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ROCKSTADT 2025 – Day 1: comincia col botto la decima edizione del festival incastonato tra i boschi della Transilvania, nel segno dei Mastodon e dei Machine Head

Rockstadt 2025 Day 1: Mastodon e Machine Head infiammano la decima edizione tra i boschi della Transilvania.

Machine Head in concerto allo Rockstadt Extreme Fest 2025 a Râșnov (Romania)
Machine Head in concerto allo Rockstadt Extreme Fest 2025 a Râșnov (Romania) foto di Luca Simonazzi per www.rockon.it

Articolo di Lorenzo Vezzosi | Foto di Luca Simonazzi

Il Rockstadt Extreme Fest (per gli amici R.E.F. o Rockstadt) è un festival metal che dal 2013 si tiene ogni anno a Rasnov, nel distretto di Brasov, in Transilvania (Romania). Partendo da piccole dimensioni, è diventato sempre più importante, attirando costantemente maggior pubblico e sempre più nomi di livello internazionale nel corso delle varie edizioni. Sia grazie a questi fattori che grazie ad un’organizzazione di livello estremamente alto, la sua fama è talmente aumentata nel tempo che questa decima edizione è stata l’ultima nello spettacolare sito della piccola cittadina di Rasnov, per due motivi: il primo è che la location comincia a faticare a contenere il numero di spettatori partecipanti (è infatti il “biggest smallest festival around” con una capacità limitata a 13.000 ingressi, come dichiarano sul loro sito); il secondo è dovuto al fatto che, essendo letteralmente circondato da boschi, l’impatto sull’ambiente naturale circostante ha raggiunto una soglia tale per cui è meglio pensare di spostarsi più vicino alla città di Brasov.

Ma torniamo a noi e a questa decima edizione del Rockstadt Extreme Fest: Io e Luke Simon (l’autore delle foto per questo report), siamo nati e cresciuti praticamente insieme nella bassa cremonese e suoniamo nella stessa band (lui batterista, io bassista) da circa 15 anni. Siamo praticamente fratelli, ma di famiglie diverse. Quando siamo stati incaricati di fare il report del festival, leggendo anche i nomi delle band che si sarebbero esibite, ci siamo detti “Daje Roma” (che poi significherebbe “Certamente, Signor RockOn”). Non guasta pure il fatto che il primo giorno coincide pure con il mio compleanno… E quale miglior modo di festeggiare se non a suon di metal? Sostanzialmente, non vedevamo l’ora di partire, belli lanciati per quest’esperienza nuova per entrambi, dato che nessuno di noi due è mai stato ad un festival di più giorni, né tantomeno all’estero.

5 giorni, 3 palchi, 12 ore di musica sostanzialmente non-stop con band e artisti di fama internazionale in una zona a 700 metri d’altitudine, circondata da foreste, con temperature massime paradisiache di 25 gradi (e chi cazzo ci ritorna a casa?), dominata in lontananza dalla spettacolare fortezza medievale di epoca proto-sassone… Gli ingredienti per un’avventura da ricordare ci sono tutti.
Il secondo e quarto giorno già dichiarati sold-out ancor prima di cominciare, e sold-out totale annunciato poco dopo l’inizio del festival sono un preludio piuttosto convincente per ciò che ci aspetta.
Nonostante le premesse meteorologiche siano abbastanza in linea con gli scenari gotici di Ravenloft o dei classici film sui vampiri (poi in realtà piuttosto disattese), il primo giorno è un susseguirsi di sorprese e di vere e proprie bombe sonore. Con sempre due palchi in contemporanea e una road-map ben studiata a tavolino per cercare di goderci più artisti possibili e viverci il festival al meglio: il bello del Rockstadt è proprio questo, ovvero che si riesce a gustarsi un po’ di tutto senza dover fare troppe rinunce. Anche perché i due palchi principali (l’Adrian Rugină e il Brasov Stage) sono letteralmente attaccati. Mentre l’Andrei Calmuc, il palco che ospita la scena più “extreme”, è a soli 200m a piedi. 


Ma direi che è ora di abbandonare gli indugi e cominciare a raccontarvi com’è andata, provando a districarci tra infiniti stimoli, impressioni e sensazioni. Spero di riuscire a catapultarvi con me in questa avventura e – magari – di convincere qualcuno a replicare: preparatevi a leggere cinque live-report giornalieri e un recap (sembra una citazione alla serie “Community”). Cosa stiamo aspettando? Allacciate le cinture… Si parte!

