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Interviste

Intervista a YLENIA LUCISANO: il suo viaggio tra percorsi e mete, lingue e linguacci, geografie ed appartenenze

La cantautrice calabrese torna con il nuovo singolo “Fuija Fuija (Slow)”, secondo capitolo del suo progetto ethnotronico, raccontando il conflitto interiore di vivere alla perenne ricerca di qualcosa e il desiderio di tornare a un ritmo più umano, per godersi il percorso e ritrovare l’autenticità anche attraverso un dialetto che va dritto alla memoria e alle origini di un viaggio esplorativo tra suoni, parole e dintorni.

Articolo di Adriana Panico

Benvenuta a Rockon. Partiamo dagli inizi: nel 2014 hai pubblicato il tuo primo disco, quello più folk per arrivare nel 2019 a una virata più cantautorale che oggi fa del dialetto il suo manifesto espressivo. Cosa è successo, dentro e fuori dalla musica, che ti ha fatto cambiare strada?

Non è semplice da spiegare in poche parole. Un genere può cambiare, ma quello che non cambia è la persona che lo porta. Se mi rivedo dodici anni fa, quando è uscita la mia prima canzone, mi faccio molta tenerezza: sono partita con l’idea di andare a spaccare, di realizzare i miei sogni, molto proiettata verso il futuro. Questo mi ha portata a fare delle scelte anche in maniera inconsapevole, buttandomi su tante cose solo per fare. Oggi sono più conservativa.Mi rendo conto che questo percorso mi sta riportando alle origini: ero partita dalle origini per andare lontano, adesso il mio obiettivo è tornare alla base, perché sapere da dove vieni ti aiuta a capire dove stai andando. È anche il tema dell’ultimo singolo, Fuija Fuija: mi sono trovata a correre tanto nella vita senza capire bene dove stessi andando. Succede nella vita, e mi è successo spesso anche a livello musicale: pur di fare collaborazioni, di prendere tutto quello che arriva, rischi di perdere la tua identità.

I primi due dischi, devo dire, li rifarei così come li ho fatti: il primo un po’ più folk, il secondo più cantautorale. Oggi unisco queste due facce, inserendo anche la componente contemporanea dell’elettronica, dell’elettrofolk. È un’evoluzione che ha una sua coerenza, almeno dentro di me.

“Fuija”, cioè “scappa”, e “Slow”, “piano, rallenta”, sembrano una contraddizione. Come si fa a mettere in un arrangiamento, in una scelta di produzione, sia l’esigenza dell’una sia la necessità dell’altra?

Se ti rispondessi in maniera tecnica, direi che questa canzone è stata studiata a tavolino, e non è così. È stato un incontro di alchimie. Vivevo un periodo molto difficile della mia vita, in cui sentivo proprio questo contrasto: volevo andare via da Milano. Erano capitate tante cose per cui dovevo cambiare lavoro, relazione, casa. In tutto ciò Gerolamo, il mio produttore, mi manda una traccia e mi chiede cosa ne penso. Era molto più grezza rispetto all’arrangiamento finale, ma si è sposata subito con il mio stato d’animo. Mi ricordo che era una sera, ero da sola a casa, a letto, buttata lì nei miei pensieri e ho detto “che figata, questa cosa”, provo a esprimere quello che sto provando e lo scrivo su questo arrangiamento. È un’alchimia che si è creata senza che ne avessimo parlato prima. Con Terra Rossa, il singolo precedente era stato diverso: avevo dato a lui delle vibes, gli avevo raccontato la mia storia, eravamo partiti più dalla storia che dal suono. Stavolta invece siamo partiti da un’emozione che si è incontrata con il suono, ed è nata questa canzone. Sono alchimie che non succedono sempre.

Quindi quando cominci a scrivere un pezzo, che cosa arriva prima di solito? Una frase, un’emozione, una melodia, o è sempre diverso?

Non sempre ricordo il momento preciso in cui nasce una canzone. Non c’è una regola, ma tendenzialmente parto dal testo: mi piace appuntarmi cose scritte sul cellulare e, quando arriva l’ispirazione, vado a pescare da lì. Non riuscirei, per esempio, a fare l’autrice come chi oggi scrive dieci, venti canzoni al mese in maniera seriale. Invidio chi lo sa fare, perché vuol dire che ha una creatività costante; io ho bisogno di più tempo, quindi non so se riuscirei a scrivere anche per altri. Mi è stato chiesto, ma non sono pronta a farlo.

