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Reportage Live

LITFIBA a Milano: un lungo addio che sa di festa 

Al Forum la data finale dell’Ultimo girone, che chiude i 40+2 anni di carriera della band fiorentina

Articolo di Silvia Cravotta | Foto di Davide Merli

Stasera non si piange, stasera si gode! E altroché se ha goduto Milano, ultima fermata scelta dai Litfiba per il loro addio alle scene dopo 40+2 anni trascorsi a suonare puro rock italiano. Qui, nella meta finale del loro Ultimo girone tour, si sono riversate ieri torme di ultratrentenni e quarantenni che hanno riempito il Mediolanum Forum, pronti a fare festa proprio come volevano Piero e Ghigo. Quasi un reincontrarsi per migliaia di anime che non si sono mai conosciute ma le cui vite sono state accompagnate dalla musica dei due toscanacci, che dal palco le hanno prese per mano e le hanno portate in un viaggio indietro nel tempo attraverso le tappe della loro carriera, in luoghi esotici e lontani, con personaggi colorati e affascinanti. Un ritrovo atteso dove non si sono viste lacrime ma solo tanta goduria – in pieno mood Pelù, che lo ha urlato tra una canzone e l’altra – e dove per due ore e mezza si è ballato, cantato, pogato e urlato con le braccia al cielo. Una vera e propria festa che poco sapeva di addio, ma d’altronde negli anni i Litfiba ci hanno abituato alle separazioni e forse, in fondo, in tanti sperano che questo sia solo un arrivederci.

Ma quello che era ufficialmente il loro ultimo concerto – e che ha seguito quelli di Parigi, Bruxelles, Zurigo e Losanna fatti nelle ultime settimane e quelli italiani tra la primavera e l’estate – è iniziato ufficialmente quindici minuti esatti dopo le 21. Ad attenderli nel parterre e sugli spalti, i ragazzi degli anni ’70 e ’80 (a conferma le numerose teste calve che spiccavano tra la folla e che comunque hanno pogato più e meglio dei ventenni di oggi) ma anche genitori con bambini piccoli e figli grandi con genitori anziani. Tradizioni familiari che si tramandano o comunque un ricordo speciale da condividere. Tra il pubblico del parterre anche l’immancabile bandiera dei Quattro mori e un fan già pronto a cantare Tex con indosso un enorme copricapo da Toro seduto. Sugli spalti qualche Invicta e soprattutto tanti ricordi.

L’ingresso sul palco è in pieno stile Litfiba, al grido di “ragazzacciii” e a colpi di “benvenuti nello stato libero di Litfiba” (ma quanto ci mancherà tutto questo?). Poche parole per lanciare subito l’attacco della scaletta con l’esplosione di Proibito, la camicia tigrata fucsia di Piero resiste solo pochi minuti chiusa prima di essere spalancata sul nuovo tatuaggio che aveva già mostrato su Instagram con la dedica “per sempre”: linee verticali e diagonali sul petto che si concludono con un Litfiba che prende tutta la pancia (sempre piattissima) del signor Pelù. Con lui oltre all’intramontabile Ghigo, quel Federico Renzulli che lo accompagna dal 1980 e da quei primi esordi nei locali di Firenze, ovviamente Luca “Luc Mitraglia” Martelli alla batteria, Fabrizio “Simoncia” Simoncioni alle tastiere e Davide “Black Dado” Neri al basso. Alle loro spalle una scenografia con quattro croci che rappresentano i 4 decenni della loro carriera (con un allungamento di 2 anni causa pandemia) e due megaschermi che rendono ancora più coinvolgente il tutto.

La setlist, preparatevi, è un tuffo nel passato che vi farà tornare immediatamente back to the Nineties. O ancora più indietro to the Eighties. Una vera e propria call to action per persone consapevoli. Effetto nostalgia assicurato, a vostro rischio e pericolo.

Tex arriva subito dopo i saluti e una breve introduzione su quanto il potere ci prenda per il culo, come è stato fatto ai suoi tempi con gli indiani, e regge più che bene il ritmo dopo Proibito. Mentre nelle nostre menti si affollano immagini di saloon, cavalli, pistole e cappelli di piume (come quello nel parterre), Piero passa dal palco ai grandi bauli disposti in fila davanti alle transenne, per gridare insieme a tutti il suo “basta alle bugie”. Non è il momento per tenersi sassolini sullo stomaco e Resta con la sua intro a colpi di chitarra è l’occasione per ballare ancora ma anche per lanciare un attacco al nucleare, arma puntata contro chi lo possiede, come sta succedendo in Ucraina.

Con Eroi nel vento si torna indietro fino al primo album, Desaparecido dell’85: con il suo ritmo morbido ci costringe a rallentare e offre l’occasione per un primo ringraziamento a tutte le persone che hanno lavorato in questo ultimissimo tour. Si resta negli anni Ottanta con Apapaia, il suo testo splendido e il suo ritornello “rispetta le mie idee”. D’altronde è una canzone scritta per suo padre.  Istanbul con il suo attacco arabeggiante e il suo ritornello che ti trascina lentamente – in combo con Yassassin di David Bowie – è un’altra occasione imperdibile per parlare di politica e di quanto sta succedendo a Est del nostro mondo. Per far capire chiaramente da che parte sta, Piero tira fuori una bandiera del Kurdistan, la sventola e la indossa a mo’ di mantello. 

