Non c’è spazio per la resilienza forzata o per l’ottimismo a tutti i costi nel mondo dei Tundra. Il loro nuovo album, “OHDIO”, uscito il 20 marzo per Edac Music Group, è un urlo necessario che trasforma la tensione quotidiana in elettricità condivisa. Un lavoro che non cerca di consolare l’ascoltatore, ma lo invita a sprofondare nei propri rimpianti e nella propria noia per uscirne, se non risolti, almeno liberati.
Alla vigilia della grande festa/concerto di venerdì 27 marzo al Circolo Alberone di Pisa — la città dove tutto è cominciato — abbiamo incontrato Daniele, voce e anima lirica della band. In questa intervista ci racconta come la noia possa diventare un combustibile rinnovabile, perché l’odio verso gli obblighi quotidiani nasconda in realtà una forma d’amore (magari per un divano) e cosa resti di una band quando si decide, finalmente, di rinunciare al controllo e lasciare che sia il rumore a parlare.
Ogni progetto custodisce una promessa. Qual è la vostra con OHDIO?
Personalmente (Daniele, voce e testi) quella di non smettere mai con la noia. Senza quella frustrazione finirei per non scrivere nulla. La noia è un buon combustibile, ed è anche rinnovabile: si trova veramente ovunque e qualsiasi cosa è in grado di produrne di nuova. Vive in cose banali e regala la voglia di scappare.
Cercare la libertà senza poterla afferrare: cosa c’è di giusto e cosa c’è di sbagliato in questa tensione?
Un qualche tipo di tensione perpetua ci deve essere per forza, non puoi vivere senza un qualche tipo di spinta.
In che misura è un disco di fuga, di accettazione o di comprensione della realtà?
In questi brani c’è sicuramente una resa pacifica, considerando che i drammi che raccontiamo sono comunque rivelatori di un benessere che di base esiste. Probabilmente non avremmo tempo e forza per dedicarci a tutto questo se fossimo nati altrove.
Musicalmente parlando, cosa significa per voi rinunciare al controllo?
Per me l’esistenza stessa di questo album è una rinuncia quasi totale al controllo. E direi che è andata bene perché i miei compagni di arrangiamenti ci capiscono molto più di me.
Avete scelto di abbandonare il tema delle relazioni, trasformando l’odio in energia vitale: quanto la frustrazione che attraversa il disco riflette, in realtà, un bisogno di amore? E se non lo fa per nulla, dove si colloca questo sentimento oggi?
Sono sicuramente una persona diversa rispetto a quando ho scritto questi testi, ma se contatto quelle emozioni riesco ancora a riconoscermi. Sono tutte declinazioni diverse dello stesso sentire, ma forse il filo che tiene insieme le canzoni è sempre l’amore. L’odio verso gli obblighi quotidiani potremmo capovolgerlo leggendolo per l’amore per i divani, per esempio.
Il senso del dovere e la rinuncia: quando e come un atto di sottrazione può diventare un gesto di resistenza?
Ho un grande senso del dovere (non so se sono attendibile però, dovresti chiedere in giro) che combatte continuamente con la voglia di non fare assolutamente nulla: quindi sensi di colpa, quindi rabbia. La vera vittoria è riuscire a vivere bene i momenti di relax e riuscire a dire “no” senza subire troppi contraccolpi.
Noi attraversiamo le tracce di OHDIO, ma lo avete fatto e lo farete suonandole: cosa succede dopo?
Non ho veramente idea di cosa potrebbe succedere dopo OHDIO. Spero che però nel frattempo si possa continuare a passare attraverso i pezzi trovandoci sempre un sapore diverso.
Funerali senza riti: quando spariscono formalità e regole, cosa resta di noi, di voi, e dell’OHDIO?
Sicuramente quando moriremo “OHDIO” resterà, se qualcuno avrà conservato bene la copia o se esisteranno ancora le piattaforme streaming. Scherzi a parte, quando spariscono le formalità e le regole rimangono solo le sensazioni e gli istinti, e non credo sia un bene.




