Hai fatto una scelta molto significativa: l’utilizzo del dialetto nella musica italiana contemporanea, che oggi fanno anche tanti altri artisti e artiste. Pensi che stia cambiando qualcosa nel modo in cui il pubblico si aspetta di ascoltare la musica di “radici”?

Chi fa musica popolare c’è sempre stato e continuerà a esserci. Adesso sta forse diventando una tendenza, anche grazie a personaggi usciti dal mondo dei talent. Ed è bello perché è un modo per dare risalto a un linguaggio secondo me più vero, anche grazie alla risposta del pubblico, che oggi cerca autenticità nei testi.

È una fortuna, perché io ho iniziato dodici, tredici anni fa a mettere il dialetto, nel mio piccolo, nelle canzoni; oggi sento di poterlo fare senza essere giudicata. Chi cantava in dialetto era un po’ “definito” di un’altra generazione, l’uomo con la chitarra, troppo popolare, troppo da paese. Poi c’era il neomelodico, che era un’altra cosa, non categorizzabile; c’era la musica tradizionale popolare napoletana, quella bella; c’era Pino Daniele, che è una cosa a sé, per me è il numero uno, perché ha portato il blues col dialetto. E c’era la musica più di nicchia, come quella di Peppe Voltarelli, per parlare di calabresi. Una generazione un po’ d’altri tempi. Oggi che lo stanno facendo soprattutto le donne, e le donne giovani, mi sento più a mio agio. Anni fa mi sentivo un po’ fuori contesto, e questa cosa mi è stata fatta pesare, tanto che persone con cui lavoravo all’epoca mi hanno suggerito di abbandonare il dialetto. Ci ho pensato molto, perché comunque mi piaceva, adesso sono tornata più carica di prima e con più convinzione.

Quando si mescola una tradizione con l’elettronica, c’è sempre il rischio di cadere in un effetto cartolina esotico ben confezionato. Tu come definiresti il genere che fai?

Le etichette oggi servono soprattutto alle piattaforme digitali. Tutti i generi sono contaminazioni, e si inventano nomi per categorizzarti nelle playlist e farti uscire in base al genere che uno ascolta. Quando abbiamo caricato i brani sulle varie piattaforme ci hanno chiesto “qual è il genere che fai?”, e ci è piaciuta “ethnotronica”, che è il misto tra musica etnica ed elettronica: suonava bene. Ma in realtà domani potrei ritrovarmi a fare la trap, o il liscio, non lo so. Adesso mi trovo bene in questa veste e cerco di mantenere una linea, un’identità che sto definendo. In questo momento non voglio più incasellare i generi, perché sei comunque costretto a farlo per poter pubblicare la tua musica. Ma non so bene che genere faccio.

Quali sono le tue radici d’ascolto, le personalità artistiche che ti ispirano?

Tutta la musica cantautorale italiana, in maniera indiscriminata: tutti quei cantautori che hanno dato molto peso ai testi. Non perché i testi debbano essere pesanti, ma perché chi ha in mano una penna e una voce da poter sfruttare a livello mediatico ha, secondo me, un ruolo, una missione molto importante: dare dei messaggi, che siano leggeri, politici, sociali. È una grande responsabilità e un grande piacere. Sono una cultrice dei testi: De Gregori, De André, Pino Daniele, ad esempio. Vado prima a leggere i testi, poi mi interesso del resto. Anche una canzone di un nuovo cantautore devo ascoltarla tante volte, perché prima mi soffermo sul testo, su cosa vuole dire, poi magari arrivo all’arrangiamento. Amando i testi, amo i cantautori.

Hai citato cantautori che sono stati molto legati alla loro terra. C’è qualcuno che, secondo te, oggi riesce a tenere insieme tradizione popolare e linguaggio contemporaneo?

Non mi sento di fare nessun nome. Forse sono io che non mi interesso abbastanza a studiare, perché sono rimasta un po’ ai vecchi cantautori. Credo però che ci sia sicuramente una tendenza a ritrovare le proprie radici nelle canzoni che si scrivono, perché il pubblico ha bisogno, come dicevo, di autenticità, di verità, di storie vere, di immergersi nelle storie di chi canta, un po’ come si faceva una volta quando c’erano testi che emozionavano.

Immagino tu voglia tornare sul palco.

Sì, l’obiettivo numero uno è costruire il live. Ho cambiato città da due mesi, sono a Bari non ho più i musicisti che avevo prima ma sono al lavoro.

