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Reportage Live

THE BRIAN JONESTOWN MASSACRE a Milano, ovvero del mito della genialità e delle sue conseguenze

La band californiana creata e guidata nello spirito da Anton Newcombe all’Alcatraz il 6 maggio era attesa evangelicamente da una devota setta di fan. Del resto il genio si venera, nel bene e nel male.

Articolo di Marzia Picciano | Foto di Claudia Mazza

Anton Newcombe é un personaggio affascinantissimo. Il leader, polistrumentista, compositore, voce e possiamo dire senza dubbio mente e prime braccia del progetto riduttivamente definito psych-rock The Brian Jonestown Massacre (il cui nome suscita in me la percezione di una feroce ironia sanguinaria, condita della psichedelica follia che si cela dietro ogni parola portmanteau), americano basato nella sempre libera Berlino, incarna since 1992, quindi anche prima dell’esordio con l’acclamato Methodrone, tutto quello che dovremmo aspettarci da una band indie nel senso concreto di indipendente, contro il sistema, contro le major, contro i suoi simili (leggi: The Dandy Warhols), contro tutti e anche contro sé stessi, per amore della coerenza – lo sarebbe ancora di più se fossimo in un film dei fratelli Cohen, ma anche la realtà é abbastanza folle, a pensarci bene.

Oltre a ció, é un autore e produttore prolifico, dei 20 album registrati che la band si porta dietro é inutile dirlo, c’é praticamente lui come farina del sacco; hanno scritto (o ha portato a scrivere?) tutto The Future Is Your Past in una specie di rito creativo durato 70 giorni, una canzone per giorno han detto, non credo se ne possa uscire vivi facilmente ma loro si – con tutti gli aiuti del caso, diremo, ma in conclusione, sì. E anzi, prima della fatidica data del tour del 6 maggio a Milano, Alcatraz, si sono permessi anche di tirar fuori due singoli ipnotizzanti come Makes Me Great e l’allucinata (e beatlesiana) Out Of Body.

Quindi, cosa potevamo aspettarci da questo concerto? A ben guardare il pubblico, praticamente un sold out di fan veri, attendisti e assoldati tanto quanto una variopinta (e bellissima, c’é da dirlo) setta dalla falda larga, doveva essere una rivelazione, qualcosa a metà tra l’apparizione della Madonna di Fatima e un ritorno orgiastico all’essenza. Non poteva essere in nessun modo una delusione.

E qui arrivo io. Non un’adepta, ma affascinata, come premesso in apertura, da Newcombe e la sua squadra di alieni del rock. Volenterosa di intendere la fenomelogia dello spirito di un concerto dei The Brian Jonestown Massacre, e a dissezionarla in tesi, antitesi e quindi sintesi. Non me ne vogliano i presenti (che ho amato tutti, tranne la radical chic con la postina de La Triennale sotto il palco che a metà del concerto mi ha fumato una bella sigaretta addosso e non un cannone come gli altri).

Tesi: sei una band davvero alternativa, come non se ne fanno più. Sei autentica. Così autentica da poterti permettere di sacrificare l’antidivismo sull’altare del caos, perché comunque vada, sarai fedele a te stessa. Vero: appaiono sul palco praticamente alla spicciolata, ognuno nella bolla del personaggio che rappresenta: tetro e teatrale Newcombe con il suo leggio, al lato destro del palco praticamente sempre di lato o a tre quarti, subito dopo le basette e tamburello di Joel Gion e i ricci di Ricky Maymi, e tutti gli altri. Armonici nella loro particolarità, avrei detto anche particolarmente concentrati, con l’unica animosità reale (ma controllata) rappresentata da Newcombe.

Siamo onesti: non é iniziata benissimo. Newcombe sottolinea subito e a più riprese che no, con il suono non ci sta, gli rimbomba tutto nelle orecchie, gli spacca la testa quello che sente (sul suo IG lo dirà chiaramente: grazie, ma é stato il peggior show fatto, e non per colpa mia). Entrano ed escono sul palco i tecnici dell’Alcatraz, il leggio cambia posizione in continuazione. Insomma, dicevamo, un po’ di entropia. E un po’ dobbiamo dire che si, si inizia, ma non ci arriva subito il cadenzare di tamburelli e chitarre tonanti che Maybe Make It Right doveva darci. É tutto “attutito”, la voce ci arriva bassa. Aggiungiamo la coreografia ieratica della band: ci manca qualcosa, non vedo bene la Madonna, neanche se mi avvicino sottopalco.