NIGHT DEMON

Poco dopo il nostro arrivo, con una leggera pioggia rompicoglioni che ci accompagnerà ad intermittenza per tutta la giornata, sul palco Adrian Rugină (il main stage), comincia il set di apertura del festival coi Night Demon, power trio californiano attivo dal 2011 capitanato dal cantante/bassista fondatore Jarvis Leatherby, che propongono un bell’heavy metal old school, divertente e convincente sin dal primo brano “Scream in the Night”. Solidi e belli tosti. Un ottimo modo per aprire le danze.

CLITGORE

Rapido giro all’Andrei Calmuc stage per i Clitgore, gruppo composto da “tre Vampiri rumeni che succhiano il sangue da parti del corpo non convenzionali” (e qui lo spazio lasciato all’immaginazione è trascurabile), che portano il loro genere di musica gore-grind in giro per il mondo. Calin, Ela e Balasz spingono maledettamente. Non sono esattamente la mia tazza di tè, ma comunque divertenti.

DOOL

Uno dei pochi sprazzi di sole della giornata coincide con l’esibizione dei DOOL sul Brasov stage, quintetto olandese che avevamo incrociato brevemente in aeroporto, per cui eravamo abbastanza curiosi di sentire cosa proponessero. La prima bella sorpresa della giornata. La loro musica è un bel mix tra post metal, doom e hard rock con forti tinte psichedeliche. Un metal “fluido” come ha dichiarato la voce e chitarra del gruppo Raven van Dorst, dichiaratamente genderless. Tanto che metà della setlist è tratta dal loro ultimo album “The Shape of Fluidity”. Il loro sound coinvolge il pubblico, che comincia ad essere numeroso. Veramente intriganti e tecnicamente validissimi dal vivo con pattern ritmici e melodici molto intriganti.

ROTTEN SOUND

Giusto il tempo per godersi un espresso macchiato (“por favore”, per la gioia della barista che conosceva il pezzo) e si torna all’Andrei Calmuc stage per farsi prendere figuratamente a sberle – ma manco troppo – dai Rotten Sound, quartetto death/grind finlandese di grande esperienza attivo dal ‘93, che non si esime dal lanciare vari messaggi sociali e politici durante il loro show. Il sound è diretto e aggressivo, le parti ritmiche serratissime. Me lo sentirete ripetere spesso: il grind non è proprio il mio genere, ma porca eva… dategli una chance dal vivo e non ve ne pentirete.

MIDNIGHT

Si torna al main stage per beccarsi la grandiosa prestazione dei Midnight, power trio che è il progetto personale del frontman bassista e cantante Athenar (pseudonimo dell’americano Jamie Walters), sulle scene dal 2003. Tutti i membri del gruppo suonano con giacche in pelle, jeans stretti e cappucci velati di nero per oscurare completamente il volto. Di forte impatto visivo e in piena sintonia con il loro stile di musica black’n’roll, che unisce le sonorità punk al black metal. La scaletta sembra fatta apposta per non dare alcuna tregua agli spettatori, con un pezzo lanciato dietro l’altro (riesco a trattenermi dal pogare solo perché so che la giornata sarà ancora lunga). Per coinvolgere ulteriormente il pubblico, in chiusura fanno scegliere l’ultimo pezzo da eseguire, e la spunterà You Can’t Stop Steel. Indubbiamente lo show più divertente della giornata.

SLOMOSA

Ci si sposta letteralmente di pochi metri perché dal palco di fianco comincia l’esibizione degli Slomosa. Che dire? Indubbiamente nella top 5 delle mie “nuove scoperte musicali” del festival, stando bassi. Sarà che il desert rock e lo stoner sono fra i miei generi preferiti di sempre, ma l’energia trasmessa dai quattro norvegesi di Bergen mi ha davvero esaltato sin dal primo pezzo “Cabin Fever”, tratto dal loro secondo album “Tundra Rock” uscito nel 2024. Tra i primi a interagire con il pubblico tentando qualche parola in lingua rumena, risultano estremamente coinvolgenti sia visivamente, con grafiche psichedeliche alle loro spalle, che musicalmente: la voce di Benjamin Berdous si sposa maledettamente bene con i riff di chitarra suoi e di Tor Erik Bye, ma ciò che mi ha ipnotizzato per gran parte del loro show è stata la performance della bassista Marie Moe, una dinamo instancabile. Il brano “Horses”, con cui hanno chiuso la scaletta, ci ha tormentato fino a tarda notte e non credo smetterà di farlo a breve.
Nota di simpatia per Benjamin, che prima di concludere chiede se qualcuno dal pubblico gli possa portare un po’ di materia prima per “sigari divertenti” da fumare in compagnia.

