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GRASPOP METAL MEETING 2026 Day 4 – The Last Stand

Sabaton in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it
Sabaton in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Ho sempre detestato la domenica. Sin da quando ero piccolo e mia madre mi costringeva ad andare a messa. Negli anni questo fastidio non è mai svanito. Anzi, la domenica è sempre rimasta quella giornata un po’ strana, insipida in cui tutto rallenta e l’attività più entusiasmante è andare in giro per negozi.

Tutto però cambia se ti trovi in Belgio, al Graspop e ti aspetta l’ultima giornata del festival che si prospetta incendiaria e pirotecnica quanto le precedenti. Non provo tristezza, almeno non ancora. Voglio soltanto godermi ogni minuto rimasto, senza pensare alla valigia da fare, all’attesa in aeroporto, al volo di ritorno, a quando dovrò salutare Henry Ruggeri e Andrea Ripamonti, i miei compagni di viaggio.

Il primo vero concerto della mia domenica è quello dei Wargasm UK, di ritorno al Graspop per la seconda volta nella loro giovane carriera.

Sam Matlock e Milkie Way sembrano scappati dalle tavole di un fumetto. Sam ha i capelli a spina, spettinati e rosso fuoco, Milkie, invece, è la reincarnazione della moda “heroin chic” dei primi anni duemila. Ha una pelle candida, un caschetto biondo platino pieno di boccoli e una presenza scenica a dir poco ipnotica, il palco è la sua passerella.

D’altronde lei è una modella, una fotografa, lui è cresciuto a pane, musica e anarchia essendo il figlio di Glen Matlock, bassista dei Sex Pistols.

I ragazzi non sanno cosa significhi stare un attimo fermi, si rincorrono, saltano da una parte all’altra del palco e sembrano alimentarsi a vicenda come fossero due turbine impazzite. Hanno un’energia continua, un carisma che mi riporta al Jeff Hardy dei tempi d’oro di SmackDown: non per l’aspetto fisico, ma per quell’attitudine ribelle, per quel modo di rubare la scena come se le regole le scrivessero loro.

Il loro slogan, “Angry Songs for Sad People”, prende davvero forma. I Wargasm raccolgono tutto quello che ha rappresentato il nu metal e l’alternative metal dei primi anni Duemila e lo fondono con elettronica e techno. Ne esce un suono potentissimo, moderno, costruito per far ballare e pogare allo stesso tempo, senza perdere quella rabbia quasi adolescenziale.

Tra i momenti che mi rimangono più impressi c’è “Get Down”. Prima di suonarla, la band annuncia che il brano è inedito e non è stato ancora pubblicato.

Subito dopo arriva “Pyro Pyro”. Il riff iniziale è serrato, quasi claustrofobico, e mi riporta immediatamente agli Slipknot.

La chiusura è affidata a “Doing So Good”. Prima che inizi, dagli impianti parte il campionamento del finale di “Breathe” dei Prodigy.

“Where my crowdsurfers at? Where my mosh people at?” esclama Matt, noi rispondiamo a tono e siamo pronti a scatenare il delirio per l’ultima volta.

Quando il concerto finisce, però, nessuno sembra avere davvero voglia di andarsene. Dagli impianti del Jupiler Stage viene diffusa un po’ di techno che non guasta mai.

Dopo l’esplosione di energia dei Wargasm, il Graspop continua il suo viaggio attraverso le generazioni con uno dei nomi più attesi della giornata: gli Extreme. Tra le band che hanno segnato l’hard rock e l’arena rock degli anni Ottanta, arrivano sul South Stage dimostrando di essere ancora in grande forma, alternando con naturalezza i brani più energici della loro discografia a momenti decisamente più intimi.

Il momento più atteso arriva con “More Than Words”. Sul palco rimangono soltanto Gary Cherone e Nuno Bettencourt, con quest’ultimo che imbraccia la chitarra acustica. L’immagine richiama immediatamente lo storico videoclip del brano e, mentre migliaia di persone accompagnano ogni strofa, il South Stage si trasforma in un gigantesco coro a cielo aperto, quasi un gospel rock. Al termine della canzone, Nuno guarda il pubblico e sorride esclamando: “We look like a church tonight”.

