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Reportage Live

Perchè la musica dei 99 Posse oggi è più necessaria che mai.

I 99 Posse incendiano il Parco Tittoni con un live detonante che è festa totale e dj set insieme. Il palco diventa piazza: tra pezzi storici che non sono invecchiati di un giorno e il loro messaggio politico contro il fascismo, la guerra e il sovranismo che picchia durissimo, si dimostrano una band oggi più attuale e necessaria che mai.

Articolo di Serena Lotti | Foto di Giorgia De Dato

All’inizio degli anni ’90, quando i 99 POSSE piombarono sulla scena con Curre curre guagliò, guidati dalla furia carismatica di Luca Persico in arte ’O Zulù, non stavano solo facendo musica: stavano tracciando una linea nella storia. Erano già ben noti nelle realtà dei centri sociali e, quando presero piede tra il grande pubblico, diventarono a tutti gli effetti gli avanguardisti assoluti di un sound mai sentito prima. Una miscela detonante di rap, raggamuffin, reggae, dub ed elettronica, tenuta insieme da un collante potentissimo: l’impegno politico antifascista, quello vero, senza sconti, senza censure, senza concessioni.

Noi eravamo allora dei ragazzini incazzati neri con il mondo. Un mondo che ci sembrava già allora corrotto, claustrofobico, schiacciato da logiche di potere nostalgiche e fasciste, dove ogni singolo diritto sociale (sul lavoro, per gli emarginati, per gli ultimi) andava strappato con la lotta, con le unghie, con la musica, nelle piazze, sui libri, con il pensiero critico. Eravamo convinti che fosse una fase di passaggio. Pensavamo che, una volta adulti, trent’anni dopo ci saremmo ritrovati in un posto migliore, più libero, più giusto. Spoiler: ci sbagliavamo di grosso. E’ stato un fallimento su tutta la linea, anzi come diremmo oggi, un EPIC FAIL.

Se negli anni ’90 il messaggio dei 99 Posse era ossigeno e cazzimm per combattere quella ci sembrava una vera dittatura e diventare l’inno di una generazione libera, lo si doveva anche a come quel messaggio veniva vissuto. Ci ritrovavamo sotto la cassa a fare festa, sudati marci, sporchi, trasandati e anche un pò fatti, senza la dittatura dei telefoni tra le mani. Senza dover postare ogni secondo, senza la skincare routine prima di uscire, senza gli outfit studiati per fittare nel feed, senza playlist algoritmiche su Spotify o storie da uploadare su Instagram per certificare di essere presenti.

Oggi come allora ci ritroviamo tutti lì, sottocassa al Parco Tittoni di Desio. Noi di quella generazione lì, la Gen X: siamo un pò più invecchiati e inchiattiti ma ancora lì a spingere. E tra noi, ci sono i nuovi discepoli: giovanissimi che tirano fuori cilum dal nulla e ci lasciano addosso quell’olezzo che è un vero e proprio wormhole temporale. E così ci sentiamo risucchiati indietro nel tempo.

Siamo dunque in pellegrinaggio per rivedere una band che ha fatto la storia e che, dopo uno scioglimento durato diversi anni, dal 2009 è tornata a picchiare duro e a macinare sold out in tutta Italia. Si sa, senza Meg.

Questa formazione (guidata oltre che da Luca Persico anche dai pilastri Marco “Kaya Pezz8” Messina e Massimo “JRM” Jovine) schiera ormai da una decina d’anni una fuoriclasse assoluta come Simona Boo che che non fa proprio l’ombra di nessuno. Entra in scena, si prende lo spazio con un’attitudine ficcantissima e va ad incastrarsi sui beat di ’O Zulù con disinvoltura e grande credibilità, fresca e prepotente persino quando si carica sulle spalle i pezzi sacri legati a Meg come Corto Circuito e Quello che. Bomba.Una figa pazzesca.

(E sia chiaro Meg, io ti amo e ti amerò per sempre, icona di stile indiscutibile, colonna della mia adolescenza. Ma quanto io e le mia amiche abbiamo copiato il tuo look underground? Ci tingevamo i capelli di nero e ci piastravamo i capelli senza pietà, ci mettevamo rossetti rosso fuoco che si sbavavano e ci facevano sembrare uscite da un party di Halloween.)

Il live si apre con la deflagrante S’addà appiccià a cui si lega un’intersezione di Is the final countdown, e poi via, senza prendere fiato, dentro un flusso velocissimo che inanella pezzi storici e attualissimi: Odio, Rappresaglia, Comuntwist. Al grido di Facimm o burdell!!! parte la festa e via così University of Secondigliano, Napoli, Dedicata, El pueblo unido fino a Children of Babylon, dedicata ai bambini di Gaza, mentre fra il pubblico si alzano le bandiere palestinesi, poi Stop That Train, tirando dritta la stoccata sulla TAV e la follia dell’alta velocità e la mitica Povera vita mia dedicata ai morti sul lavoro, tristemente più attuale che mai. Perchè di lavoro non si smette ancora di morire nel 2026.

