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Interviste

Intervista ai KAIROSKILLER: «Siamo gli spettatori e contemporaneamente parte del film»

Kairoskiller presentano l’EP “Idea Of A Man”: «Togliere il superfluo per ritrovare chi siamo»

E’ uscito “Idea Of A Man”, l’EP d’esordio dei Kairoskiller, pubblicato da EDAC Music Group e anticipato il 9 settembre dal singolo “Daily Cinema”.

Cinque brani tra alternative rock, post-punk e garage che affrontano il tema dell’identità nell’epoca dell’iperconnessione. Un percorso in cinque movimenti che indaga lo scarto tra ciò che siamo e ciò che sentiamo di dover diventare, raccontando la fragilità di oggi attraverso immagini simboliche, tensione emotiva e una scrittura che sceglie di evocare più che spiegare.

1. “I’m Just The Idea Of A Man” parte dal momento in cui non ci si riconosce più allo specchio. Quanto della persona che diventiamo è frutto di una nostra scelta e quanto, invece, è il risultato di tutto ciò che abbiamo imparato?

È impossibile separare del tutto le due cose. Una parte di quello che diventiamo è sicuramente il risultato delle nostre scelte, ma quelle scelte non avvengono mai nel vuoto. Cresciamo dentro una famiglia, una società, una cultura, delle aspettative, dei modelli di successo, di bellezza, di relazione e di comportamento. Impariamo molto presto cosa è desiderabile e cosa invece è meglio nascondere.

Il problema arriva quando smettiamo di distinguere quello che abbiamo scelto da quello che abbiamo imparato a fare.

I’m Just The Idea Of A Man nasce proprio da questa distanza. Non parla di una persona falsa, ma di una persona che a un certo punto si accorge di essere diventata molto brava a interpretare un ruolo. E la domanda diventa: quanto di quello che vediamo allo specchio ci appartiene davvero?

Non pensiamo che la risposta sia semplicemente “liberarsi da tutto”. Anche perché sarebbe un’altra forma di idealizzazione. Forse il primo passo è proprio accorgersi che quella distanza esiste.

2. Più efficienti, più presenti, più performanti, più riconoscibili. Dove si applica, o si dovrebbe applicare, per voi il principio di sottrazione?

Un po’ ovunque. E soprattutto nella necessità che abbiamo di riempire continuamente tutto.

Siamo circondati da stimoli, informazioni, immagini, contenuti, opinioni e persone che cercano di essere viste. Anche noi, facendo musica e comunicazione, ne facciamo inevitabilmente parte. Per questo non pensiamo che basti dire “spegnete i social” e il problema sia risolto.

La sottrazione per noi significa soprattutto imparare a capire cosa non serve.

Nel processo di produzione dell’EP è successo anche musicalmente: abbiamo tolto parti, suoni, dettagli e idee che potevano essere interessanti singolarmente ma che non servivano davvero alla canzone. Ed è una cosa che vale anche fuori dalla musica.

Non tutto deve essere detto. Non tutto deve essere documentato. Non tutto deve diventare un contenuto. E non dobbiamo necessariamente essere sempre più qualcosa.

A volte può bastare essere.

3. “Daily Cinema” parla di un mondo trasformato in spettacolo, ma senza mettere chi guarda nella posizione comoda dell’innocente. In un’epoca in cui vediamo tutto e possiamo reagire a tutto in pochi secondi, vi sembra che la nostra capacità di sentire sia aumentata o si sia consumata? In parole povere: vediamo e facciamo finta di non vedere, o non vediamo proprio?

Entrambe le cose.

Non pensiamo di essere diventati per forza meno sensibili come esseri umani. Il problema è che siamo esposti a una quantità di cose talmente enorme da non riuscire più a dare a tutto lo stesso peso.

Possiamo passare da una guerra a un meme, da una catastrofe ambientale a un video di un gatto, da una tragedia dall’altra parte del mondo alla pubblicità di un paio di scarpe, facendo praticamente lo stesso gesto con il pollice.

Daily Cinema nasce proprio da questa sensazione di anestesia. Non ci interessava dire “voi guardate e non vi importa niente”, perché noi siamo dentro quella stessa dinamica. Siamo gli spettatori e contemporaneamente siamo parte del film.

A volte vediamo e facciamo finta di non vedere. Altre volte abbiamo talmente tante cose davanti agli occhi che smettiamo proprio di riuscire a vedere davvero.

E questa seconda cosa ci fa ancora più paura.

4. Il nome Kairoskiller nasce dall’idea di “uccidere” il tempo qualitativo. Ma cosa succede alle nostre vite quando accadono e basta?

Probabilmente rischiamo di non accorgercene.

Se il tempo diventa soltanto qualcosa che deve passare, qualcosa da riempire o da utilizzare nel modo più efficiente possibile, allora anche le nostre esperienze rischiano di diventare una successione di cose che sono semplicemente successe.

Un concerto può diventare “sono stato a quel concerto”. Una relazione può diventare una serie di fotografie. Un viaggio può diventare un album da pubblicare. Anche un momento bello può diventare immediatamente qualcosa da archiviare.

Per noi Kairos è proprio il contrario: è il momento in cui quello che sta succedendo ha un peso perché siamo davvero lì dentro.

Ed è anche uno dei motivi per cui continuiamo a suonare. Quando siamo sul palco, per quanto possa sembrare paradossale, il tempo smette di essere qualcosa che dobbiamo controllare. Per un po’ accade e basta, ma siamo presenti mentre accade.

