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Reportage Live

AMON AMARTH + Machine Head + Halo Effect: il racconto e le foto del concerto di Milano

Articolo di Jennifer Carminati | Foto di Davide Merli

Un pacchetto metallico più che solido è in arrivo in città questa sera, con Amon Amarth e Machine Head due iconiche band metal e i nuovi arrivati The Halo Effect. Destinazione Milano, per l’unica tappa italiana di questo storico “Vikings And Lions Tour 2022”, in quel del Fabrique, in versione ridotta senza soppalco a disposizione. Forse non si aspettavano la grande affluenza di metalhead accorsi sin da subito questa sera ad occupare le prime fila, pur essendo l’orario di inizio le h 19.

Puntuali salgono sul palco i The Halo Effect, le stelle cadenti di Göteborg. Beh, come sappiamo la band è nuova, ma sono cinque volti familiari, che celebrano egregiamente il melodic death metal. Mikael Stanne, Niclas Engelin, Jesper Strömblad (sostituito in questo tour da Patrick Jensen, dei The Haunted), Peter Iwers e Daniel Svensson sono musicisti che si sono fatti un nome in varie band (In Flames, Dark Tranquillity) e ora si sono riuniti per suonare musica e divertirsi tra amici quali sono da lunga data. Hanno pubblicato per Nuclear Blast il loro album di debutto di grande successo ‘Days of the Lost‘ ad agosto di quest’anno da cui stasera ci proporranno quasi la totalità dei brani. Il riff ficcante della title track apre la serata, seguita dal refrein vincente di “The Needless End”. Il pubblico non conosce le canzoni è evidente, ma conosce benissimo chi ha di fronte, bisogna semplicemente ascoltare la musica, godersi lo spettacolo e lasciarsi ammaliare dalle parole del carismatico frontman che, rievocando ricordi, si prende dopo quasi ogni canzone del tempo per parlare del passato dei vari ragazzi, di come è nata la band e presentare la successiva song. La luce che prevale sul palco è il verde, un po’ monotona forse ma dà il suo effetto alla scena, illuminando i vari musicisti che ci offrono uno show particolare, molto sentito, durante il quale si scambiano spesso sguardi d’intesa ei si vede chiaramente che gli piace quello che fanno e farlo insieme soprattutto. Ci salutano con il singolo “Shadowminds” che ci ricorda quando dalla Scandinavia arrivavano suoni che mischiavano melodia e aggressività in una maniera assolutamente inedita. La mezz’ora a loro disposizione è terminata e non c’è tempo per one more song acclamata da un pubblico entusiasta quanto loro di essere qui questa sera. Ci promettono di rivederci presto e gli auguriamo la prossima volta di avere l’intero palco a disposizione e tutti i riflettori puntati su di loro.

Clicca qui per vedere le foto di The Halo Effect in concerto a Milano o sfoglia la gallery qui sotto

The Halo Effect

Giusto una breve pausa, onore come sempre agli attrezzisti/tecnici che in men che non si dica smontano e rimontano il palco, con la batteria su di una pedana rialzata a dominare la scena, e geograficamente parlando, ci spostiamo velocemente dalla costa orientale svedese a quella orientale americana, Oakland per la precisione. Sono le h 19.55 quando i Machine Head salgono sul palco avvolti da una luce rosso fuoco ed è subito ovvio che Robb Flynn&soci in questa serata di inizio ottobre ci daranno riprova del loro carisma e indubbio talento. Chi come me era presente al Live di Trezzo nel 2019 per il tour di celebrazione dei 25 anni di “Burn my eyes” ha ancora ben impresse le tre ore e mezza di musica volate in un batter d’occhio, con uno spettacolo senza eguali in cui posso fieramente dire “io c’ero”.

Oggi chiaramente non ci si può aspettare nulla di tutto ciò ma solo un piccolo assaggio di quello che i quattro ragazzacci possono offrire live. Iniziano a spron battuto con “Become the firestorm” dal nuovo album ‘Of Kingdom and Crown’. L’atmosfera nella sala cresce sempre più dal primo riff che scuote le mura del Fabrique e chi ci sta dentro, chiamato più volte a dimostrare il proprio lionheart dall’animale da palcoscenico Flynn. Con un’ora scarsa a loro disposizione, la scelta della scaletta doveva essere fatta con molta accortezza e quindi oltre all’opener dall’ultimo album ci proporranno solo un’altra canzone, “Choke on the ashes of your hate”, il resto è cosa be nota agli astanti. Suoneranno in tutto una decina di tracce tornando alle origini con “Davidian”, “From this day ” e “Ten Ton Hammer”, canzoni molto apprezzate dai metallari di vecchia data manco a dirlo. Momento introspettivo con “Darkness within” dove Robb, dopo aver chiesto di accendere i flash dei nostri cellulari e alzarli al cielo, ci suggerisce come cura alla depressione, la musica, a cui lui stesso si è rivolto nei momenti più bui della sua vita, non certo a una religione tanto blasfemata questa sera dallo stesso in più occasioni.

