articolo di Stefania Clerici | foto di Marco Arici
C’erano due domande che mi rimuginavano dentro prima del concerto dei The Black Keys all’Alcatraz di Milano: quanto spazio avrebbero avuto i grandi classici e quanto invece il ritorno alle radici blues che sta caratterizzando il nuovo tour?
La risposta è arrivata quasi subito. Fin dalle prime canzoni, Dan Auerbach e Patrick Carney hanno scelto di guardare indietro, agli anni in cui i The Black Keys erano soprattutto una chitarra ruvida, una batteria essenziale e un amore sconfinato per il blues. Non a caso il live si è aperto con Heavy Soul, uno dei brani più rappresentativi delle origini della band.

The Black Keys riportano il blues al centro del palco
All’Alcatraz la sensazione è stata immediata: una band meno interessata a stupire e più concentrata sul piacere di suonare. Pochi discorsi, nessuna ricerca forzata del momento da immortalare sui social e una scaletta costruita attorno alla musica.
La dimensione del locale milanese si è rivelata ideale per questo tipo di spettacolo. Più di una grande arena, l’Alcatraz sembra fatto apposta per valorizzare il lato più autentico dei Black Keys, quello che affonda le radici nel blues e nel garage rock.
Nei momenti migliori bastavano davvero pochi elementi: una chitarra, una batteria e una linea di basso capace di mettere tutti in movimento.

I grandi successi accendono davvero l’Alcatraz
Quando sono arrivati i brani che tutti aspettavano, da Gold on the Ceiling a Tighten Up, fino agli immancabili Howlin’ for You e Lonely Boy, la risposta del pubblico è stata immediata.
Il primo vero boato della serata è arrivato già con Gold on the Ceiling, uno dei brani più attesi dal pubblico. Nel corso del concerto anche I Got Mine ha rappresentato uno dei momenti di maggiore coinvolgimento, confermando quanto la parte più rock e viscerale del repertorio continui a essere quella che accende maggiormente la platea.
Poi, come spesso accade, l’encore finale ha fatto il resto. Little Black Submarines e soprattutto Lonely Boy hanno chiuso il concerto con quella sensazione di liberazione collettiva che distingue una buona serata da una davvero riuscita.
Sono canzoni che continuano a funzionare perché hanno qualcosa di estremamente semplice e diretto: riff immediati, ritornelli memorabili e un’energia che dal vivo acquista ancora più forza.

Cover e nuovo album: un viaggio nelle radici musicali della band
Uno degli aspetti più interessanti dello show è stato il modo in cui le canzoni del nuovo album Peaches! e le numerose cover si sono integrate con il repertorio storico.
Più che rappresentare una svolta, i brani di Peaches! sembrano una dichiarazione d’intenti. Dal vivo si inseriscono con naturalezza nel flusso del concerto, ma è evidente che il cuore dello spettacolo resta nelle canzoni che hanno costruito l’identità della band. Le nuove tracce convincono e trovano il loro spazio, senza però oscurare quell’anima blues e garage rock che continua a definire il suono dei Black Keys.
Le cover, da Have Love, Will Travel a Not Fade Away, non sono apparse come semplici parentesi. Al contrario, sono diventate il filo conduttore della serata, raccontando da dove arriva la musica di Dan Auerbach e Patrick Carney e perché, dopo tanti anni, riesca ancora a suonare così sincera.
Perché i Black Keys funzionano ancora
Dopo quasi trent’anni di carriera, sarebbe facile vivere di rendita. Invece il concerto conferma che il punto di forza dei Black Keys resta lo stesso di sempre: la chimica tra Dan Auerbach e Patrick Carney.
Dal punto di vista tecnico, lo show è stato praticamente impeccabile. Il suono dell’Alcatraz era potente ma mai impastato, con ogni strumento perfettamente distinguibile anche nei momenti più intensi. Una condizione ideale per apprezzare il lavoro della band e che ha valorizzato ulteriormente una location sold out ma mai soffocante: abbastanza grande da generare energia, abbastanza raccolta da mantenere il senso di vicinanza tra palco e pubblico.

Auerbach è stato probabilmente il protagonista assoluto della serata. Più che nei grandi singoli, ha brillato nei momenti in cui si è concesso maggiore libertà espressiva. Le cover e brani come Weight of Love gli hanno offerto l’occasione per alcuni dei passaggi chitarristici più ispirati del concerto, trasformando gli assoli in piccoli viaggi musicali mai autoreferenziali.
Anche la band di supporto è apparsa perfettamente coinvolta. Nulla è sembrato eseguito con il pilota automatico: sul palco si percepiva la sensazione di musicisti che si stavano davvero divertendo.
In un periodo in cui molti concerti sembrano progettati per essere condivisi prima ancora che vissuti, i Black Keys hanno scelto una strada diversa. Nessuna scenografia monumentale, nessun artificio particolare. Solo canzoni, una band affiatata e una grande fiducia nella forza della propria musica.
Uscendo dall’Alcatraz, la sensazione non era quella di aver assistito allo spettacolo più imponente dell’anno. Piuttosto, a un concerto costruito con esperienza, gusto e autenticità. Un concerto che non cercava di reinventare i Black Keys, ma che è riuscito a ricordare a tutti perché, dopo quasi trent’anni, continuino a essere una delle migliori rock band dal vivo in circolazione.
E forse è proprio questo il loro segreto: non cercano di essere qualcos’altro. Continuano semplicemente a fare ciò che sanno fare meglio. E, a giudicare dalla risposta dell’Alcatraz, funziona ancora benissimo.
Clicca qui o scorri qui sotto la fotogallery per scoprire gli scatti di The Black Keys all’Alcatraz di Milano del 10 Settembre 2026
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Scopri la setlist del concerto di The Black Keys all’Alcatraz di Milano – 10 settembre 2026
- Heavy Soul
- Fever
- Gold on the Ceiling
- Have Love Will Travel (Richard Berry & the Pharaohs cover)
- Just Couldn’t Tie Me Down
- Next Girl
- Lo/Hi
- Everlasting Light
- Howlin’ for You
- Wild Child
- Man on a Mission
- Weight of Love
- I Got Mine
- Where There’s Smoke, There’s Fire (Willie Griffin cover)
- Tighten Up
- Not Fade Away (The Crickets cover)
- She’s Long Gone
- Encore:
- Little Black Submarines
- Lonely Boy












![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)

