Ci mette un pó il tutto a ingranare. Finalmente il pubblico di adepti ritrova la parola e il sound del Signore con That Girl Suicide e Fudge, accolti con il calore della trepidante attesa. In realtà é cosi per tutte, sicuramente per la centrale e ipnotica Anemone e ovviamente, Pish. E per tutte é una conquista: tra un brano e l’altro si percepisce l’imminenza di un collasso di tensioni, tra chitarre che non vanno, suoni che non convincono, e poi no: va tutto, va bene, si salva. Il brano parte e si fa. Che é un po’ anche lo specchio del mio inizio settimana: l’accumularsi di situazioni disagiate come l’ecchimosi da morso di insetto sul mio piede, culminate nell’Iphone incredibilmente vivo dopo essere annegato per più di tre minuti in una pozzanghera che poteva far presagire solo morte. E invece, eccoci qui, e pure l’India ha attaccato il Pakistan.

Ma forse é questo il punto di questo live. Che alla fine é tutto perfettamente normale, anche Gion che svanisce ben prima della fine del live. Newcombe e soci chiudono la serata tra distorsioni ampliate al massimo della loro capacità spirituale, e in questa campana di suoni escono. Non c’é encore. Non sfugge la frustrazione di una band che, conscia dell’attesa che é in grado di generare, dell’eclettismo che invidiabilmente detiene e del messaggio che vuole mandare, si trova nell’incapacità di poterlo fare come vuole. Si, un peccato, per me, ma non una disfatta, giammai. Se Newcombe deve rallegrarsi di qualcosa davvero é la devozione totale di quel sold out che attendeva solo un cenno per scatenare l’inferno, e ora mi ci inserisco pure io. Non vi arrendete, noi attendiamo la rivincita.

Clicca qui per vedere le foto dei THE BRIAN JONESTOWN MASSACRE a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

The Brian Jonestown Massacre

THE BRIAN JONESTOWN MASSACRE – La Scaletta del Concerto

Maybe Make It Right

Vacuum Boots

That Girl Suicide

Do Rainbows Have Ends

#1 Lucky Kitty

Fudge

Days, Weeks and Moths

When Jokers Attack

Anemone

Nevertheless

Pish

Don’t Let Me Get in Your Way

You Think Ìm Joking?

Nightbird

Forgotten Graves

A Word

Servo

Super-Sonic

Written By

Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

3 Comments

3 Comments

  1. Alessandro Rittore

    08/05/2025 at 14:36

    C’ero anch’io col mio “amico di concerto” di vecchia data e tutta sta spiritualità nn l’ho vista. Tipo lui che si fa’ i fatti suoi scrivendo messaggi, lo smadonnamento come anche detto nell’articolo,x colpa di luci audio ecc, il gesto di ammonimento fatto ad un fan vicino a me, xchè colpevole di insubordinazione…
    E Gion…
    Ma ne vogliamo parlare??
    Un tizio ubriaco marcio, che a malapena si reggeva sulle gambe, rivisto sull’ambulanza poco prima della fine del concerto.
    X me, è stato uno dei più brutti concerti mai visti e sentiti (audio pessimo e bassissimo)!! Salvato solamente dalla scoperta degli Error!!
    E x concludere, ma si può vendere una semplicissima t-shirt stampata tipo da bancarella, a 40€, quando l’ingresso costa meno di 35!?!?

  2. Angelo Piazza

    08/05/2025 at 17:55

    Concerto orrendo

  3. Raul

    10/05/2025 at 17:51

    Ok, c ‘ero anch’io, condivido il fatto che Gion e Newcombe fossero in serata no.
    Però per un adepto vederli dal vivo dopo tutto quello che ci hanno regalato in questi anni è stato comunque magico.
    E poi SuperSonic come Gran finale non finirà mai di risuonare…
    BJM siempre!!!

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