Purtroppo, visto la location e il palco a disposizione manca un po’ la cornice visiva tipica dei loro spettacoli, fatta di fiamme e cannone di coriandoli, ma compensa ampiamente l’istrionico frontman con il suo tipico scream a long corre da una parte all’altra del palco, più e più volte incita il pubblico, il quale risponde a tono offrendo uno spettacolo nello spettacolo, animando la zona antistante al palco con mosh pit selvaggi e crowdsurfing fuori controllo.  Prima di una brevissima pausa, durante l’esecuzione impeccabile di “Davidian” chiede al pubblico di togliersi la t-shirt e farla roteare in aria ma viene scarsamente seguito in questo caso, beh forse chiedeva troppo anche se in effetti le temperature all’interno del locale era davvero bollenti da potersi denudare quasi. Setlist implacabile tra giochi di luce e fumo di scena che propina macigni sonori uno dietro l’altro.

Finale affidato ad “Halo” del 2007 in cui le poche energie rimaste vengono definitivamente prosciugate in un ultimo sforzo. Stremati ma indubbiamente contenti non mancano di fare la foto di rito col pubblico alle spalle con tanto di pioggia di plettri, bacchette, e persino bicchieri di plastica colmi di birra che Robb si diverte a lanciare verso i suoi fan, ricevendo nel frattempo il giusto tributo da una platea soddisfatta della performance appena terminata. 

I Machine Head l’appellativo lionheart per la loro parte del pacchetto se lo son ampiamente meritato.

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Machine Head

E ora dagli Amon Amarth ci aspettiamo un altro live fenomenale dove arte e amore per la musica si inebriano di mitologia e di carisma senza confini, il tutto accompagnato da scenografie spettacolari (anche se in versione ridotta) come ci hanno abituati ai loro concerti, serrati e granitici. In ogni loro data i seguaci di Odino portano sempre un pezzo di epoca vichinga con il loro stile ormai consolidato fatto di death incalzante, melodico, furioso, combattuto tra scream e growl di alto livello. Spoiler: gli Amon Amarth non deluderanno le aspettative e quando si riaccendono le luci una vista sul palco rivela una nave vichinga di grandi dimensioni e dotata di occhi-video che indugiano sulla platea ad incorniciare il gigantesco podio della batteria. Dopo l’intro assegnata a “Run to the hills”, tributo agli Iron Maiden, salgono sul palco i cinque giganti svedesi che manifestano sin da subito la loro attitudine prettamente in your face con la doppietta “Guardians of Asgaard”, decisamente oldschool con un riff che fa sanguinare le orecchie, e la più recente “Raven’s Flight”. I Manowar del Viking, come spesso son stati definiti, scatenano immediatamente l’entusiasmo del pubblico, la cui attenzione è rivolta al gigantesco vocalist Johan Hegg, ottimo interprete delle song guerresche dei cinque e abile nel coinvolgere al massimo tutti gli italian vikings giunti qui questa sera che molto spesso ringrazierà durante la serata per l’affluenza numerosa e il calore trasmesso.

Nell’ora e mezza di concerto gli Amon Amarth ci han proposto una scaletta che toccherà numerosi episodi della loro discografia, tralasciando però completamente i primi quattro album e dando spazio invece ai loro pezzi più noti. Scelta ruffiana e opinabile? Può essere, ma indubbiamente efficace. Come da copione il, una volta biondone ora imbiancato,  Johan è il vero trascinatore e il resto della truppa vichinga compie il suo dovere con professionalità e coinvolgimento, in particolare il drummer Fredrik Andersson, trascina la sezione ritmica in una performance potente e di spessore.