’O Zulù ci regala una vera e propria lezione di storia della musica: spiega le radici profonde dei 99 Posse, il seme di chi ha portato per primo il proto-rap in Italia e le declinazioni soniche che hanno reso il loro sound unico e immortale.

Non arretriamo di un passo, saliamo e saliamo mentre ci avviciniamo ad uno dei momenti più fighi della serata. È qui che i 99 Posse piazzano la randellata definitiva, un mashup tiratissimo e senza freni che incastra Rafaniello, Salario Garantito, Ripetutamente, All’Antimafia e O’ Documento. È una festa pura, un’onda travolgente di aggregazione umana: gente che salta e balla, si abbraccia e ride, s’infoia senza freni e alza al cielo bandiere, bicchieri di birra, le dita a segnare la pace e il pugno chiuso dritto contro il cielo. Un’energia contagiosa e bellissima che entra nelle ossa e ci ricorda, ancora una volta, cosa significa stare dalla stessa parte. Resistenza, musica e amore, oggi e per sempre.

Quando parte Curre curre guagliò, spariamo le ultime cartucce (perchè un concerto dei 99 Posse è un’autentica sessione di crossfit) , riempiamo i polmoni con l’ultimo briciolo di fiato “Centro Sociale occupato e mo’ co cazzo ce cacciat” e scarichiamo tutto quello che possiamo sotto palco, esplodendo in un urlo che fa tremare tutto i Parco Tittoni.

Ma non è ancora finita.

Il finale è un encore che funziona come una granata. ’O Zulù sferra un proclama potentissimo sulla Palestina: «Cosa mi rappresenta un colono? Chi ha diritto di colonizzare a casa nostra?». È lo starter che accende una chiusura al tritolo: una versione poetica e viscerale di Bella Ciao, la forza de L’anguilla e la mitica, attesissima Rigurgito antifascista. Al grido di “L’unico fascista buono è il fascista morto” è festa totale, c’è rabbia e liberazione insieme, c’è la forza della resistenza e la lucidità della presenza, è un urlo generazionale che non è invecchiato di un singolo giorno, che sta ancora lì’ carico di speranza, di rabbia, di fede e di pura, incrollabile volontà.

Oggi più che mai, i 99 Posse sono arte e missione, sono necessari: politicamente, musicalmente, socialmente. Fateli ascoltare ai vostri figli, e ricordate a voi stessi qual era quel messaggio che credavamo confinato agli anni ’90 e che invece, tristemente, è più urgente oggi che allora. Alle soglie delle elezioni politiche del 2027 avanzano partiti usciti dal Medioevo: personaggi che sbandierano senza vergogna posizioni anti-aborto, l’abolizione delle unioni civili, la repressione dei diritti LGBTQ+, l’educazione militare con tanto di riarmo, la remigrazione, la stretta sugli immigrati e il sovranismo più becero.

E allora la domanda di ’O Zulù torna a picchiare sui tamburi: chi cazzo sono queste “singolari forme di vita” che vanno a votare i partiti del fascio?

E inizia un irresistibile trolling.

“Sono strane forme di vita di e si recano in alcuni luoghi predefiniti, tutti insieme, dove si riuniscono, nei seggi elettorali. Una volta arrivati ai seggi , queste singolari forme di vita… li votano. Anche se è domenica, anche se c’è un tempo bellissimo e il mare a pochi passi, anche se piove, anche se grandina, anche se c’è la neve… le singolari forme di vita non vogliono sapere un cazzo: ogni cinque anni escono e li votano! Queste singolari forme di vita le abbiamo qualificate come… SERVI dei servi dei servi dei servi dei servi!

E usciamo così, a musica spenta e a impianto muto, continuando a cantare l’eco che ci rimbomba dentro: servi dei servi dei servi dei servi dei servi dei servi dei servi dei servi dei servi dei servi dei servi dei servi dei servi

Clicca qui per vedere le foto dei 99 POSSE al Parco Tittoni di Desio o sfoglia la gallery qui sotto.

99 Posse

99 POSSE: la scaletta del concerto di Desio

S’addà appiccià / Comincia adesso
Focolaio
Odio
Rappresaglia
University of Secondigliano
Napoli
Dedicata
El pueblo unido jamás será vencido
Children of Babilon
Povera vita mia
Non c’è tempo
Corto circuito
Me siente?
Quello che
Tarantelle pe’ campa’
La gatta mammona
Comuntwist
Stop That Train
Combat Reggae
Rafaniello / Salario Garantito / Ripetutamente / All’Antimafia / O’ Documento
Curre curre guagliò

ENCORE
L’anguilla
Flowers of Filastin
Bella ciao
Rigurgito antifascista

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Milanese, soffro di disordini musicali e morbosità compulsiva verso qualsiasi forma artistica. Cerco insieme il contrasto e il suo opposto e sono attratta da tutto quello che ha in se follia e inquietudine. Incredibilmente entusiasta della vita, con quell’attitudine schizofrenica che mi contraddistingue, amo le persone, ascoltare storie e cercare la via verso l’infinito, ma senza esagerare. In fondo un grande uomo una volta ha detto “Ognuno ha l’infinito che si merita”.

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