Articolo di Marzia Picciano
Dopo svariate interviste a voci rock, new wave, post punk che in qualche modo hanno caratterizzato i primi selezionati di Rock Contest, arriviamo a conoscere ZAC BLUE, poliedrico e sfuggente cantautore di Lucca, artista a tutto tondo, dalla voce alle mani (per disegnare) e i PROLEX, ovvero Maurizio De Gennaro, Matteo Stefani e Fabio Angeli, trio di musicisti localizzato a Siena e dedito all’arte della jam in stile Khruangbin – si, proprio a loro.
Un incontro non scontato, ma possibile, ci dicono i Prolex, soprattutto per la forte amicizia tra Maurizio e Zac, che ha portato a realizzare quello che lo stesso Zac in un video su instagram definisce il loro “solito progetto che combina Jazz, hip hop e altre cose”, e che poi tanto solito non è.
Zac Blue definisce la sua musica “come un urlo generazionale cristallizza la condizione di un uomo disorientato nella società, fondendo lirismo crudo ed emotività viscerale”. Ed è così: con un piglio da freestyle, mischia con grande sensibilità spoken work e rap riuscendo ad arrivare diretto, emotivamente al cuore e non solo alle orecchie delle persone.
Zac come Maurizio, ci dicono i Prolex, sono entrambi di Lucca e amici di lunga data. “Nel corso degli anni hanno passato tanto tempo nello stanzino di Zac che, oltre ad essere scrittore, è anche un abile produttore e disegnatore. Nel frattempo Mauri studia a Siena Jazz e conosce Matte (batteria) e Fabio (basso); da quest’incontro, e in particolare da un weekend passato insieme sull’Appennino tosco-emiliano a improvvisare e registrare, nascono i Prolex.“
Due progetti separati che si incontrano a un punto di maturità. Come è andata con i Prolex?
“Il repertorio inizialmente consisteva in idee estratte dalle lunghe jam che sono diventate il nostro appuntamento settimanale; dopo qualche tempo abbiamo cominciato a sentire la necessità di dare vita a brani più strutturati e ragionati a livello compositivo, pur mantenendo vivo l’aspetto improvvisativo, specialmente nelle situazioni live. Nella nostra musica cerchiamo di mantenere come punto focale il suono complessivo di gruppo più che le abilità strumentali di ciascuno; ci piace questa dimensione più collettiva che abbiamo cercato di imprimere nel nostro primo EP, pubblicato di recente.”
Un approccio sicuramente non classico.
“Siamo nati tutti con una formazione jazz, che all’interno del nostro progetto abbandoniamo sempre di più, prediligendo qualsiasi forma di musica ci racconti qualcosa. Quest’ultima è uno spettro veramente ampio, che varia spesso nel tempo. Un giorno ti trovi ad ascoltare Lizzie McAlpine e alla prova dopo il Quartetto per la fine del Tempo di Messiaen. E non c’è cosa più bella.”
Come avete deciso di mettere insieme le forze insieme a Zac Blue?
“Poco più di un anno fa volevamo sperimentare con il trio la possibilità di inserire una voce, e lo stile crudo e poco ortodosso di Zac si incastrava a pennello con le nostre ambizioni nevrotiche. L’alchimia tra le persone, prima di qualsiasi altra cosa, è stata cruciale.”
E si vede. Per ora le vostre sono solo esibizioni live, prevedete un disco insieme?
“L’idea è sicuramente in cantiere; lo scorso marzo abbiamo registrato il live che abbiamo suonato all’Exwide di Pisa e stiamo ragionando se condividerne qualche estratto, però sicuramente il sogno più grande sarebbe passare del tempo insieme in uno studio vero e proprio, per sperimentare a livello di sound, rifinire i brani vecchi e comporne di nuovi.”
Lo stile Zac Blue ricorda molto gli Studio Murena, e si fonde benissimo sulle atmosfere distorte dei Black Midi (strizzando l’occhio anche ai Soviet Soviet), anche se lui di questi gruppi conosce e adora particolarmente solo i Black Midi.
Ma lui non condivide neanche troppo l’incasellamento tramite paragoni musicali.
“Penso finisca per ridurre qualcosa di vivo e personale a un esercizio di somiglianza — e come diceva un vecchio saggio: non abbiamo una bocca tonda per mangiare cibo quadrato.”