A questo punto, colto da una leggera fame e vedendo la quantità di fila per le cashless card (di fatto obbligatorie, ma estremamente funzionali), decido che è giunto il momento d’imbarcarmi nella straziante perdita di tempo e così facendo mi gioco praticamente tre show nel giro di un’ora e mezza (Green Lung, Shining e Demolition Hammer)… Per fortuna la fila per il cibo non è altrettanto insormontabile e riesco a mangiare abbastanza agevolmente. Nota di merito per i prezzi, tutto sommato contenuti e assolutamente competitivi pur essendo all’interno di un’area festival.

WITCH CLUB SATAN

Riprendiamo subito il ritmo dirigendoci verso le Witch Club Satan, trio black metal (non ditelo ai puristi), tutto al femminile e femminista. Il sound arriva bello grezzo e tagliente, particolarmente interessante, e a tratti è volutamente creepy. Anche se, da ex studente del conservatorio, diciamo che la tecnica della band non m’impressiona più di tanto. Mi lascio tuttavia distrarre per qualche istante dal fatto che stanno suonando a seno scoperto (cosa che scoprirò essere consuetudine per loro). Promozione efficace? Sicuramente. Protesta e provocazione? Potete scommetterci. Gesto di riappropriazione filosofico-culturale atto alla normalizzazione del nudo femminile? Indubbiamente. A fine show arrivano anche a spogliarsi completamente, per una performance che il giorno dopo desterà qualche polemica nei media in Romania.
Il messaggio dovrebbe essere arrivato.

KATATONIA

Torniamo al main stage per un’esibizione molto più nelle mie corde. Pur avendoli scoperti nei miei “late twenties”, credo che i Katatonia non abbiano bisogno di grandi presentazioni: la band svedese del cantante Jonas Renkse è una certezza nel panorama metal, sulle scene internazionali ormai da 30 anni, ha saputo spaziare e amalgamare nel corso del tempo un’ampia gamma di generi dal progressive al gothic al doom. La formazione attuale convince e si nota un buon affiatamento con i due “nuovi” chitarristi Nico Elgstrand e Sebastian Svalland. Nonostante la serata cominci a farsi fredda, Jonas non molla di un centimetro e incanta come sempre con la sua voce. La musica dei Katatonia avvolge, ipnotizza, irretisce e ti culla per poi arrivare dritta allo stomaco. Il pubblico lo percepisce e si lascia trasportare dalla scaletta, un sapiente mix fra brani storici da “The Great Cold Distance” ai nuovi tratti dall’ultimissimo album “Nightmares as Extensions of the Waking State”. Ma quando parte “Old Heart Falls” i brividi lungo la schiena non sono certamente dovuti alla pioggia.

ZEAL&ARDOR

Pochi istanti dopo ed eccoci immediatamente pronti davanti al Brasov stage per lo show successivo. Stavolta tocca agli svizzeri Zeal&Ardor. Doverosa premessa: non li conoscevo, ma Luke mi aveva avvertito che mi sarebbero piaciuti, e tendenzialmente di lui mi fido perché conosce i miei gusti musicali come nessun altro. Certo, non immaginavo di godermeli così tanto. Il gruppo di Manuel Gagneux ha messo su una performance devastante, che alterna canto soul con melodie intricate costruite insieme alle altre due voci del gruppo, Denis Wagner e Marc Obrist, per poi spazzare via tutto con sonorità decisamente enormi che mi ricordano di aver dimenticato i tappi per le orecchie in Italia (una nota di merito che connoterà tutto il festival: volumi siderali, ma sempre calibrati in modo eccellente). Un misto per me inaspettato fra blues, black metal, soul e djent mischiati con elettronica lo-fi e drum and bass. Anche visivamente l’impatto è molto forte, con la band che indossa vestiti larghi e scuri e con giochi di luce a sottolineare il contrasto fra la luminosità e l’oscurità del sound, sintetizzando scenicamente alla perfezione la musica degli schiavi africani in america e le sonorità più dark del metal. La scaletta riprende un po’ tutta la discografia (quattro album), concentrandosi con maggior enfasi sull’omonimo Zeal&Ardor, in un crescendo di bpm e lasciando i brani più estremi per il gran finale. Il pubblico comincia a scaldarsi sul serio, saltando e cantando durante tutto lo spettacolo, in particolar modo durante “Devil is Fine”, e alla fine l’applauso è talmente lungo da far dire a Gagneux che la band tornerà sicuramente in Romania appena possibile.

