Articolo e foto di Mathias Marchioni
C’è chi ha aspettato pazientemente più di venticinque anni per sentirli di nuovo, e chi come me non ci credeva più, ma alla fine il cerchio si è chiuso – o forse si è riaperto – proprio lì, a Monte Sole, dove tutto aveva trovato una sua logica, anche quella di finire nel giugno 2001, quando il concerto in memoria di don Giuseppe Dossetti segnò la nascita dei P.G.R. e il definitivo abbandono del progetto C.S.I.
Ho assistito a entrambe le date dei C.S.I. a Monte Sole (Marzabotto, BO), venerdì 28 e sabato 29 agosto 2026, con il tour In viaggio e per me, da montanaro, è stato un momento doppiamente particolare: per una volta la grande musica è venuta nei miei luoghi, qui sull’appennino dove vivo, invece di essere io a dover fare centinaia di chilometri per andare a vederla, in secundis ciò che ero certo non sarebbe mai accaduto e avevo racchiuso nel cassetto delle “occasioni musicali memorabilmente perse” e accaduto e la più grande rock band italiana degli ultimi 30 anni (a voler esser stretti) è tornata assieme superando quella che era una montagna di divergenze artistiche e umane trasformandole in quelle affinità che li hanno resi grandi.

Monte Sole non è uno sfondo neutro: qui, nel 1944, le truppe naziste compirono una strage che costò la vita ad almeno 770 civili e le canzoni dei C.S.I. — alcune su tutte come Cupe vampe a Linea Gotica — in questo scenario acquistano una risonanza particolare, che va oltre la dimensione nostalgica musicale, ma che gridano storie e che sono capaci di azzittire tutta la platea che entra in una modalità quasi religiosa di osservazione e contemplazione. Sono anche queste montagne russe emotive che fanno grandi i CSI capaci come dicevo di zittire per oltre sei minuti di canzone 5.000 presenze per poi farle esplodere all’unisono alle prime note di Forma e Sostanza o Unità di Produzione. Il pubblico merita una nota e più, pur prevalentemente adulto, si è rivelato molto variegato: osservando le magliette in platea si spaziava dai Russian Circles ai Primus, dal metal più duro dei Judas Priest al progressive dei Porcupine Tree. Il pop commerciale, com’è ovvio, era assente, ma oltre a questo dai discorsi che si sentono passeggiando nel parco della location si ha la conferma di essere tra persone affini, pacate, non caciarone né sbercianti né volgari, dove la tolleranza e l’intelligenza non lasciano spazio a facili ideologie politiche da quatte soldi, insomma una manna e una discreta botta di fiducia verso il genere umano.
Nutrita anche la presenza di un sia di artisti italiani – da Vasco Brondi ad Appino degli Zen Circus, passando per i Litfiba in delegazione con Ghigo e Aiazzi – insieme a quella degli addetti ai lavori del mondo musicale a tutti i livelli, certificando la centralità che i C.S.I. hanno avuto nella scena musicale italiana: insomma eravamo e siamo tutti lì, a omaggiare i C.S.I.

Il racconto del concerto: le affinità
Si parte con l’omaggio a Guccini con Ma noi non ci saremo, e poi è subito In viaggio. Il suono è compatto, Ferretti e Ginevra al centro con il collettivo disposto in linea, compresa la batteria che di profilo può guardare in viso i propri sodali. Il basso di Maroccolo che manco a dirlo guida e alza il livello sonoro contiene e gioca con la batteria e le chitarre acide assieme ai cori e alla presenza scenica del più guascone della band, quel Giorgio Canali che è capace di strappare più di un sorriso a tutta la band con le sue uscite in concomitanza degli inevitabili piccoli imprevisti del live; Magnelli sostiene il tutto con tappeti sonori che fatico a capire come faccia a far uscire dal suo set minimale di tastiere (talento puro!) sonori, la Di Marco sostiene come allora i vocals e sempre più si dimostra essenziale nel guidare i tempi di Giovanni che a lei si affida ciecamente e poi quel Zamboni che come dicevamo non c’era quel giugno 2001 quando tutto finì e che probabilmente oggi è stato il primo a poter dire che il cerchio si era finalmente chiuso. Le sue chitarre col tempo si sono sempre più affinate passando dal provocatorio rumore dei cccp ai suoni eterei dei CSI dove anche solo una nota, suonata in modo diverso da come la suona lui, snaturerebbe l’intera canzone.
Il repertorio ha attraversato tutta la produzione CSI la magica triade che vale sempre la pena ricordare: Ko de mondo, Linea Gotica a Tabula Rasa Elettrificata e il concerto si conclude con due bis punk ad alta energia (Matrilineare, M’importa ’na sega) calmierati da “Montesole “ e Buon anno ragazzi. Qualche piccolo inciampo tecnico dicevo ma che va letto per quello che è: musica suonata al 120%, con cavi ed effetti analogici, dove l’unico vezzo “moderno” è il pad della batteria elettronica e le tastiere di Magnelli. Niente playback, niente sovraincisioni o tracce pre-registrate, niente (ab)uso di IA: in un’epoca in cui tutto questo è diventato la norma, ben venga il ritorno di inconvenienti (mini) analogici e umani.