Trademark immancabile nei loro live il windmill, ovvero il tipico movimento rotatorio della testa durante l’headbanging che crea appunto l’effetto di un mulino; a loro con la capigliatura che si ritrovano ancora viene particolarmente bene ma non si può dire lo stesso per molti altri dei presenti in sala invece per i quali la chioma fluente è solo un lontano ricordo di gioventù metallara. Dandoci nuovamente il benvenuto alla loro festa vichinga iniziano poi le note “Deceiver of the Gods” dall’omonimo album del 2013 sui cui cori cantati all’unisono dai fan un quasi commosso gigante di 2mt mostra di avere la pelle d’oca, mentre gli headbangers davanti a lui formano un grande circle pit come richiesto, cantando e applaudendo in continuazione i loro idoli. Introdotta dall’inconfondibile riff l’anthemica “Pursuit Of Vikings”, riceve un’ovazione da parte del pubblico chiamato a cantare a gran voce il ritornello a dimostrazione che è un autentico cavallo di battaglia della band. Nella sezione centrale del concerto, sono posizionate altre due canzoni dall’ultimo album uscito ad agosto 2022, la title track “The Great Heathen Army” che con tempi lenti e toni bassi crea un tappeto sonoro incombente e drammatico abilmente screziato dalle rapide melodie che ne smorzano la cupezza, a conclusione della quale ci definisce tutti un grande esercito pagano che sa combattere fieramente la sua guerra. Mentre con “Heidrun” si cambia decisamente registro, un fare ritmato e saltellante ai limiti del folk creano un’atmosfera da taverna dove con i boccali di birra, questa sera trasformati in corni, alzati al cielo siamo tutti chiamati a cantare il ritornello assai orecchiabile. In scaletta c’è spazio anche per il loro ultimo singolo “Put Your Back Into the Oar” uscito di recente per la loro nuova etichetta Victorious Music, accolto egregiamente dalla parte centrale del pubblico che sentendo il rumore dell’acqua in sottofondo si siede a terra e finge di remare su di un’immaginaria nave vichinga sulla quale siamo tutti salpati questa sera in compagnia dei cinque svedesoni. Dall’ambizioso concept album ‘Jomsviking’ del 2016 ci propongono invece “The Way of Vikings” e “First Kill”, perché tutti ci ricordiamo il primo passo compiuto, il primo figlio, la prima birra, perché mai non dovremmo ricordarci la prima uccisione in battaglia? Corni al cielo in modalità distruzione per “Raise Your Horns” dove tutti e dico tutti cantano a squarciagola il ritornello “Raise your horns raise them up to the sky. We will drink to glory tonight“. A furia di remare arriviamo alla riva e il finale dello spettacolo è lasciato alla terremotante e coinvolgente “Twilight of the Thunder God”, altra indiscussa pietra miliare della band. Un visibilmente compiaciuto Johan sorride e sorseggia ancora una volta dal corno legato al fianco e si congeda ringraziandoci nuovamente e promettendo anche lui di rivederci presto.

In questo martedì sera di inizio ottobre non abbiamo assistito a nulla di nuovo, gli Amon Amarth sono assai predicibili, fanno questo da oltre vent’anni ormai e, visto il successo di pubblico, fanno anche bene a restare fedeli al loro sound, riconoscibilissimo, fatto di pezzi ritmati e melodicamente appaganti, riff portanti semplici ed estremamente efficaci che vanno a comporre brani diretti, granitici e immediatamente interpretabili nel songwriting. Chi li conosce lo sa, è una loro prerogativa un singolare mix di tematiche nelle canzoni: al richiamo prettamente tolkeniano già presente dal nome della band (che significa “la montagna del fato”), affiancano l’estrema brutalità delle tematiche belliche ai cospicui richiami mitologici, epici e all’amaro anticattolicesimo.

Anche in sede live i singoli elementi della performance sono in parte prevedibili, se li si è già visti varie volte come la sottoscritta, si tratta comunque di 80 minuti metallici e divertenti durante i quali i paladini del Viking Metal mostrano che la loro musica e il loro spettacolo si fondono sempre più in un tutt’uno; un loro concerto è a tutti gli effetti un’esperienza da ammirare con gli occhi e con le orecchie: mentre i cinque vichinghi malmenano i propri strumenti tra ondeggiare di martelli di thor e battaglie inscenate a regola d’arte, il furore della passione penetra il pubblico superando anche i talvolta presenti limiti tecnici delle apparecchiature utilizzate o della location, ma sempre trasudando esuberanza, entusiasmo e gioia contagiosi, che è quello di cui tutti noi abbiamo bisogno per finire una giornata post ufficio e dimenticare almeno per qualche ore i problemi che tutti abbiamo nella vita quotidiana e sorridere ad Odino e a tutta la sua stirpe.

Gli Amon Amarth rimangono sempre quelli di “The vikings can feel/victory is near/As the enemy headlessly flees” – ovvero sangue, guerra, orgoglio nordico, adesso come vent’anni fa. Oggi i nostri vichinghi preferiti han stabilito ancora una volta che da queste coordinate musicali non intendono spostarsi e hanno ormeggiato ben salda la loro drakkar.

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Amon Amarth

AMON AMARTH – la scaletta del concerto di Milano

Guardians of Asgaard
Raven’s Flight
Deceiver of the Gods
Pursuit of vikings
The great heathen army
Heidrun
Destroyer of the universe
Put your back into the oar
Cry of the black birds
The way of vikings
First kill
Shield wall
Raise your horns
Encore
Twilight of the thunder god

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