5.  In “You, Judas!” il tradimento del pianeta non appartiene a un generico “loro”: appartiene anche a noi. Quanto è difficile, oggi, parlare di responsabilità senza trasformarla né in senso di colpa né nell’ennesimo contenuto da consumare e dimenticare?

È difficilissimo, anche perché il senso di colpa da solo non produce necessariamente un cambiamento.

In You, Judas! ci interessava proprio evitare il meccanismo del “loro hanno distrutto tutto”. È molto facile individuare un responsabile lontano da noi e sentirci automaticamente dalla parte giusta. Ma viviamo dentro lo stesso sistema e ne facciamo parte, anche quando non siamo d’accordo con quello che produce.

Questo però non significa che la responsabilità sia distribuita in maniera identica tra tutti. Ci sono decisioni individuali, ma anche strutture economiche, politiche e industriali molto più grandi della possibilità di scelta di una singola persona.

Per questo non volevamo fare una canzone che dicesse semplicemente “è colpa tua”. Volevamo partire da noi stessi e dalla consapevolezza di essere coinvolti.

La responsabilità, per noi, diventa utile quando non si ferma alla colpa. Se diventa soltanto un altro contenuto che ci fa sentire male per tre minuti e poi passiamo alla storia successiva, non abbiamo fatto molta strada.

6.  Parlate di velocità, consumo, spettacolo, ambiente, relazioni e perdita di senso. Sono facce della stessa crisi o problemi diversi che finiscono semplicemente per convivere?

Pensiamo che siano problemi diversi, ma che abbiano delle radici comuni.

Non vogliamo ridurre tutto a un’unica grande spiegazione, perché sarebbe troppo semplice. Però ci sembra che molti di questi fenomeni condividano un rapporto particolare con il tempo, con il consumo e con il valore che attribuiamo alle cose.

Se tutto deve essere veloce, consumabile e sostituibile, questo può riguardare un oggetto, un contenuto, una relazione o persino il modo in cui percepiamo noi stessi.

L’EP non cerca di dimostrare che esista una sola crisi dalla quale derivano tutte le altre. Piuttosto mette queste cose una accanto all’altra e prova a vedere cosa succede quando iniziano a parlarsi.

Alla fine ci siamo accorti che, in modi molto diversi, tutte hanno a che fare con la difficoltà di mantenere un contatto autentico con qualcosa: con gli altri, con il mondo, con il tempo e anche con noi stessi.

7. C’è molta responsabilità nel vostro modo di guardare il presente, ma anche una certa sfiducia verso le risposte facili. Quanto è importante, per voi, lasciare delle domande aperte? E quali sono, oggi, le vostre domande aperte?

È fondamentale, perché non crediamo di avere delle risposte sufficientemente semplici da poterle mettere dentro una canzone. Ci interessa di più formulare bene una domanda che dare una risposta sbagliata solo perché ci fa sentire meglio.

Le domande aperte sono anche ciò che permette alle canzoni di continuare a cambiare significato quando arrivano a qualcun altro. Noi possiamo partire da un’esperienza molto precisa, ma non possiamo decidere cosa debba significare per chi ascolta.

Oggi ci chiediamo soprattutto quanto della nostra identità sia davvero nostra, quanto tempo stiamo vivendo davvero e quanto invece stiamo semplicemente attraversando. Ci chiediamo come si possa restare sensibili senza essere travolti da tutto quello che succede, come si possa costruire qualcosa di bello senza trasformarlo immediatamente in una prestazione e come si possa stare in relazione con gli altri senza perdere se stessi.

E ci chiediamo anche come si possa continuare a fare tutto questo senza diventare noi stessi esattamente quello che stiamo criticando.

8. Alla fine di “Not A Holiday” resta l’idea di un momento imperfetto, forse irripetibile, che non ha bisogno di diventare una storia più grande di quello che è. Cosa succede quando abbandoniamo l’idea di dare un significato a qualsiasi cosa?

Alcune cose possono solamente essere vissute.

Siamo molto abituati a cercare una narrazione per tutto: capire cosa significa una relazione, cosa significa una notte, cosa significa una perdita, cosa significa una persona nella nostra vita. E spesso lo facciamo anche dopo che il momento è finito, cercando di trasformarlo in qualcosa di comprensibile.

Not A Holiday nasce anche da questo: una cosa può essere stata importante senza dover diventare obbligatoriamente una grande storia. Può essere stata bellissima, sbagliata, confusa, irripetibile e basta.

Non crediamo che dare significato alle cose sia di per sé negativo. Il problema arriva quando sentiamo di doverlo fare per forza.

A volte una cosa può semplicemente essere successa. E magari proprio perché non proviamo a possederla attraverso una spiegazione, riusciamo a conservarne qualcosa di più vero.

9.  Se questo EP fosse una stanza in cui far entrare per un’ora una persona, che cosa vorreste che trovasse lì dentro?

Vorremmo che trovasse un posto in cui non sentirsi obbligata a essere qualcosa.

Non per forza un posto tranquillo, perché Idea Of A Man non lo è sempre. Ci sono rabbia, confusione, desiderio, perdita, senso di colpa, rumore e momenti molto intimi. Però vorremmo che dentro questa stanza ci fosse la possibilità di fermarsi e riconoscere qualcosa di sé.

Se dopo un’ora una persona uscisse da lì con una domanda, con un’immagine, con una sensazione o con la consapevolezza di non essere l’unica a sentirsi fuori posto, per noi sarebbe già abbastanza.

Alla fine anche la stella dell’EP nasce un po’ da questo. Non è un simbolo che debba avere un significato unico. È qualcosa che lasciamo lì, perché chi entra possa decidere cosa farne.

Forse vorremmo soltanto lasciare una piccola stella accesa nella stanza.

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