Dopo Vivere il mio tempo, è ora di – chi non la conosce? – Fata Morgana, che si conclude con un distillato di emozione, quando Ghigo si prende il palco tutto per sé e per il suo assolo. Per Bambino Piero abbassa il microfono, si inginocchia e la canta così, alzandosi solo per giocare con il pubblico. “Quella era la grande città” è ovviamente Milano. Il volo, scritta per Ringo de Palma, il batterista che non c’è più, è anche l’occasione per ricordare altre persone scomparse, come Candelo Cabezas, anche lui militante nella band fiorentina, ma anche Erriquez della Bandabardò.

Ma il tempo delle hit non è finito perché è subito il turno di Spirito, per cui non servono grandi presentazioni in fondo basta liberarlo cantando, e Regina di cuori. La regola è che non si può essere regine di cuori se non ci si scapezzola e mentre Piero canta quello che è uno dei loro brani più famosi e catching, in sette raccolgono il suo invito e tirano su le magliette, dando soddisfazione al rocker, e non solo a lui. Il viaggio nella storia dei Litfiba e nel mondo continua con Panama, seguito dal selvaggio e bellissimo assolo di Mitraglia e poi a ruota da quello di Dado. 

Lacio Drom è un’altra buona occasione per scatenare quell’onda energetica che continua a scorrere tra palco e pubblico, mentre con la bomba El Diablo tra le luci rosse arriva il momento della catarsi e Piero invita tutti a mettersi in ginocchio, “perché altrimenti non funziona”, prendendosela poi con chi, anziché inginocchiarsi continua a riprendere la scena col cellulare. “Quei cazzo di cellulari ve li farò ingoiare” basta per convincere la maggior parte a spegnerli e mettersi in ginocchio prima di esplodere di nuovo saltando su quella che è, senza alcun dubbio, una delle loro canzoni feticcio.

Si chiude, almeno apparentemente, la serata con il ritiro dal palco dei musicisti. Ma bastano pochi minuti e un veloce cambio di camicia (ovviamente sempre aperta) per rivederli subito sul palco. E’ il momento più intimista con Ballata, cantata seduto su uno sgabello e un faro puntato solo su Piero, tra le mani una melodica che suona e lo accompagna per tutta la canzone. Resta seduto anche per La musica fa ma è il momento di rialzarsi e utilizzare il microfono per un altro appello con Il vento che, scritta sull’onda di Tienanmen, è oggi la canzone per l’Iran, dove “sta venendo massacrato un popolo e una generazione di giovani”. E allora a essere “libero come il vento” è anche Teheran e chi lì sta lottando per la libertà, ma anche l’Ucraina, l’Afghanistan, la Siria e una lunga lista di paesi che Piero elenca minuziosamente. Pioggia di luce è un altro momento tutto per noi, accompagnato dalle tastiere di Simoncia e dal basso di Dado. Anche Lulù e Marlene sono un momento di appello a reagire e a far sentire la propria voce contro le ingiustizie internazionali che a volte ci sembrano troppo lontane. “La pace è l’unica vittoria” continua a ripetere Piero, mutuandola dalla canzone antiguerra Il mio nome è mai più, ancora valida a distanza di ventidue anni quando la cantò per la prima volta con Jovanotti e Ligabue. Dalle crisi internazionali ai problemi nostrani: Dimmi il nome con il suo duro e ritmato j’accuse è il momento per i Litfiba per ribadire ancora una volta che “la mafia è una montagna di merda”.

La chiusa di questo concerto d’addio è in mano a tre pezzi che potrebbero garantire per iscritto l’adesione entusiasta del pubblico. Lo spettacolo, ieri sera, non sarebbe mai potuto mancare e per dimostrare che l’età è solo un numero (e che i suoi 60 valgono la metà), Piero si arrampica sulle impalcature in fondo al palco, caricando ancora di più l’emozione di chi sa che sta tutto per finire cantando da lassù e poi fermandosi con le braccia a croce. Assomigliando, ancora più di quanto non faccia normalmente, a una divinità pagana. “Praticamente incatenato” come canta poi nella Gioconda, per esplodere nel finale con Cangaceiro, che chiude in bellezza questi quattro decenni insieme ai Litfiba e che vede Piero togliersi finalmente del tutto la camicia, cosa che forse avrebbe voluto fare fin dall’inizio.

I saluti sono doverosamente lunghi e rumorosi. Piero e la banda scendono dal palco, interagiscono, lanciano oggetti (vedi borracce e il cappello di Ghigo). Sembra la fine di un normale concerto, anche se tutti sappiamo che non lo è.
Cari Litfiba, lo spettacolo è finito. Ma non potrebbe ricominciare?

Clicca qui per guardare le foto del concerto dei Litfiba a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto)

Litfiba

LITFIBA – La scaletta del concerto di Milano

Proibito
Tex
Resta
Eroi nel vento
Apapaia
Istanbul/Yassassin
Vivere il mio tempo
Fata Morgana
Bambino
Il volo
Spirito
Regina di cuori
Paname
Lacio drom (Buon viaggio)
El diablo

Encore:
Ballata
La musica fa
Il vento
Pioggia di luce
Lulù e Marlene
Dimmi il nome
Lo spettacolo
Gioconda
Cangaceiro

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