Pochi istanti dopo anche Gary lascia il palco, lasciando Bettencourt da solo. Il chitarrista si guarda intorno con aria spaesata e domanda: “Where did the band go?” Poi aggiunge: “Did we break up again? We break up once a week. Maybe today was the day”.

 Il pubblico scoppia a ridere e lui, senza perdere un secondo, chiude la parentesi con un’altra battuta: “Enough with this sentimental bullshit”. Basta con queste cazzate sentimentali.

Ed è a quel punto che i LED wall si riempiono di insegne luminose e bottiglie di whiskey, trasformando il palco in uno dei più classici strip club americani. La band riprende a spingere sull’acceleratore e ritrova immediatamente il lato più rock della propria identità.

Dopo tanti anni di carriera, gli Extreme, continuano a suonare con entusiasmo, ma soprattutto continuano a non prendersi troppo sul serio. E la cosa più sorprendente è che il vero mattatore dello show non è Gary Cherone, come ci si potrebbe aspettare da un frontman, ma Nuno Bettencourt. Considerato uno dei migliori chitarristi della sua generazione, dimostra di saper dominare il palco non solo con la chitarra, ma anche con ironia, tempi comici e un carisma che tiene il pubblico in mano dall’inizio alla fine.

Tra un concerto e l’altro ci sono anche lunghi momenti d’attesa. Con il sole che picchia sul palco principale, i minuti possono sembrare interminabili, soprattutto quando stai aspettando una delle band che vuoi vedere più di tutte.

Nel mio caso sono i Black Label Society.

Black Label Society in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it
Black Label Society in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

L’attesa, però, è più leggera del previsto. A un certo punto, dal gigantesco telone che copre ancora il palco con il logo della band, sbuca all’improvviso Zakk Wylde. Indossa il suo immancabile kilt, la giacca di pelle con i colori dei Black Label Society e, come se fosse il capo di una gang di motociclisti, si presenta davanti al pubblico con una maschera di Ultimate Warrior sul volto. Nelle mani stringe tre action figure, una delle quali è proprio quella dello storico wrestler della WWE.

Inizia ad aizzare il pubblico, agita i pupazzetti come un bambino e, tra le risate generali, con il suo smartphone riprende i fan che lo stanno acclamando. È una scena tanto assurda quanto divertente.

L’ingresso della band è accompagnato da un mash-up tra “Whole Lotta Love” dei Led Zeppelin e “Black Sabbath” dei Black Sabbath. Il telone cade e i Black Label Society conquistano finalmente il palco.

Zakk Wylde prende posto dietro al suo iconico microfono, un’asta ricoperta da una colonna di teschi sovrapposti che sembra uscita da un film horror. Intorno a lui ci sono Dario Lorina alla chitarra, John “J.D.” DeServio al basso e Jeff Fabb alla batteria. Tutti indossano i caratteristici gilet di pelle con le toppe della band rafforzando quell’immaginario da biker club demoniaco che accompagna la band fin dagli esordi.

L’apertura con “Funeral Bell” è devastante e viene seguita da “Name in Blood”, tratta dall’ultimo album “Engines of Demolition”, pubblicato il 27 marzo 2026.

Alle loro spalle si erge un enorme muro di amplificatori che domina il palco tanto quanto le luci. Il suono è massiccio, ruvido, profondamente hard rock, ma attraversato da quel gusto blues che da sempre caratterizza la scrittura di Zakk Wylde. In alcuni passaggi affiorano anche atmosfere che richiamano il doom, con riff pesanti e dilatati che sembrano schiacciare il pubblico sotto il loro peso.

Anche la voce di Wylde contribuisce a rendere tutto immediatamente riconoscibile. È roca, graffiata, a tratti quasi nasale, e in più di un momento mi riporta inevitabilmente a Ozzy. Non è un’imitazione, ma si percepisce quanto quella voce e quella maniera di interpretare i brani abbiano lasciato un segno nel suo modo di cantare.

Uno dei momenti più spettacolari arriva quando Zakk e Dario si ritrovano uno di fronte all’altro per una lunga sfida a colpi di assoli, e quasi per gioco, finiscono entrambi a suonare con la chitarra dietro la testa, strappando l’ennesimo boato al pubblico.

