Articolo di Marzia Picciano
Fact: non sono una fan di Charli XCX, eppure tra il ritorno dei The Strokes e l’uscita di Music, Fashion, Film, il mio appetito si è diretto immediatamente sulla variante cd. pop, deludendo forse le mie personale aspettative di amante di Casablancas e tutto quello che rappresenta (o forse esasperata per l’abuso di autotune, si, ok, lui magari si può permettere questa licenza artistica, ma per me ok il prezzo non è giusto).
O quelle della me chiusa nelle righe immaginarie che mi legano a -quel-tipo-di-persona-che-segue-quel-tipo-di cose, di mood, di sentimento. E invece Music, Fashion, Film è un glitch perfetto. Ha moltissimo di quella roba lì, che al primo ascolto non ho trovato in Julian, ma non per colpa sua, ma per un difetto di produzione della sottoscritta. Non è un giudizio di merito, solo il motivo che mi spinge a dire che un disco mi ha colpito, o meglio direi, mangiato, più di un altro (e di quanto ci sbagliamo).
Partiamo dall’oggetto. Charli XCX si trova nell’infausta condizione di dover gestire un regno, quello della pop music moderna che deve mettere insieme neodiplomati e wannabe cariatidi (insomma quelli che tipo me hanno avuto genitori che gli hanno inculcato una serie di valori musicali, anche qui sentimentali) che, contrariamente alle aspettative, e chi più chi meno, non sputano sui classici, anzi. C’è un motivo per cui a qualsiasi serata commerciale ti trovi un pezzo di Rihanna o Tubthumping, anche se si tratta della festa della matricola, ogni maledetto anno. C’è un sostrato inavvicinabile, una certezza che è tipo uno dei valori fondanti della società occidentale, uno dei tanti, che speriamo (?) non si sgretoli via subito come tutto il resto.
Su questa base Charlie con brat è arrivata non come una bomba, quanto più un Colombo della situazione che scopre una landa enorme che c’era sfuggita, a noi terrapiattisti del pop. Nel frattempo ha curato la colonna sonora del fenomeno Cime Tempestose (e devo dire, ho apprezzato moltissimo), una cosa piccola ma nemmeno tanto, poi ha creato una narrativa cinematografica dell’assurdo su brat con The Moment (e non siamo qui sottovalutare niente della cultura cinematografica di Charli). In breve: dove un qualunque enfant prodige della terra di mezzo avrebbe potuto affrontare un crollo esistenziale nel tentativo di gestire una così enorme eredità, con tanto di messaggi di scuse e salute mentale su IG, Charli, più che semplicemente, se ne sbatte. O meglio, non asseconda il gioco.
Quindi prende A.G. Cook e Finn Keane e mette in copertina tre mostri sacri delle rispettive arti citate nel titolo (Scorsese, Cale e Jacobs, un altro, Cassel, lo mette in un videoclip) per fare un disco rock classic. Ma classic nel senso di declinare in 11 track quelle che sono le alternative del rock. Quindi hai il pezzo à la Polly Jane Harvey (Card Declined), il refrain strokesiano (Camera), quello che fa il verso ai Blur (Yeah), il reminder dei Pixies in modalità emo di I Am Afraid (bomba totale, sarà nel mio wrapped), e la più provocatoria Wink Wink che inizia esattamente come un pezzo dei Placebo. Nel mezzo, ha infarcito tutto di reference a quello che è il suo bagaglio culturale personale, facendone omaggio. Cosa vuol dire? Charli si è svegliata e si è detta facciamo la Treccani del rock 90-00, “voglio mettere le chitarre”, I’m really banging my head perché rompermi il collo e’ l’unico modo per sentire qualcosa? E fare una roba diversa per trovare la discontinuità con brat?
No. Ma ho desiderato immediatamente riascoltare tutto. Perché? Perché mi ricorda tutto quello che mi piace. E immediatamente dopo: è davvero quello che siamo, attaccarci a degli schemi conosciuti, reiterarli?
Charli ci prende un po’ per i fondelli, e un po’ ci mette davanti la nuda verità: Music, Fashion, Film e il suo Pantheon schierato in bella vista sono un po’ il memento mori di ciò che siamo: una sfilza di nostalgici, anzi no, degli amanti dell’ordine precostituito anche nella musica che ascoltiamo, nei sentimenti che vogliamo che la musica a cui ci dedichiamo ci dica e trasmetta.
Lo storico Guglielmo Ferrero parlava della rivoluzione francese come di una semplice sostituzione di teste di comando, più di recente ho letto un paio di scrittori dire lo stesso del passaggio dal soviet allo stato attuale della politica russa e troppo spesso ho la sensazione, ascoltando nuove band o nuovi dischi, piuttosto di trovare la discontinuità, di finire a cercare disperatamente un gancio che mi riporti alla gerarchia del piccolo mondo antico a cui siamo ferocemente attaccati. Un po’ come quando si chiude una storia, una di una certa importanza, e ci si trova nella situazione sempre mai contemplata nelle tempistiche di ritrovarti in un’altra: la tentazione di reiterare schemi, cercare capostipiti e rincuorarsi in modus operandi è li. Così come l’errore.
Ecco, Charli fa proprio questo. Invece di darti il nuovo che non hai la modalità di creare o comprendere, non ora, non dopo un disco o qualcosa di così importante, ti mette davanti la nuda verità: sei ancora dentro quella storia. Ti ficca dentro una struttura concettuale molto più simile a una chiesa ortodossa con tutte le sue immagini sacre da venerare, i grandi mostri, gli insuperabili che non muoiono davvero mai, e ti dimostra quanto sia una gabbia dorata. Non ti da’ la soluzione, ti pone il problema, perfettanente infiocchettato e inestricabilmente logico da amare, dalla prima all’ultima traccia, ma non sacrificabile sull’altare dell’incoerenza di chi cerca il nuovo senza mai abbandonare il vecchio.
La certezza la da’ la chiusura di Cronenberg, (regista di Crash, ovvero il film che ha ispirato il disco omonimo della nostra, ovviamente), e il suo monologo finale, un momento di illuminazione dopo undici pezzi dove la scrittura è stata volutamente scarna, minimale se non inesistente, per lasciar spazio alla mitomania direi (non puoi parlare meglio di chi ha fatto un classico), con quel refrain di They Are dead, they are gone, no One lasts Forever (così ben anticipato dal voglio provare che le persone possono cambiare, radicalmente e per un nonnulla) che sottolinea l’inutilita’ delle nostre aspirazioni a fronte dell’immanenza del passato. Loro, i grandi, sono diventati tali oggi e non lo sapranno mai, perché sono morti, alla faccia di Keynes. E quindi noi perché ci dibattiamo così tanto?
Perché insistiamo tanto nel vivere il momento se poi alla fine cerchiamo sempre di connetterci con qualcosa di già vissuto, già visto, già superato? Perché è confortevole. Music, Fashion, Film è un disco assolutamente confortevole, colpisce dove deve, e non lascia dubbi che in fin dei conti, per quanto la sua autrice abbia amato farlo, ci sta guardando con un sorriso un po’ beffardo nel dirci: eccoti qui, alla fine, torniamo tutti dove siamo stati bene o male. Pacca sulla spalla, lezione imparata: vado a rimettermi a sentire gli Strokes.





