Giusto. Eppure è evidente che l’aspetto del live più vicino a hip hop e spoken word sia di fatto il tuo elemento di riconoscimento primario.
“Sì, direi che è giusto dire che la mia musicalità sia nata e tutt’ora spesso graviti attorno ad una formula creativa legata all’hip-hop. Ho iniziato a scrivere e fare beats circa 10 anni fa su un vecchio laptop con Fruity Loops Studio. Ho sempre però sentito il bisogno di de-schematizzarmi il più possibile, spesso finendo col pagare il prezzo di risultare in sonorità sgradevoli o fin troppo esagerate, ma così facendo ho pian piano espanso i miei orizzonti sonori a svariati nuovi “generi”, ma soprattutto nuovi mondi emotivi. Prima di conoscere i Prolex avevo un singolo concerto sulla mia cintura, con un altro gruppo, i Bona Ugo. Per tanti anni per me la musica è stata isolamento, esplorazione dell’ego e dell’io in solitudine, fino a derealizzarmi… tenendo gelosamente chiusi nel mio pc migliaia di progetti.”
Qual è stato il punto di svolta, il cambiamento con i Prolex?
“Con i Prolex ho avuto l’occasione di costruire un nuovo approccio. Con loro sono riuscito ad aprirmi, a cantare dal vivo accanto a tre musicisti e artisti dalla sensibilità arguta e dal talento fuori dal comune. Pian piano mi sono sfilato il mantello del pavido impaurito, riscoprendomi invece fiducioso e sicuro di me. In poco tempo siamo riusciti a seminare già tanto e sono sicuro che tra non molto potremo godercene i frutti!”
Anche il disegno è parte del progetto Zac Blue?
“Disegnare è un altro veicolo espressivo molto importante per me. Ho sempre disegnato, anche quando il mio outfit erano ciuccio e pannolone. Il disegno è stato per anni il mio migliore amico, in silenzio, con gli occhi a 5 centimetri dal foglio, pescavo mostri e creature con i miei pennarelli da quel pozzo dimensionale che chiamiamo immaginazione. Con la musica tutto è cambiato — la passione per la musica e per il disegno hanno iniziato a fare a botte nel mio cervello, volevano entrambe essere le mie preferite, mi venivano a suonare il campanello e si mettevano in mostra per fare colpo. Che gatte morte…”
Due passioni che si contendono l’attenzione non possono convivere?
“Non ho ancora un progetto vivido in mente su come fondere le cose. Sicuramente realizzerò delle copertine quando ne avrò l’occasione. Di recente mi sto avvicinando all’animazione, sebbene con strumenti di fortuna (un Nintendo DSi), mi sembra che possa davvero essere il medium perfetto per fondere musica e disegno.”
Invece a chi si rifanno i Prolex nello stile?
“Per quanto nelle descrizioni ci rifacciamo a tanti nomi, è sempre complesso rispondere a questa domanda. Di getto ci viene da pensare a gruppi psichedelici come i Khruangbin, astratti come i Kukagendai o nostalgici come i Caroline — per fare degli esempi — che contribuiscono sicuramente al suono e ci insegnano tanto su come relazionarci nella musica. Ultimamente stiamo battendo strade diverse, collaborando con altr* artist*, inserendo testi e brani cantati nel nostro repertorio, cercando di mantenere sempre viva l’essenza originaria Prolex.”
Classica domanda di rito: cosa vuol dire Rock Contest per voi?
“Rock Contest per noi vuol dire essere a contatto con quello che è un sincero spaccato della musica emergente. Da questo, la possibilità di conoscere artisti originali e determinati, conoscere persone che vivono nella nostra stessa realtà.
Crediamo che sia importante mantenere viva l’attenzione verso l’arte che viene dal basso, dagli sconosciuti e dalla necessità di esprimersi — soprattutto in un momento storico come questo, in cui l’apparenza è arrivata ad essere più importante della sostanza. Crediamo molto nella musica che suoniamo, e l’opportunità di condividerla con un pubblico ampio ci fa sperare che possa significare qualcosa per sempre più persone.”





























