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Reportage Live

FONTAINES D.C.: quando a vincere è il suono cupo e dannato della malinconia. Foto e scaletta del concerto di Padova.

Nella cornice suggestiva del Parco della Musica, il gruppo irlandese ha infiammato gli animi dei fan
in una fresca serata d’estate.

Foto di Roberto Finizio | Articolo di Chiara Bernini

Ci eravamo lasciati lo scorso giugno con le prime due tappe estive in Italia e, ieri sera, dopo i successi di Bologna e Milano, i Fontaines D.C. sono saliti sul palco del Parco della Musica a Padova per regalare un’ora e venti di spettacolo intimo nel nome dell’amore per l’Irlanda.

Dopo i successi dell’album di debutto Drogel nel 2019 e A Hero’s Death nel 2020 – che li ha consacrati tra i grandi esordienti della scena post-punk – l’album da promuovere questa volta è Skinty Fia, terzo e ultimo sforzo della band uscito lo scorso aprile. Con le loro ormai inconfondibili sonorità cupe, anche in questo disco i cinque originari di Dublino proseguono il racconto delle proprie radici irlandesi attraverso l’indagine della loro insofferenza nei confronti della vita, dei problemi e delle difficoltà vissuti fuori dal proprio Paese, quello che amano, mentre vivono in un’Inghilterra che stenta quasi a riconoscerli e a slegarli dalla Storia, dipingendoli come minacce. Effettivamente, Skinty Fia in italiano equivale più o meno a “sia dannato il cervo”, un’imprecazione irlandese adottata con convinzione dalla band proprio come simbolo della loro inettitudine nei confronti della vita londinese. Ma se questa complessità interiore già trasuda da ogni singola traccia che i Fontaines D.C. hanno registrato fino ad oggi, ecco che dal vivo tale malinconia e sofferenza si concretizzano, incendiando gli animi del pubblico e rendendolo così partecipe di un’insofferenza che quasi diventa un inno esistenziale capace di parlare una lingua universale. 

Questo quanto percepito anche ieri sera a Padova.

Grian Chatten dei Fontaines D.C. (foto di Roberto Finizio)

Arrivata sul luogo dell’evento noto subito con grande piacere l’eterogeneità del pubblico, variegato sia nell’età che nello stile: ci sono coppie, amici e persino famiglie con i propri figli adolescenti o addirittura con bambini piccoli che si godono una birra nell’insolita frescura della serata padovana. Mi muovo per il Parco per assaporare ogni secondo della gioia di essere tornata a un concerto, cosa che ormai non do più per scontata dopo l’avvento del Covid, piombato sulle nostre vite come un fulmine a ciel sereno. Sono tante le magliette che attraggono il mio sguardo, dai Rolling Stones ai The Cure passando dagli Idles ai Joey Division. Ci sono dei tavoli sì ma qua e là capita di vedere persone stese sul prato a godersi il momento. Percepisco anche qualche accento non italiano e vedo spuntare una bandiera irlandese. L’atmosfera è elettrizzante.

La location è intima: credo poco più di mille fan sotto un palco dalla scenografia estremamente semplice fatta di un intreccio di rose rosse ed edera che si inserisce perfettamente nella cornice naturale del Parco della Musica, dove la fila di luci che illuminano il prato regalano l’immagine di una tipica serata estiva spensierata, in cui i problemi e i pensieri sono addolciti dalla serenità della musica. Prima dei Fontaines D.C. non è prevista nessun’altra band e quindi alle 21, tra una strimpellata di chitarra e un rullo di batteria eseguita dai tecnici, il pubblico inizia a farsi sentire applaudendo e richiamando a gran voce il quintetto irlandese.

Faccio un ultimo giro, ho ancora tempo. Proseguo dietro il palco avvicinandomi alla cupola trasparente che accoglie il giardino botanico del Parco e che momentaneamente è adibita a camerino. Socchiudo gli occhi per mettere a fuoco e li vedo: cinque ragazzi che avranno poco più della mia età, normalissimi sia nei vestiti che nell’atteggiamento. Stanno chiacchierando, qualcuno guarda il telefono e un altro saltella qua e là. Sono incuriosita ma sottraggo lo sguardo per non rivelarmi troppo, voglio vederli sul palco.

Poco dopo le 21:30 le luci si spengono, è giunto il momento. Nel Parco si diffonde la versione inglese di Bella Ciao cantata da Marc Ribot con l’ausilio di Tom Waits tratta dalla sua raccolta Songs of Resistence, preannunciando uno spettacolo altamente emotivo. Una intro particolarmente struggente e in linea con i sentimenti trasmessi dall’ultimo disco dei Fontaines D.C. La considero anche tristemente azzeccata per noi fan italiani, visti i tempi bui che la politica ci sta regalando, ma questa è un’altra storia… Questa sera è dedicata all’Irlanda! E infatti sulle ultime parole “This is the flower of the partisan / Who died for freedom” i Fontaines D.C. fanno il loro ingresso sul palco: sono gli stessi giovani che ho visto qualche minuto fa in canottiera, maglietta a righe, cappello da pescatore e sigaretta in bocca ma con una stratosferica energia in corpo. 

Il concerto parte subito con In ár gCroíthe go deo, il brano che apre il nuovo album. Traducibile dall’irlandese come “Per sempre nei nostri cuori”, si tratta di una canzone inquietante dal ritmo serrato e dall’armonia delle voci su cui si staglia quella di Grian Chatten che – come posseduto dalla forza della musica – si dimena sul palco e si aggrappa con tutto il suo peso all’asta, innalzando le mani al cielo come se stesse predicando. Seguono A Lucid Dream, tratto da A Hero’s Death, e Hurricane Laughter, estratto da Dogrel. Grian è ipnotico: tormentato, canta con tutte le sue forze e salta al suono martellante della batteria di Tom Coll, incitando il pubblico che si infiamma. Qualcuno si fa trasportare, lasciandosi andare in uno spettacolare crowd surfing. Padova è ai loro piedi.

