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Affrontare la fine dell’estate con Phoebe Bridgers

A chi dice che il 31 di agosto c’è una storia che nasce e un’estate che muore rispondo che delle profezie non mi fido troppo, però della concretezza della fine di agosto ne ho la stessa coscienza della forza di gravità, ti si sbatte in faccia. Ecco perché ho ascoltato Lost Weekend per un mese intero.

Articolo di Marzia Picciano

L’estate è una dimensione emozionale a parte. Si vive nell’idea del distacco e della pausa che deve sempre arrivare e in fondo non arriva mai: in fondo in fondo, sappiamo che è un’illusione ben congegnata, quella del momento di riposo. Se non risolviamo la stanchezza mentale alla base, staccare è solo un time out prima della catastrofe, magari per osservarla meglio.

Ho trovato questo concetto, per quanto estremizzato, nel leggere Otessa Moshfegh (con anni di ritardo e soprattutto nell’emergere di compass memetici su IG che per questa lettura mi avrebbero collocata automaticamente nel mondo dei radical con esigenze di provocazione). La protagonista, archetipo di tutte le condizioni di stress emotivo e disfunzioni affettive di un individuo alto borghese, dopo la morte dei suoi genitori decide che l’unico modo per tornare a vivere è attuare un reset, passando da un profondissimo sonno, una parentesi di un anno che le impedisca di essere, se non di rigenerarsi, nascere di nuovo. Ho notato con ironia che la mia prima reazione ai grandi shock è esattamente quella di dormire: la mente si intorpidisce e cerca una sorta di struttura di recovery, un piano orizzontale o vagamente tale, per perdere conoscenza senza troppo dolore. Non c’è niente di davvero straordinario nel scoprire che, in fin dei conti, se potessimo evitare di vivere certe condizioni preferiremmo cancellarne la coscienza, eppure pensarlo suona come l’epifania attesa per affrontare il nodo alla gola.

Per affrontare questo compito illusorio ma dagli effetti miracolosi (ovviamente senza prova o metodo scientifico), la sottoscritta si è riempita di musica e pensieri compulsivi, un’idea di relax basata sul fare, così che ora guardo con apprensione il verificarsi della solita trappola del “vivere nel futuro” piuttosto che il qui-ed-ora, come l’insegnante di yoga mi ripete insistentemente per 45 minuti mentre cerco di mantenere il respiro al mio vero giorno di rientro a Milano.

Con questa coscienza arrivo a quello che intuisco oggi essere stato il mio disco dell’estate, quello che seppur non sedimentandosi nella mente pezzo per pezzo, mi ha fatto piangere.

Phoebe Bridgers ha vuotato il sacco in un momento interessante: Lost Weekend non sarebbe così chiacchierato se non fosse arrivato dopo tanto silenzio, tanti non detti, l’elaborazione di un lutto, quello del padre allora in un momento di riavvicinamento alla figlia, un coinvolgimento abbastanza interessante dello star system più amato del momento in dinamiche sentimentali che proiettano persone reali in una specie di pseudo serie della realtà, di cui in realtà non sappiamo niente, e neanche questo disco ci dice molto di più. A una lettura superficiale saremmo tacciati di cinismo. Ma trovatemi un altro disco che ci lasci intuire cosa vuol dire affrontare un dolore con tale chiarezza e determinazione. (Un po’ come Otessa).

Mettendo da parte la chiosa anticipatoria americano-festosa di Lost Boys, forse unico pezzo di reale connessione pop folk tra la Bridgers di prima e quella di ora, Lost Weekend lavora nel subconscio come il libro di ca. duecento pagine che peschi per un dettaglio e leggi sapendo che la storia ti toccherà abbastanza da ergerla a sigillo o anestetizzante della fine di un momento storico, che si chiami agosto o fine estate. Lei per farlo ha chiamato quattro super mostri della produzione, ma soprattutto quattro amici (il mio guilty pleasure Antonoff, Gruska e Berg, Alex G).