Aveva 19 anni quando Zakk Wylde divenne chitarrista della band di Ozzy Osbourne, contribuendo alla scrittura di alcuni dei suoi brani più leggendari come “No More Tears” nel 1991. Lui non avrebbe mai immaginato di realizzare questo sogno e io non avrei mai immaginato nella mia vita di poter ascoltare questa canzone dal vivo.

Black Label Society in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it
Black Label Society in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Mentre le prime note del brano risuonano sul palco, è impossibile non pensare a Ozzy. Per tutto il weekend le magliette dedicate ai Black Sabbath e al Principe delle Tenebre sono state una presenza costante tra il pubblico del Graspop, ma durante questo momento sembrano assumere un significato diverso. È come se tutto l’affetto, l’amore e la devozione abbia trovato improvvisamente un punto d’incontro, come se fosse una cattedrale a cielo aperto.

Ogni nota sembra suonata con il rispetto di chi deve tantissimo alla persona che l’ha portato sotto quei riflettori e che ha cambiato per sempre la sua vita. È probabilmente il momento emotivamente più forte dell’intero concerto.

Quando il brano si conclude, i Black Label Society tornano a spingere sull’acceleratore, ma quella parentesi dedicata a Ozzy Osbourne resta impressa più di qualsiasi assolo. È il ricordo di un legame che ha segnato la storia dell’heavy metal e che continua a vivere ogni volta che Zakk Wylde sale su un palco con una chitarra in mano.

La parte finale del concerto torna a spingere sull’acceleratore con “Fire It Up”, uno dei brani più amati della band. Dal palco iniziano a volare palloni da spiaggia brandizzati Black Label Society, mentre il pubblico cerca in tutti i modi di afferrarne uno. A lanciare i palloni c’è anche Nuno Bettencourt, salito sul palco per unirsi al gioco. Confesso di averne desiderato uno anch’io.

Poco dopo arriva “Suicide Messiah”, a un certo punto l’impianto audio del palco smette di funzionare, la band continua a suonare e a cantare come se nulla fosse, aspettando che il problema venga risolto.

L’ultimo saluto non poteva che arrivare con “Stillborn”, il brano inciso insieme a Ozzy Osbourne. Le loro voci, così simili per timbro e intenzione, finiscono quasi per confondersi in una sola.

Alle spalle della band compare una grande immagine di Ozzy da giovane, con le braccia alzate verso il cielo nella sua posa più iconica. È impossibile non fermarsi a guardarla senza piangere.

Quando gli altri musicisti lasciano la scena, Zakk Wylde rimane da solo. Si gira verso il grande ritratto, alza le braccia al cielo e alle sue spalle ci siamo noi, con le corna in aria e i volti lentamente segnati dalle lacrime di commozione nel ricordo del Principe delle Tenebre.

È l’ultima immagine che porto con me da questo concerto, una fotografia che è diventata anche lo sfondo del mio telefono.

L’omaggio a Ozzy Osbourne dei Black Label Society lascia addosso un’emozione difficile da descrivere. Pochi minuti dopo mi ritrovo davanti al North Stage, dove sta per iniziare il concerto di un’altra leggenda assoluta.

Alice Cooper in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it
Alice Cooper in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

A settantotto anni Alice Cooper è molto più di un cantante e performer. È un personaggio fuori dal comune, un attore, il padre dello shock rock e uno di quegli artisti che hanno cambiato per sempre il modo di concepire uno spettacolo dal vivo.

Sul palco ci sono addirittura tre chitarristi e il loro peso si avverte fin dalle prime note. Il palco rivela il primo elemento della scenografia: una grande botola in legno con il volto di Alice e la scritta “Alice’s Attic”, proprio come il suo programma radiofonico. Più che un palco, sembra l’ingresso della sua casa, o forse della sua mente contorta.

Alice compare con il suo trucco inconfondibile e il primo di tanti cambi d’abito, mentre attorno a lui iniziano a muoversi figure incappucciate che lo trascinano via, cercano di immobilizzarlo, quasi volessero rinchiuderlo in un manicomio. Ogni volta ritorna in scena con un nuovo costume, pronto ad aprire un altro capitolo dello spettacolo. Continuo a pensare che uno show del genere avrebbe avuto ancora più forza dopo il tramonto, quando luci e scenografie avrebbero potuto esprimersi completamente. Eppure, anche sotto il sole del pomeriggio, il fascino del suo teatro rimane intatto.