Parti dalla Calabria, vivi a lungo a Milano, oggi sei a Bari. I movimenti geografici delle persone sono un’ esposizione a contesti diversi ma anche una finestra anche sul proprio mondo interiore. Come vivi la tua geografia?

Cerco nuove ispirazioni: Milano credo che mi abbia dato tutto, e io ho dato tutto a lei; adesso c’è bisogno di novità. Sto cercando dei musicisti a Bari: inizierò concretamente a fare delle prove, a vedere se nasce la vibrazione giusta per farne un live. Soprattutto cerco di godermi il percorso, cosa che forse non sono mai riuscita a fare, perché sono sempre stata proiettata in avanti. Adesso voglio godermi il percorso.

Scegli di cantare anche in dialetto: non hai mai avuto paura che non sia compreso trasversalmente?

Sono problemi che mi sono posta, ma poi mi sono detta: siamo abituati, per esempio, alla musica tradizionale napoletana, che ha sempre fatto parte del repertorio italiano; non è mai stata un repertorio di settore. Quindi perché aver paura? Ci sono tante parole napoletane che non comprendo, eppure mi sono trovata tante volte a cantarle.

Io scrivo prettamente in italiano, e questo facilita la comprensione: a parte qualche termine che metto in dialetto, il senso lo capisci anche solo leggendo l’italiano. Il dialetto, per quanto mi riguarda, lavora sul suono della parola, non sul significato: bypassa e va dritto alla memoria. Ci sono tante parole di cui, anche se non capisci il significato, è la vibrazione a farti trovare il senso. Mi sento un po’ portatrice del calabrese, per chi vive al Nord o per chi è cresciuto in Calabria e ha dimenticato quelle parole — io sono la prima — perché sto facendo anche una ricerca di termini, di detti, anche per trovare ispirazione. Arricchiamoci anche di questo, della nostra lingua d’origine. Non ho paura, anzi: sarei contenta di portare anche a chi non lo conosce dei termini nuovi.

Hai qualche nuova canzone in uscita nei prossimi mesi?

C’è una canzone, in realtà, che andrebbe benissimo per farla uscire prima di Natale. L’ho scritta proprio in quel periodo l’anno scorso, e non potevamo farla uscire perché era già tardi. Spero di riuscire a lanciare questa chicca, secondo me molto simpatica: partiamo anche un po’ con l’ironia. “Fuija Fuija” è un pezzo molto riflessivo, che parla della vita quotidiana pesante; “Terra Rossa” parla di rabbia, di malinconia; adesso voglio ridere ed essere un po’ ironica. Sarà un pezzo che parla dell’ironia, anche del Sud.

Vuoi anticiparci qualcosa anche dei tuoi live?

Se tutto va come deve andare, spero di riprendere con i live da primavera-estate del 2027. Sono stata ferma per tanti anni: l’ultimo tour l’ho fatto nel 2019, poi c’è stato il Covid, poi mi sono fermata anche per motivi personali. Adesso è come se stessi ripartendo da zero, anche a livello di contatti; ho cambiato città. Vorrei costruire qualcosa al Sud, trovare realtà del Sud. Ho sempre lavorato con realtà del Nord; adesso vorrei capire cosa c’è qui, cosa si può fare. È una ricerca: non so dove mi porterà, ma vado avanti.

Che cosa vorresti che il pubblico si portasse a casa dal prossimo concerto?

Un po’ di spensieratezza, di divertimento. È quello che cerco io quando vado ai concerti, agli eventi culturali, a teatro: crearmi un momento veramente di presenza, cercando di godermi la musica, l’arte, il cinema, trovando lo spazio per me. Quando vai a un concerto vai nello spazio di qualcun altro, ma lo fai per te stessa, perché cerchi benessere. Quindi vorrei che le persone si portassero a casa del benessere, del benessere psicofisico.

Clicca qui per ascoltare il brano: https://pirames.lnk.to/FuijaFuijaSlow

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Figlia di madre sirena e padre vulcano, adottata da svariate divinità e griot. Fatta di mare, snack e rotelle alla liquirizia. Estranea ai numeri, capace di contare in lettere e note. Paladina di bellezza e di mezzelune sopra ai volti rivoltati verso l’alto, l’occhio strizzato a filantropia, educazione e altri affari istituzionali. Potendo, sarebbe la migliore amica di Kate Moss. O lei.

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