L’incipit è un ritorno all’Hide and Seek di Imogen Heap, dove l’elettronica eterea di The Outside mette subito in chiaro che se qui ci aspettiamo una risposta chiara e tonda su dove la nostra eroina si trovi oggi si c’è, ma la morale la devi trovare te. Anche attraversando un sonno profondissimo.

Anche perché quello che viene dopo è molto più simile a un flash forward metaforico di pezzi, pensieri, momenti impressi nella mente con la precisione di certe fotografie HD, quasi a sottolineare l’assurdità del caso e del tempo piuttosto che a spiegarlo. This machine is killing me/I pretended It was make-believe è un mantra che abbraccia con ruvida trasparenza l’infanzia complessa della Bridgers (siamo lontani dal dolore attoppato delle chiamate in fusi orari asettici di Kyoto) fino alle più recenti evoluzioni della sua vita personale nelle spennellate oniriche di The Governor’s Ball (brano che apre uno squarcio sull’inquietudine delle relazioni troppo belle per essere vere, con una grazia manierista da letteratura vittoriana), alle estemporanee sul ritrovare una sorta di via di casa nei ritagli assurdi del tempo (Liberty Tree, Bobby).

C’è un presente che vive di passato e non cerca futuro in Lost Weekend, ma neanche si dispera a morte. E c’è un costante riferimento alla morte (concretamente, quella del padre), e all’atto che ne determina il verificarsi di tale circostanza, in modo violento. Detto semplicemente: c’è sempre qualcosa che può uccidere Phoebe, o farla uccidere, che sia il suo, onnipresente Bo Burnham o i tempi paurosi che fanno sposare i suoi ragazzi cit.(mentre lei e Bo evocano nella bellissima e oscura coda di Kill Me il mistero dell’uomo trovato morto sulla spiaggia di Somerton) e in questo c’è una vita che affiora nel blackout di fine estate.

Non stiamo qui a stigmatizzare l’eccessivamente semplicistico dualismo tra vita e morte, non è questo il senso della Bridgers, quanto il suo dito puntato sulla mortalità evidente che c’è dietro tutte le apparenze di una vita. Se potessimo osservarci in fotogrammi, da fuori, giorno dopo giorno, vedremmo più chiaramente come sfumiamo, il rischio di diventare presto ricordi, e sentiremmo il desiderio di imprimere quanto più disperatamente la nostra fame di vita, o di qualsiasi cosa  che sia vera, e sentire, in quelle istantanee, anche solo per renderlo immediatamente palese a chi le vedrà, dopo di noi, o con noi. Perché anche chi ci abbandoni possa percepire quanto tutto era speciale. Alla fine non chiediamo niente di più che un respiro da ascoltare.

Eppure quello di Lost Weekend, inclusa l’omonima track, è il racconto di un periodo di ritiro, della pausa dal reale, di spiragli di lucidità in una realtà che continua a cadere a pezzi dal passato ad oggi, e si riforma sotto nuove spoglie. È chiaramente un album da agosto, il più crudele dei mesi, perché è la fine del sonno, o forse il suo centro.

As above, so below. La closing track è un pugno nello stomaco, il giro di piano che lo accompagna è forse il più banale degli escamotage ma la Bridgers sta parlando di un errore che si ripete, quello di essere se stessa quando non vorrebbe, anche quando cerca sempre le vie d’uscita: in quel you’d take me for granted, but I can handle it c’è tutta la rassegnazione di chi ha visto un film veramente brutto, ma talmente tante volte da saperlo gestire. È una gabbia, personale, in cui le gioie sono poche e la comprensione esterna ancora di meno. I momenti di luce vanno catturati, e poi possibilmente lasciati esistere per continuare a illuminare, senza forzarli a indicarci la via: lascia l’amaro in bocca, ma anche la certezza che la notte può passare, domani è settembre, e si ritorna a lavorare, o meglio alla certezza di dover respirare.

Written By

Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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