Tra i primi brani a colpirmi c’è “No More Mr. Nice Guy”, probabilmente la canzone che più di ogni altra racconta la ribellione e l’identità artistica di Alice Cooper. Poco dopo arriva “House of Fire”. Più che “House of Fire”, viene spontaneo pensare “Stage on Fire”: complice il caldo soffocante e l’intensità dello spettacolo.

“I’m Eighteen”, è il brano con cui Alice Cooper sembra ripercorrere la propria vita, dalle sue umili origini fino ai successi, alle cadute e alle critiche che hanno accompagnato la sua carriera. Subito dopo il tono cambia ancora una volta con “Feed My Frankenstein”, accompagnata dall’ingresso di un gigantesco Frankenstein che attraversa il palco inseguendo Alice da una parte all’altra, trasformando il concerto in una scena uscita da un vecchio film horror. Poi arriva “Poison”, la prima canzone con cui ho scoperto Alice Cooper e ancora oggi una delle mie preferite della sua discografia, capace di raccontare l’amore tossico con una forza che, a distanza di decenni, continua a rimanere intatta.

Una delle costanti dell’intero spettacolo è il livello incredibile dei musicisti. Dopo aver assistito agli assoli di Nuno Bettencourt e Zakk Wylde, la quarta giornata del Graspop continua a regalare autentiche lezioni di chitarra. Ryan Roxie, Tommy Henriksen e Anna Cara, chiamata a sostituire temporaneamente Nita Strauss, si alternano in assoli tecnicamente impressionanti.

Il gran finale è “absolute cinema”. Sul palco compare una donna alta, snella, in un abito nero attillato, capelli nero corvino, trucco spettrale e rossetto rosso fuoco. Alice Cooper viene trascinato verso una ghigliottina e decapitato davanti al pubblico.

La testa mozzata viene sollevata verso il cielo come un macabro trofeo. Pochi istanti dopo, però, Alice ritorna in scena con un abito completamente bianco, come se la morte fosse soltanto un altro numero del suo spettacolo.

Le ultime canzoni sono una celebrazione della sua carriera. “School’s Out” si fonde con un frammento di “Another Brick in the Wall” dei Pink Floyd, mentre la successiva “Smells Like Teen Spirit” sorprende tutti: non mi sarei mai aspettato di ascoltare Alice Cooper cimentarsi con i Nirvana e, invece, il risultato funziona alla perfezione.

Guardo gli ultimi minuti del concerto da più lontano, mentre inizio lentamente ad avvicinarmi al South Stage dove di lì a poco suoneranno gli Electric Callboy. Nonostante l’età, la sua presenza sul palco rimane magnetica e la band suona in maniera impeccabile.

Electric Callboy in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it
Electric Callboy in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Prima di congedarsi, Alice Cooper saluta il pubblico con una frase che scrive la parola fine di questa storia dell’orrore:

“From the cast, from the band, and from my very self… have a good night. And may all your lovely dreams… become nightmares.”

 (“Da parte del cast, della band e da parte mia… buona serata. E possano tutti i vostri sogni più belli… trasformarsi in incubi.”)

Dopo il teatro di Alice Cooper, il Graspop cambia completamente volto. Sul South Stage è il momento degli Electric Callboy e basta un’occhiata al pubblico per capire che quello che sta per iniziare non sarà un concerto come gli altri.

Ovunque mi giri vedo persone vestite come se fossero uscite direttamente dai loro videoclip. C’è chi indossa un tutù da ballerina, chi sfoggia il celebre costume di Borat, chi si presenta travestito da personaggio di Minecraft e chi agita in aria action figure di Jack Black.

Electric Callboy in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it
Electric Callboy in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Kevin Ratajczak e Nico Sallach fanno il loro ingresso indossando enormi bomber metallizzati che riflettono le luci del palco, mentre i cannoni di fumo iniziano a sparare senza sosta. Alle loro spalle si apre uno scenario completamente diverso da tutto quello visto fino a quel momento: insegne al neon, veicoli futuristici, grafiche cyberpunk. Mi sembra di essere stato risucchiato dentro Cyberpunk 2077, con gli Electric Callboy nei panni dei protagonisti.