EMPEROR

Ormai è difficile spostarsi anche tra un palco e l’altro perché l’area del festival è gremita, nonostante la pioggia. Tocca agli Emperor e anche qui credo non serva spiegare di chi si tratti.
Il loro black metal con tinte symphonic riesce a farsi apprezzare da chiunque, anche da chi come il sottoscritto non è esattamente un esperto del genere. “Thus Spake the Nightspirit” viene cantata praticamente da chiunque e gli ultimi due brani, tratti dal loro primo album “In the Nightside Eclipse”, chiudono una scaletta ben rodata e inattaccabile. Ihsahn è in gran forma e lo dimostra tenendo una presenza scenica invidiabile anche da colleghi ben più giovani. Oggettivamente impressionante la maestria e la nonchalance che trasuda da ogni poro. Sono abbastante distante dal palco, ma alcuni fan hardcore della band che si trovano di fianco a me sono estasiati dallo show: uno di loro arriva a dirmi che per lui è stata la loro miglior performance degli Emperor negli ultimi anni. Si sentiva un profumo strano nell’aria, ma tenderei comunque a fidarmi.

UNPROCESSED

Rapida corsa all’Andrei Calmuc stage per dare un’occhiata a una band che avevo ascoltato su qualche piattaforma streaming e mi aveva intrigato assai: gli Unprocessed. Apparentemente potevano essere penalizzati dal fatto che si sarebbero esibiti in contemporanea tra il finale degli Emperor e l’inizio dei Mastodon, ma vuoi per la loro bravura, vuoi che il black metal anni ’90 degli Emperor non è un genere per tutti, davanti al palco c’è comunque un bel mucchio di gente. Band progressive metalcore tedesca attiva dal 2013, che in vari punti mi ricorda i Polyphia (alla faccia del complimento…), ma con un twist djent/metalcore e con un cantato sia pulito che scream da parte del chitarrista Manuel Gardner Fernandes, che mi fa quasi dimenticare che di lì a poco ci sarebbero stati i Mastodon al Brasov stage. Resto impressionato, mi riprometto di approfondire perché il cornometro segna punti veramente alti.

MASTODON

Usando l’antica tecnica dello sguscio (ma non quella di Anakin Skywalker), anche grazie alla mia discreta mole riesco a raggiungere un buon posto di fronte al Brasov stage dove si esibiranno i Mastodon, storico quartetto sludge/stoner metal statunitense di Atlanta. L’attesa è palpitante: c’è molta curiosità di vedere la band alla sua prima esibizione in Romania senza lo storico chitarrista – nonché uno dei membri originali del gruppo – Brent Hinds. Una manciata di minuti di attesa ed ecco che, dopo una breve intro, la band esce e comincia subito con Brann Dailor alla batteria che detta i primi colpi che daranno inizio ai primi due brani tratti da Once More ‘Round the Sun: Tread Lightly e Motherload. Senza concedere un attimo di respiro, cominciano immediatamente i primi tentativi di pogo massiccio. È la terza volta che assisto ad uno show dei Mastodon dal vivo e devo ammettere che l’assenza di Brent si nota abbastanza. Aldilà del come si siano lasciati lui e il resto del gruppo (non benissimo, per usare un eufemismo), il suo stile unico ed inimitabile è estremamente difficile da rimpiazzare, tanto che ora i Mastodon si avvalgono di due turnisti dal vivo, che vengono presto presentati al pubblico come nuovi membri della band: Nick Johnston alla chitarra e João Nogueira alle tastiere. Inizialmente l’alchimia non sembra ancora essere fra le migliori, ma col passare dei minuti si scaldano e danno spettacolo, specie quando i chitarristi Nick e Bill Kelliher mostrano un’intesa notevole. Dopo qualche pezzo alternato fra l’ultimo album “Hushed and Grim” e il mai troppo apprezzato “The Hunter”, con il bassista/cantante Troy Sanders in grande spolvero, si arriva al gran crescendo finale. Un climax che comincia con il brano “Steambreather”, bellissimo singolo tratto da “Emperor of Sand”, uno dei loro migliori album (opinione personalissima). A questo punto nel pubblico cantano tutti, si muovono tutti… Faccio 20 metri in avanti senza volerlo. Comincio a temere per ciò che sta per arrivare, infatti c’è un momento molto pericoloso (si fa per dire), da tenere a mente in ogni concerto dei Mastodon: quando parte QUEL riff. Perché allora comincia la guerra più totale (cit.). E infatti ecco che arriva l’intro di Blood and Thunder e parte il delirio, si crea un pogo enorme, cantano TUTTI e io mi ritrovo chissà come 40 metri indietro.
Lo show si chiude con l’inevitabile omaggio da parte di Dailor e tutta la band a Ozzy, eseguendo un’impeccabile cover di Supernaut e proiettando alla fine una foto gigante del Principe delle Tenebre sul palco, con tutto il Rockstadt a scandire il suo nome.
Eravamo tutti curiosi e i Mastodon non hanno deluso, anche se mi resta un po’ di sapore agrodolce per l’assenza di Brent (con il quale, nascosta da qualche parte chissà dove, ho una foto risalente al lontano novembre 2008 – avevo 18 anni ed ora ho una piccola crisi esistenziale mentre scrivo -), ma anche per l’assenza in scaletta di brani tratti dal mio album preferito, Crack The Skye. Sono comunque devastato dalla quantità di energia che ci hanno trasmesso.