Sul sound incalzante di Sha Sha Sha il Parco della Musica si trasforma poi in uno stadio i cui cori fanno da sottofondo. Giunge il momento della splendida nuova ballad Roman Holiday, seguita da I Don’t Belong e poco dopo da Big Shot. Qui le chitarre di Carlos O’Connell e Conor Curley trasmettono meravigliosamente il senso di malinconia percepito dalla band e accolto da un pubblico ondeggiante e con le mani al cielo. Con Chequeless Reckless, Televised Mind e Nabokov si riprende il ritmo incalzante e angoscioso tipico del gruppo di Dublino. Grein, nel suo mix di arroganza e canto quasi gridato in stile fratelli Gallagher (di cui conserva anche una posa simile, tenendo spesso un braccio dietro la schiena) fa impazzire i fan. Scoppiano applausi ritmati, cori, salti e tra i più vivaci c’è chi si fa ancora trasportare da una parte all’altra del parterre, scivolando sulle teste dei presenti. 

Nel corso della serata c’è anche spazio per un piccolo siparietto che denota la passione che i Fontaines D.C. infondono nei propri concerti: durante l’esecuzione di Too Real, l’energia di Grein lo costringe a cambiare l’asta, dopo essersi apparentemente fatto male alla mano. Si continua con le ultime tre canzoni: la drammatica How Cold Love is, la lunga Jackie Down the Line supportata dai cori del pubblico a suon di La La La e A Hero’s Death che, con il suo urlo disperato “Life ain’t always empty” ripetuto ossessivamente, chiude la prima parte del concerto, lasciando il pubblico padovano con il fiato corto e pieno di adrenalina.

Sullo sfondo del palco, la scritta Fontaines D.C. si colora di Verde, Bianco e Arancione, i colori dell’Irlanda. Dopo qualche minuto, incitati dai cori dei fan, i dubliners imbracciano nuovamente gli strumenti, cavalcando verso la fine della serata con i brani Skinty Fia e Boys in the Better Land. Un duo interamente dedicato al legame con la loro terra natia che, nonostante lo strappo dovuto dal trasferimento in Inghilterra, resta comunque l’unico luogo da chiamare casa, una patria di cui i Fontaines D.C. sono perdutamente innamorati e per sempre legati, così come cantato nell’ultima tormentata I Love You che chiude un’ora e venti in cui il gruppo ha condiviso senza filtri le proprie cupe emozioni e angosce. 

Finito il concerto, la scritta sul palco si illumina di nuovo, questa volta di Verde, Bianco e Rosso, i colori dell’Italia. Mentre mi allontano dal Parco della Musica non posso che interrogarmi sul legame che possiedo io con questo Paese, paragonandolo con quello che unisce i cinque ventenni di Dublino alla loro nazione. Se a questa domanda però mi lascio ancora tempo per rispondere, sono andata a dormire con una certezza: ieri sera a farmi sentire a casa ci hanno pensato i Fontaines D.C.

Clicca qui per vedere le foto del concerto dei Fontaines D.C. in concerto al Parco della Musica di Padova (o sfoglia la gallery qui sotto)

Fontaines D.C

Fontaines D.C. – la scaletta del concerto a Padova

In ár gCroíthe go deo 

A Lucid Dream

Hurricane Laughter

Sha Sha Sha 

Roman Holiday 

I Don’t Belong 

Chequeless Reckless 

televised Mind 

Nabokov 

Big Shot

Too Real 

How Cold Love Is 

Jackie Down the Line

A Hero’s Death 

Encore:

Skinty Fia

Boys in the Better Land 

I Love You

Written By

Il percorso di Roberto Finizio si sviluppa sotto una nuova luce a partire dal 2009, anno in cui passa dal praticare la fotografia come passione al farla diventare una professione. Dopo gli studi per affinare le proprie conoscenze tecniche, decide quindi di unire tra loro i suoi più grandi interessi: la musica ed il teatro. È così che inizialmente si dedica alla fotografia live, attività che gli permette di catturare con la sua Canon alcuni tra i più grandi artisti del panorama italiano ed internazionale. Col tempo sceglie tuttavia di ampliare i propri orizzonti, ed inizia così a lavorare anche nel settore sportivo ed in quello pubblicitario come fotografo di still life.

2 Comments

2 Comments

  1. Federica

    17/08/2022 at 22:12

    Bellissimo articolo, complimenti! C’ero anch’io e leggendo fra queste righe ho rivissuto brevemente le emozioni provate nel vederli per la prima e di certo non ultima volta dal vivo. Spaccano di brutto, non c’è storia.

  2. Giuseppe Licata

    18/08/2022 at 19:07

    Scusa ma ero lì e tutta sta cupezza e malinconia l’hai avvertita solo tu mi sa eh…i Fontaines abbinano letteratura ad un rock-pop travolgente e il solo chiamarli post-punk li infastidisce non poco per loro stessa ammissione. Nelle loro liriche c’è grande gioia di vivere e satira sublime, come nel miglior Joyce o meglio ancora in Brendan Behan e nell’eroe dichiarato di Grian : Shane Mcgowan. La posa alla Oasis poi,lasciamo perdere che è meglio…

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