È probabilmente la band più tamarra dell’intero festival, lo dico nel miglior senso possibile. La loro forza sta proprio nell’aver trasformato il metalcore in una gigantesca festa dance, dove riff pesantissimi, breakdown ed elettronica convivono senza mai pestarsi i piedi. Le parti più estreme arrivano puntuali, ma pochi secondi dopo lasciano spazio a ritornelli, synth e beat da rave che rendono praticamente impossibile restare fermi.

Il pubblico canta, salta, ride, improvvisa crowd surfing con il tutù addosso. Dopo quattro giorni di festival, quando sarebbe normale iniziare ad avvertire un pizzico di malinconia pensando alla fine ormai vicina, ma non se sul palco ci sono gli Electric Callboy.

“Tanzneid”, singolo estratto dall’omonimo album in uscita il 6 agosto apre le danze, i giganteschi bomber metallizzati indossati dalla band richiamano immediatamente quelli del videoclip del brano.

Electric Callboy in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it
Electric Callboy in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

La festa entra subito nel vivo con “Still Waiting” dei Sum 41, prima che il concerto deragli completamente, cambiando marcia sulle note di “Tekkno Train” e “Hypa Hypa”.

Con “Pump It” arrivano anche gli iconici costumi e le parrucche da istruttori di fitness anni Ottanta, uno dei momenti più riconoscibili dell’intero show. Poco dopo gli Electric Callboy infilano nel set il medley con “All the Small Things” dei Blink-182 e “Bodies” dei Drowning Pool, passando con una naturalezza impressionante dal pop punk al nu metal senza perdere un grammo dell’energia costruita fino a quel momento.

Il roller coaster continua con “Everytime We Touch”. Loro sono tutti in completi bianchi, giocando apertamente con tutta l’estetica delle boyband e trasformando anche questa hit in un perfetto brano da rave.

Subito dopo arriva “Let the Good Times Roll”, brano degli Offspring riproposto in salsa techno-metal teutonica. Alla lista non poteva mancare “RATATATA”, la collaborazione con le BABYMETAL che proprio non riesco a togliermela dalla testa avendola sentita dal vivo anche ieri.

Devo però ammettere che la parte finale è quella che mi ha gasato di più, complice anche il fatto di aver preso parte a un trenino degno delle migliori feste di Capodanno. “Spaceman”, probabilmente il mio brano preferito della loro discografia, prepara il terreno a “We Got The Moves”.

Electric Callboy in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it
Electric Callboy in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Conosco gli Electric Callboy fin dai tempi in cui si chiamavano Eskimo Callboy e le loro canzoni sono state protagoniste dei DJ set di musica alternativa più divertenti a cui abbia mai assistito. La band tedesca non ha paura di sembrare tamarra, eccessiva o sopra le righe. In un panorama in cui spesso ci si prende troppo sul serio, loro dimostrano che si può fare musica pesante senza rinunciare all’ironia, allo spettacolo e, soprattutto, al divertimento. Restano fedeli alla propria idea di arte e di musica, ed è forse questa la lezione più bella che lasciano una volta scesi dal palco.

Per la prima volta in quattro giorni di festival, mentre mi incammino verso il Metal Dome, arriva quella sensazione che avevo cercato di tenere lontana fino a quel momento. La nostalgia. Mancano ancora gli ultimi concerti della giornata, ma in quel tragitto realizzo che il Graspop sta davvero per finire.

L’ultimo timbro sul mio passaporto del Metal Dome porta il nome di Carpenter Brut.

Sul palco ci sono soltanto lui, la sua console e il chitarrista che lo accompagna, i visual scorrono senza sosta: città in rovina, luci al neon, scenari post-apocalittici e un mondo che sembra essersi arreso al proprio destino.

La musica non accompagna le immagini, è il contrario: sono le immagini a inseguire ogni synth, ogni distorsione, ogni accelerazione del set, come se stessi assistendo alla colonna sonora di un film o di un videogioco proiettato davanti ai miei occhi.

Dentro il Metal Dome quasi tutti indossano gli occhiali da sole. Nessuno distoglie lo sguardo dal palco. Tra musica, luci e visual finisco completamente in trance.

L’intero live sembra una versione post-apocalittica del “blood rave” di Blade. Le luci stroboscopiche, i neon rossi, l’elettronica che rimbomba nel tendone e quei visual mi restituiscono la stessa identica sensazione della celebre scena ambientata nella discoteca dei vampiri. Manca soltanto il sangue che cade dal soffitto. Per il resto sembra davvero di essere finiti dentro quell’iconica sequenza del 1998.

