Per parlare del fatto, ovvero della release della line up, ovvero quello che andremo a sentire al Primavera Sound 2027, iniziamo scomodando un po’ il passato. Nel 2004 la prima edizione del Primavera Sound è un micro festival che vuole promuovere l’indie nazionale puntando su una line up internazionale contenuta ma comunque di livello: Pixies, Primal Scream, PJ Harvey, Franz Ferdinand. Io sto per iniziare il liceo. La seconda edizione del 2005 marca quello che è l’inizio della visione del macro-festival secondo alcuni osservatori (o detrattori), si sposta dagli spazi educativi del Poble Espanyol all’avveneristica calata di cemento sul mare del Parc del Forum. Nel 2006 arriveranno gli Shellac di Albini, che definiranno la cifra stilistica del festival, il core. Si arriverà man mano a spegnere 25 candeline nel 2027. Il mio approdo al Primavera, per la prima volta, sarà solo nel 2017: i miei Metronomy, MacDeMarco che fuma e suona la batteria completamente nudo, gli Arcade Fire in piena formazione, e a sorpresa più di una volta, Solange con il disco che l’ha definita (e forse anche finita) dopo le Destiny’s, Aphex Twin, i coccoloni con Bon Iver e The XX. Per arrivare agli exploit hyperpop con Miley nel 2019 accanto a Robyn (valsi assolutamente un viaggio di 24 ore, e ancora mi sogno la Wrecking Ball) e nel 2025 la Brat Summer e Chappell Roan.
Non è a caso né esagerato che i video di Guillem Cruells si fregino dell’ars in facendo degli scalpellini di Barnaby nel teaser che svela la line up questo bagnatissimo 5 ottobre (se lunedì eravate a Barcelona come la sottoscritta stavate bestemmiando o sotto il diluvio o in aeroporto a vedere il vostro volo partire praticamente con i cargo intercontinentali). Il Primavera, l’ho sempre detto, è un esperimento sociale (ed economico) interessantissimo se un minimo ci si interessa al micromondo del mercato musicale dei festival. Ma ha anche una dimensione che non va dimenticata, e che anzi, al netto delle ansie livello bookmaker seriali e delle aspirazioni da Coachella in versione democratica, è quella che spinge un nucleo solidissimo di fan che compra e va anche alla cieca, fidandosi del format, dello spirito, della promessa. Non è solo una community, è una relazione da vecchi amanti che allo scattare dell’estate tornano a vedersi.
Sono tornata al festival nel 2026 dopo una pausa di qualche anno vuoi per necessità, vuoi per impossibilità, provando una piacevole sensazione nel trovare alcuni nomi che mi hanno scaldato il cuore (le crepuscolarita’ degli Slowdive nel main stage a orario aperitivo sono qualcosa di fondamentale, in un mondo che ci vuole perennemente scoppiettanti) perché, in fin dei conti, mi mancava da morire quella gravità depressiva anni ’90. Questa era l’edizione dei The Cure come headliner di spicco, eppure, pensandoci bene, al di là dell’easter egg di Olivia Rodrigo (col senno di poi è stato più un test per lei e la sua credibilità che per il festival) so dire ora che il cuore pulsante e distorto dell’edizione, il rumore di sottofondo che doveva tenere il senso di tutto insieme, erano i My Bloody Valentine.
Per questo la line up di un festival, e soprattutto quella del Primavera, è una questione innanzitutto sentimentale. Cosa diciamo quindi di quella del 25esimo?
Lasciando da parte l’headliner Doeichii, che di certo non passa inosservata, la sempre ammirevolissima volontà di garantire il gender balance nei nomi (non è una cazzata), provo ad andare al cuore della lista degli artisti. È una cancer season totale, sono letteralmente pronta a piangere ad ogni palco, anche in after. Basta mettere insieme la combo Fontaines D.C. (con Dopamine Chamber però mi aspetto che salga sul palco Rosalia, grande assente), Hayley Williams e ovviamente loro, le regine incontrastate del cantautorato delle prese a male à la Sally Rooney, Phoebe Bridgers, e dei balli in solitaria da eterne seconde scelte, Robyn.
