Articolo di Simona Ventrella | Foto di Andrea Ripamonti
Courtney Barnett ha sempre avuto un talento particolare: far sembrare il rock la conseguenza accidentale di un pensiero. Una frase, un dettaglio insignificante, qualcosa visto dalla finestra, una paranoia che gira in testa da troppo tempo; poi entra una chitarra, si sporca tutto e improvvisamente quella piccola cosa privata riguarda anche noi.
Non ha mai avuto bisogno di fare molto rumore per farsi sentire. Anche quando, tecnicamente, di rumore ne fa parecchio. Sul palco dei Magazzini Generali di Milano arriva con quella sua aria perennemente a metà tra “sono qui per suonare” e “non capisco bene perché mi stiate guardando tutti”, imbraccia la chitarra e lascia che siano le canzoni a sistemare il resto.

L’attacco con Stay In Your Lane chiarisce immediatamente la faccenda. Nessuna introduzione cerimoniosa, nessuna costruzione dell’evento: chitarra, batteria, basso e quella voce che sembra raccontare le cose mentre le sta ancora pensando. Con City Looks Pretty e Avant Gardener torna immediatamente quella strana miscela che l’ha resa riconoscibile fin dagli inizi: Pavement, garage rock, un po’ di Lou Reed nel modo di trattare le parole come conversazioni e soprattutto una capacità quasi comica di individuare il punto esatto in cui la banalità quotidiana diventa esistenziale. Avant Gardener resta l’esempio perfetto: poche persone potrebbero raccontare una crisi respiratoria mentre fanno giardinaggio e farne uno dei pezzi indie più memorabili dell’ultimo decennio.
È ancora questo il suo superpotere: scrivere dell’esistenza come se stesse prendendo appunti sul retro di uno scontrino, salvo poi accorgersi che dentro quelle frasi apparentemente casuali c’è finita una vita intera. Dal vivo questa caratteristica diventa ancora più evidente perché le canzoni perdono parte della loro ironia da conversazione e acquistano peso fisico. Small Poppies è lenta, sporca, quasi indolente, ma sotto quella superficie continua a covare qualcosa. Le chitarre non decorano: graffiano, si inceppano, si trascinano. Il rumore non diventa ornamento e nemmeno dimostrazione di forza, ma piuttosto il punto in cui finiscono le parole, mentre la melodia viene continuamente minacciata dalla distorsione. Questa grammatica del suono si ritrova facilmente in pezzi come Mantis, Same e soprattutto History Eraser.

È qui che il concerto diventa interessante. Perché sotto il sarcasmo, le osservazioni laterali e quel modo di cantare come se stesse raccontando qualcosa a un’amica davanti a una birra, le canzoni di Courtney Barnett sono sempre state attraversate da una certa inquietudine. Need a Little Time la mette quasi completamente a nudo: voler stare con qualcuno e contemporaneamente aver bisogno di allontanarsene, cercare una risposta e sperare che nessuno faccia altre domande. Depreston rimane forse il manifesto migliore di questa poetica. Una visita immobiliare in periferia diventa una meditazione sulla vita degli altri, sulla morte, sul denaro e sulla possibilità piuttosto inquietante che un giorno anche la nostra esistenza finisca ridotta agli oggetti lasciati in una stanza. Barnett non sottolinea niente, non cerca il momento emotivo. Ed è proprio per questo che arriva.
Nel frattempo il concerto continua a muoversi tra presente e passato senza trasformarsi in una celebrazione nostalgica. Another Beautiful Day, Site Unseen e Great Advice convivono naturalmente con pezzi che ormai appartengono alla sua storia, fino a quando Elevator Operator riporta in superficie quella Courtney Barnett capace di trasformare un incontro casuale in un piccolo film urbano.

Poi, naturalmente, arriva Pedestrian At Best e tutte queste considerazioni possono tranquillamente andare a farsi benedire. Il riff parte, la tensione accumulata durante il concerto esplode e Barnett torna a essere quella che urla «put me on a pedestal and I’ll only disappoint you», probabilmente una delle dichiarazioni programmatiche più efficaci mai scritte contro il culto della personalità rock. È un finale perfetto proprio perché Courtney Barnett continua a funzionare per sottrazione. Non vuole essere un’icona, non vuole sembrare misteriosa e non sembra particolarmente interessata a trasformare ogni canzone in una dichiarazione generazionale. Preferisce raccontare appartamenti, ansie, ascensori, conversazioni sbagliate e giornate in cui non succede niente.
Eppure, quando Nobody Really Cares porta la serata verso la conclusione, è difficile non pensare che proprio lì stia ancora il suo punto di forza. In un rock che troppo spesso cerca disperatamente un motivo per sentirsi importante, Courtney Barnett continua a occuparsi delle cose piccole.
Poi alza il volume e diventano enormi.
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Courtney Barnett : la scaletta del concerto di Milano
- Stay In Yours Lane
- City Looks Pretty
- Avant Gardener
- Small Poppies
- Mantis
- Same
- History Eraser
- Need a Little Time
- Another Beautiful Day
- Depreston
- Stie Unseen
- Great Advice
- Elevator Operator
- Sugar Plum
- Wonder
- Before You Gotta Go
- Write a List
- One Thing At a Time
- Mostly Patient
- Canned Tomatoes
- Pedestrian At Best
- Nobody Really Care












![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)
