L’ultima release di Carpenter Brut, “Leather Temple”, sembra muoversi proprio in quella direzione, immaginando un futuro distopico attraversato da una critica feroce alla società contemporanea e a figure tiranniche e milionarie, concludendo la “leather trilogy” iniziata con “Leather Teeth” nel 2018 e “Leather Terror” del 2022.

Mi viene veramente difficile non pensare ai Nine Inch Nails, non tanto per una questione di genere, quanto per il modo in cui elettronica e le distorsioni della chitarra finiscono per fondersi in un’unica massa sonora. Se Trent Reznor ha contribuito a definire quell’estetica negli anni Novanta e Duemila, Carpenter Brut sembra raccoglierne l’eredità.

Sono pochi i metri che mi separano dal Marquee, sono poche le ore che mi separano dalla fine di questa esperienza che mai dimenticherò. Sicuramente avrò il tempo di metabolizzare tutto ciò che sto vivendo, riuscirò ad affrontare la depressione post-festival, ma per adesso voglio dedicarmi al 100% alla prossima band in lista: i Mastodon.

Ogni loro disco sembra sfuggire a qualsiasi etichetta. C’è il metal, certo, ma anche lo sludge, il prog, il doom, lo stoner, la psichedelia.

Anche il loro immaginario segue la stessa strada. Mitologia, storia, letteratura, mondi fantastici, simbolismo, ma anche temi profondamente umani come ansia, depressione e paura convivono da sempre all’interno dei loro album, sin dagli albori.

Dal palco la band ricorda come la prima partecipazione ad un festival fuori dagli Stati Uniti, sia avvenuta proprio al Graspop nel 2003. Ventitré anni dopo, è evidente quanto sia indissolubile il legame che li unisce a questo festival in ogni loro apparizione.

Questa è anche la prima volta in cui riesco finalmente a vedere i Mastodon dal vivo. Avrei voluto farlo quando in formazione c’era ancora Brent Hinds, quel gigante buono capace di incantare con ogni riff e col suo modo di fare buffo, a volte anche burbero. Oramai ogni concerto della band è un grosso omaggio, una celebrazione della sua carriera e della sua vita, stroncata decisamente troppo presto.

Dagli impianti del Marquee risuonano le note di “Crazy Train” e tutto il pubblico canta dall’inizio alla fine, aspettando che le luci si accendano e che i Mastodon facciano il loro ingresso. Dopo i Black Label Society, anche loro scelgono di rendere omaggio a Ozzy Osbourne, durante tutta la quarta giornata la sua presenza si è percepita ovunque.

Il concerto è esattamente come lo immaginavo, anzi, forse anche meglio. La scaletta pesca dai momenti più rappresentativi della loro discografia e il suono è mastodontico fin dalle prime battute.

Brann Dailor, Troy Sanders e Bill Kelliher guidano la band con la consueta solidità, mentre il nuovo chitarrista Nick Johnston affronta l’arduo compito di raccogliere l’eredità di Brent. Mi colpisce molto anche la presenza del tastierista João Nogueira, che aggiunge ulteriore profondità e anima ai loro brani.

Johnston mi ha convinto dal punto di vista tecnico: assoli impeccabili in ogni brano, anche se sul piano della presenza scenica l’ho trovato un po’ più rigido di quanto mi aspettassi.

I Mastodon partono subito con “The Motherload”, tratta da “Once More ‘Round the Sun” del 2014. È una scelta che apprezzo molto.

“Your Ghost Again” è il tributo che i Mastodon hanno dedicato a Brent. È un brano profondamente prog, potente e stratificato, che mantiene intatta tutta la violenza musicale della band. Non è una ballata costruita per ricordare un compagno scomparso, ma è un inno per rendere immortale la sua memoria.

Con “Megalodon” e “I Am Ahab” il concerto entra nel cuore di “Leviathan”, il concept album pubblicato nel 2004 ispirato a Moby Dick di Herman Melville.

Ho davvero avuto la sensazione che Moby Dick si muovesse sopra le nostre teste: le onde, la tempesta, il mare, tutto prendeva forma attraverso i colpi di Brann e le urla lancinanti di Troy. I Mastodon riescono a rendere incredibilmente evocativo ciò che raccontano, trasformando quelle canzoni in un’esperienza catartica e onirica.