Certo, lascia un po’ di amaro in bocca vedere i Pavement in seconda fila quando furono i protagonisti dell’edizione 2020 aka 2022 (oltre a essere il motivo per cui ho comprato quei biglietti: tra i pezzi da vedere dal vivo nella vita c’era Grounded, e ho abbastanza fortuna a questo punto da dire che lo vedrò un’altra volta?), tanto quanto i Bleachers di Antonoff (ma sono di parte) e Anohi e i Dinosaur Jr (ma dove sono gli Yo La Tengo?). Ma tant’è, nemmeno la musica alternativa può resistere al mercato, si sa. E dopo il primo momento di interrogativi insistenti (e quindi solo questi headliner? I Fontaines fanno per la prima volta i palazzetti quest’anno, se ci pensiamo bene, al netto di quanto siano bravi) e la rosicata per quella che molti davano come praticamente un atto moralmente dovuto (gli Strokes, ovvio) oltre che le mie speranze di un altro 25esimo che cadeva a pennello (Yeah Yeah Yeahs, e allora la giovane universitaria fatta di sogni e velleità avrebbe preso il sopravvento sulla pseudo adulta che oggi rappresento per dire che sì, c’è ancora tempo per credere ai sentimenti) bisogna essere razionali.
È bene che si recuperi quella che fu la giornata persa di questa edizione (Massive Attack e Bad Gyal) eppure è come se mancasse il completamento di quello struggimento esistenzale che tutto, dalla Polachek e Weyes Blood, a Bonnie Prince Billy, a Vashti Bunyan (!), persino fino ai Chemical Brothers, Underworld e i Chvrches sembrano suggerire. Un Berninger, i Beach House, i Mogwai (numeri alla mano: 6, 5 e 5 edizioni del festival). E sul clubbing mi limito a menzionare i Simian Disco Mobile per completare il quadretto (ma insomma, tra Richie Hatwin, Arca e Bicep abbiamo sempre delle conferme importanti).
Quindi, se da un lato l’experience sentimentale è quasi del tutto completa anzi più di altre edizioni (il leitmotiv onirico nostalgista da Millennium Bug è ampiamente rappresentato), dall’altro viene da chiedersi: è davvero cambiato così tanto il mondo da non poter avere in line up un nome che venga direttamente da quel momento in cui abbiamo imparato a fare combaciare lo sludge con uno stato di perenne spleen emotivo? Davvero, abbiamo ancora bisogno del nome di lungo corso, o a 25 anni di festival possiamo aprirci al nuovo?
Chi può dirlo. È anche vero che c’è molto più ecosistema da fine millennio nei Turnstile di Never Enough che in altre produzioni di quegli anni, e non si tratta di scimmiottare un mood o un contesto ma di prendere atto del fatto che ne abbiamo ancora bisogno, tanto quanto di torturarci in situazioni impossibili e per questo bellissime. Un po’ come vedere Bradford Cox portare dopo anni quell’esperimento dolcissimo chiamato Atlas Sound (nel 2011 ascoltavo compulsivamente Parallax) e non i Deerhunter. O come vedere Santiago Motorizado senza gli El Mató, e se non sapete di cosa parlo andate istantaneamente ad innamorarvi.
È un po’ come quando ti ritrovi davanti la tua cotta preferita: avvampi sempre perché vedi prima l’immagine che hai proiettato che la realtà dei fatti. Poi scavi nelle righe, cerchi la crepa da non perdere (Wallows, Westside Cowboys, Diiv) o quella che neanche ti sorprende troppo (Angine de Poitrine), insomma, vai a fondo, o esci dalla caverna, o almeno ci provi. A volte accetti semplicemente che sia così, e decisamente, è meglio non indagare di più: non ha senso fare a pezzi un festival se alla fine ci fa un discorso di senso più di tante accozzaglie. Va bene anche farsi raccontare quella storia, e questa edizione sembra suggerirne una. E se ci chiederanno di cosa parliamo, e perché parliamo così tanto della line up del Primavera Sound per i suoi 25 anni sapremo cosa rispondere.












![PETER GABRIEL [Credits: Nadav Kander]](https://www.rockon.it/wp-content/uploads/2026/10/peter-gabriel-600x337.jpg)















