi ovviamente abbiamo i nostri difetti e le nostre problematiche, però, mi piace e volevo parlare a chi ci si rispecchia.”

Basta pensare a pezzi come Dilivi (anagramma di lividi, per le aspiranti boomer come la sottoscritta, ovvio) la narrazione di una relazione fatta di non comunicazione diventa prima di tutto un gioco di parole, per quanto non intenzionale, ma estremamente vero. Dilivi era nato per ‘errorè nel segnare la demo del pezzo, ma era un ‘errore’ che a Lupo piaceva.

Ed è questo quello che colpisce di questo disco e del messaggio, anch’esso, non intenzionale, che diffonde: nella vita ci passi, ti ci rotoli e ferisci, e poi ci metti una pezza, e la ricerca del significato non è tanto nei corsi di astrologia, ma in come impari a evitare di creare una palla più grande che ti butti giù.

Serve fare un gioco per comprendersi, e Cerotti rientra in questa logica.

E non necessariamente solo su social. “Poi io purtroppo lì sono abbastanza scarso. Però mi ritrovo in questi gioco”. E non è neanche qualcosa di estremamente e unicamente romano, per quanto Lupo sappia bene che Roma, in un modo o nell’altro, ti influenza. “E per fortuna vedo tanti ragazzi come me, che fanno musica e creano i propri progetti in maniera interattiva. Non è solo volersi mostrare, ma voler creare un mio mondo, e allora diventa un: vuoi entrare nel mio mondo? È molto bambinesca come cosa, ma nel senso positivo ovviamente”.

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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