Da quell’immaginario marino si passa a “Steambreather”. Le tonalità blu lasciano il posto alle lingue di fuoco che invadono il palco e, stando sotto il Marquee, il calore diventa quasi soffocante. Per tutta la durata del concerto, il crowd surfing non si ferma praticamente mai. Si aprono anche diversi moshpit, meno frenetici rispetto a quelli visti durante altri live del festival, ma comunque continui.

La chiusura è ovviamente affidata a “Blood and Thunder”. L’attacco con “I think that someone is trying to kill me” è forse il più iconico della loro discografia e prepara il terreno al ritornello: “White whale, holy grail!”. Siamo tutti faccia a faccia con la creatura, una grossa ciurma pronta per lo scontro finali.

Quando i Mastodon lasciano il palco, dagli impianti parte “Shots in the Dark”, Ozzy non vuole proprio abbandonarci e io non voglio andarmene più da questo posto anche se purtroppo sono arrivato alla fine del mio viaggio.

Ma non posso salutare Dessel senza aver assistito all’ultimo grande ed epico concerto del Graspop 2026, quello dei Sabaton.

Sabaton in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it
Sabaton in concerto al Graspop Metal Meeting 2026 di Dessel (Belgio) foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Di scenografie, luci ed effetti pirotecnici ne ho visti in quattro giorni, ma mai nessuno aveva portato un fottuto carrarmato gigante sul palco per poi posizionarci sopra la batteria. Nel 2007 la band era l’opener del Marquee, ben 19 anni dopo il quintetto svedese capitanato da Joakim Brodén e Pär Sundström non ha solamente scalato le classifiche del power metal, ma è divenuto uno dei progetti più amati in Europa e nel mondo.

Se prima avevo voglia di andare in mare aperto alla ricerca della balena leggendaria, ora sono pronto ad affrontare qualsiasi battaglia.

L’apertura con “Ghost Division” è semplicemente devastante. È uno di quei brani che non hanno bisogno di presentazioni: parte il primo riff e il South Stage esplode. Migliaia di persone iniziano a saltare all’unisono mentre Joakim Brodén entra in scena con il suo iconico giubbotto antiproiettile, occhiali da sole e barba da finanziere a completare il mohawk.

Con “Yamato” il carrarmato lascia spazio al mare. I Sabaton raccontano la storia della più grande corazzata mai costruita e il palco continua a trasformarsi insieme alle loro canzoni.

Poi arriva “The Last Stand”, probabilmente uno dei ritornelli più iconici dell’intera discografia dei Sabaton. Con “Bismarck” si torna ancora una volta in mare aperto. Dopo aver inseguito Moby Dick con i Mastodon, adesso mi ritrovo a bordo della nave da guerra più famosa del Novecento.

L’assalto finale passa inevitabilmente da “Primo Victoria”. Il pubblico conosce ogni parola e la canta come se fosse un inno. La chiusura arriva con “To Hell and Back” e con lo spettacolo pirotecnico più grande di tutto il festival.

Ora è tutto veramente finito, sarebbe facile affidarsi alla solita retorica dicendo “è l’esperienza più bella della mia vita”, tutto risulterebbe quasi superflue perché non riuscirei a descrivere ciò che Dessel e il Graspop mi hanno lasciato.

In quattro giorni sono stato picchiato dal sole, ho bevuto dell’ottima birra, ho conosciuto persone incredibili, ho bevuto dell’ottima birra, ho svaligiato lo stand del merch, ho sbattuto la testa, portato il mio corpo al limite tra un moshpit e l’altro, ho fatto “surfare” ragazzi, ragazze, anziani e anche bambini sopra la mia testa intrisa di sudore e crema solare.

Mentre attendo il volo che mi riporterà in Italia, sono già proiettato al prossimo anno per quella che sarà la trentesima edizione del festival… dal 17 al 20 giugno non ci sarò per nessuno.

Qui trovi le fotografie della quarta giornata del Graspop Metal Meeting 2026, oppure sfoglia la gallery qui sotto

Sabaton
  • Graspop 2026 foto del primo giorno – clicca qui
  • Graspop 2026 foto del secondo giorno – clicca qui
  • Graspop 2026 foto del terzo giorno – clicca qui
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