Le divergenze
Tra la prima e la seconda data c’è stato il cambio di orario, 21:40 la prima e 19:30 la seconda che ha dato un impatto più intimo e credo anche migliore alla seconda in quanto il tramonto alle spalle della band ha reso alcune canzoni e atmosfere ancora più belle e intime e ho percepito anche un’evoluzione nell’atteggiamento di Ferretti che appariva più disteso e incline al sorriso, atteggiamento non frequente. Nella serata del 29 agosto infatti ha cantato quasi interamente in piedi, (quella del 28 quasi interamente seduto) e inserendo un paio di brevi racconti personali in un concerto durato due ore filate senza interruzioni o introduzioni di nessun tipo perché, come ha ricordato GLF stesso, «non parlo perché non servono parole se non quelle contenute nelle canzoni che vi stiamo suonando e cantando; ma sappiate che sentiamo forte il vostro abbraccio e ve ne vogliamo dare uno anche noi».
Un tentativo di chiosa finale
Ascoltare i C.S.I. a Monte Sole nel 2026 significa rendersi conto che non c’è stato bisogno di aggiornare i testi per renderli attuali: guerre, macerie ideologiche, la difficoltà di trovare nuovi punti di riferimento sono temi che il presente ha riportato in primo piano con una forza quasi imbarazzante. I C.S.I. non hanno cercato di riprodurre un suono d’epoca, né di trasformarsi in una copia di se stessi: hanno mostrato che quelle canzoni, scritte in un altro mondo, continuano a bruciare, a dire qualcosa di necessario, a mettere in discussione chi le ascolta e soprattutto hanno capito che c’era urgenza di loro e che tanti di noi li aspettavano visceralmente.
Uscire da Monte Sole dopo due sere così significa portarsi addosso la sensazione di aver partecipato a qualcosa che va oltre il concerto: un atto collettivo di memoria, di resistenza, di appartenenza, fuori totalmente da logiche ideologiche o banali slogan a cui ci ha abituato la società di oggi: qui si balla, si canta e soprattutto si pensa e si riflette e, cosa non banale si fanno due o tre sospiri di quelli fatti dall’anima.
E mentre la Luna torna piena dopo l’eclissi, resta la certezza: «Nessuna garanzia per nessuno». Ma quel che deve accadere, accadrà nel viaggio che prosegue a Villafranca (VR), Fasano (BR), Spello (PG), Alba (CN) e Catania.
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C.S.I.: la scaletta del concerto di Marzabotto
- Intro : Noi non ci saremo (Francesco Guccini)
- In viaggio
- Occidente
- Del mondo
- A tratti
- Inquieto
- Cupe vampe
- Linea gotica
- Irata
- Esco
- Bolormaa
- Blu
- Forma e sostanza
- Brace
- Ongii
- Unità di produzione
- E ti vengo a cercare (Franco Battiato cover)
- Depressione caspica (CCCP – Fedeli alla linea cover)
- Fuochi nella notte
BIS
- Montesole (Per Grazia Ricevuta cover)
- Matrilineare
- Mimporta ‘nasega
- Buon anno ragazzi





