MYRKUR

Pur avendo pochi minuti a disposizione, decido di correre per godermi qualche minuto dello show di Myrkur, progetto solista folk/black metal della danese Amalie Bruun. Luke è un grande fan, e infatti il ragazzo non sbaglia un colpo: il tutto è particolarmente interessante, anche per lo stacco che si è venuto a creare rispetto alle sonorità più hard delle esibizioni precedenti e successive alla sua, creando un’atmosfera magica che aiuta a rilassarsi un attimo. Purtroppo, resto solo per un paio di brani (molto apprezzati).

MACHINE HEAD

Scoccata la mezzanotte, mi rendo conto che sono in ritardo per l’inizio dei Machine Head e provo a volare verso il main stage… Too late! Robb Flynn e i suoi hanno già cominciato con “Imperium” (scusate se è poco!) e ormai l’idea di avvicinarsi al palco è abbastanza impensabile. Non che al Rockstadt si sia mai veramente lontani dal palco, altro punto grande a favore di questa edizione del festival.
Sia come sia, il muro sonoro della band groove metal americana arriverebbe anche a chilometri di distanza e scuote gli alberi dei boschi vicini. Negli anni li avevo un po’ persi di vista, ma noto subito che Robb è in forma smagliante: un animale da palcoscenico con pochi eguali che tiene costantemente viva la scintilla, interagendo con il pubblico per tutta la durata dello show, mantenendo la soglia dell’attenzione costantemente altissima e non dando tregua neanche agli animi più stanchi a causa della pioggia.
È un predatore nel suo ambiente di caccia. I giochi pirotecnici e le luci rosse sottolineano benissimo l’energia e la forza distruttiva del sound dei Machine – fuckin’ – Head, con “Ten Ton Hammer” e “Now We Die” che contribuiscono a serrare i ritmi. C’è anche spazio per momenti un po’ più introspettivi (si fa per dire), quando con “Is There Anybody Out There?” Flynn parla della solitudine e della tristezza, sottolineando come ci si possa sentire così anche ad un festival con migliaia di persone, ma che comunque non siamo mai soli. Dopodiché veniamo spazzati via tutti da “Locust” e “Bulldozer”: due brani talmente massicci che tutti cominciano a saltare e a far rimbalzare al cielo una quantità considerevole di grossi cubi gonfiabili con il logo della band. Riesco così finalmente ad approfittarne per avvicinarmi un po’ al palco lasciandomi coinvolgere in un paio di poghi estemporanei. Prima degli ultimi due brani, c’è spazio per un bel siparietto con “bananaman”, un tizio vestito con costume da banana che ha pogato durante tutto lo show della band e si è quindi meritato una birra lanciatagli direttamente dal palco da Robb e afferrata al volo dal protagonista (delirio generale, applausi e complimenti da parte di tutti).Parte così “From This Day”, durante la quale i cubi gonfiabili bianchi neri sembrano essere raddoppiati in numero, ma in realtà è la quantità e la qualità di casino del pubblico ad essere triplicata. Tocca infine a “Davidian” l’arduo compito di chiudere la setlist di uno show sfiancante e distruttivo, esaltante ed emozionante, degno epilogo della prima giornata del festival. Per quanto mi riguarda, è stato un compleanno memorabile: difficilmente avrei potuto chiedere di meglio.

Stanchi, sporchi e bagnati, ma soprattutto esaltati e felici, ci concediamo un pasto veloce mentre ascoltiamo in lontananza lo show dei Coma all’Andrei Calmuc stage, band alternative metal casalinga molto orecchiabile e divertente, vicina alle sonorità dei primi Linkin Park.
Consapevoli che il primo giorno è stato solo un assaggio di quello che ci stava aspettando, usciamo dall’area festival pronti per il day2, i Gojira – la mia band preferita negli utlimi anni – pronti ad attenderci. Can’t fuckin’ wait!

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