Articolo di Lorenzo Vezzosi | Foto di Luca Simonazzi
“Una perla nascosta” che diventa ogni anno sempre più grande, imponendosi nel panorama internazionale della musica estrema
Ed eccoci qui.
Il festival è ormai terminato ed è giunto il momento di tirare le somme.
Vi lascio un paio di consigli logistici e tecnici prima di cominciare, qualora dopo questo racconto vogliate partecipare all’edizione del R.E.F. 2026.
Anzitutto, se potete, noleggiate una macchina: c’è moltissimo da vedere in queste zone della Transilvania (come il castello di Bran e la cittadella di Sighisoara, per citarne un paio), ma non è facile raggiungerle se non si sa come muoversi con i mezzi (e, se vi fidate, non è semplice capire DOVE prendere quei mezzi… Rido ancora pensando alla storia del “pullman che adora cambiare le stazioni di partenza”, come le scale di Hogwarts). In alternativa, dall’aeroporto di Bucarest potrete raggiungere Ghimbav tranquillamente in treno (anche se molto lentamente), con una tappa alla stazione “Gara de Nord” dove ci sono i treni diretti per Brasov, per poi sfruttare le app di servizi automobilistici a pagamento che hanno costi molto contenuti, specialmente se potete abbatterli dividendoli su più persone.

Ma ora torniamo pure a noi e al recap di questo fantastico festival in Romania.
Sono stati cinque giorni maledettamente intensi e ricchi di spunti interessanti, per cui fare un riassunto organico non è un’impresa facile… Ma proviamoci!
Questa decima edizione, dal 30 luglio al 3 agosto, ha segnato il record di spettatori per il festival con ben quattro giorni sold-out sui cinque totali (solo il 30 non ha registrato il tutto esaurito). La capienza massima di quasi 15000 persone è stata ampiamente raggiunta per il secondo e il quarto giorno, che infatti sono stati annunciati sold-out con largo anticipo onde evitare il sovraffollamento nella zona. Non male per essere un “posto nascosto nel cuore della Transilvania”, come ricordava il messaggio scritto dagli organizzatori e proiettato sui maxischermi il quinto giorno, durante le celebrazioni del decimo compleanno del festival.
Una partecipazione così numerosa è un palese atto di stima da parte del pubblico e un riscontro dell’ottimo lavoro svolto in questi anni dagli organizzatori. Ogni minimo dettaglio è curato al meglio e ogni feedback è preso in seria considerazione: se infatti durante il primo giorno c’è stato qualche problema con la lunghezza delle file nell’area del festival, la sera stessa – sui profili social del Rockstadt – è uscito subito un comunicato dove si scusavano per il disagio causato, affermando che avrebbero cercato di rendere tutto più scorrevole nell’immediato ed eviteranno che il problema si ripresenti per la prossima edizione. Già a partire dal giorno seguente dimostrano che non sono affatto parole campate per aria: non si vedrà più nessuna fila in qualsiasi area del festival (eccezion fatta per gli stand della birra, sempre gremiti), nonostante per il Day2 fosse presente una folla molto più nutrita rispetto al precedente. Non so come abbiano fatto, ma hanno tutta la mia stima.
Questa grande presenza di pubblico è la spiegazione del perché il R.E.F. cambierà completamente volto a cominciare dal prossimo anno, permettendosi di ospitare molte più persone: per preservare l’ambiente naturale di Rasnov e aumentare al contempo la capienza massima del festival fino a 40000 spettatori (secondo fonti vicine allo staff), gli organizzatori hanno annunciato ai primi di luglio che la location della prossima edizione sarà spostata a Ghimbav (molto più vicina alla città di Brasov). Anche perché quest’anno Rasnov era completamente sold out con settimane di anticipo, con i posti nei campeggi esauriti mesi prima di questa manifestazione.

Un bel segno sia del successo che della fama raggiunti dal Rockstadt – costantemente in aumento nel susseguirsi delle varie edizioni -, sia dell’ambizione dell’organizzazione che si è posta davanti una bella sfida e un grande obiettivo da perseguire.
Anche per questi motivi, non voglio soffermarmi troppo sull’allestimento dell’area all’interno di questa edizione del festival: basti sapere che era molto ben organizzata in tutti gli aspetti e non mancava nulla. Forse non si trovavano tutte le offerte disponibili nei festival internazionali più grandi (non saprei davvero, non essendoci mai stato), ma personalmente non ho sentito la mancanza di niente se non di un’area-press con il wi-fi e di uno stand dove acquistare i tappi per le orecchie.
Per quanto riguarda il lato della vita nel festival, dal punto di vista delle spese il Rockstadt è totalmente cashless, con un sistema facile e intuitivo. Consiste nel noleggio – al costo di 10 Lei, ossia circa 2€ – di una carta nera con il simbolo del festival su cui è possibile versare denaro sia in contanti che con la propria carta. Nota negativa: non è nominale, quindi se viene persa sono cazzi amari (e improperi nei confronti del pantheon egizio), ragion per cui è consigliabile non caricarci sopra troppo, ma giusto la cifra che si pensa di spendere nella giornata (anche per evitare di creare troppa fila ai punti top-up, che sono stati la causa dei disagi del primo giorno). Ho dovuto cercare conferma online per quanto mi è parso strano, ma la carta è riutilizzabile per tutte le edizioni del festival (good to know), tuttavia si può riconsegnarla per riottenere i soldi del noleggio qualora non si sia certi di tornare.
Nonostante non ci sia una app per tenere sotto controllo le spese – che è in fase di preparazione per la prossima edizione – ogni volta che si paga qualcosa è possibile vedere sul computer di cassa quanto rimane sulla carta.

Sempre a proposito di spese, uno dei punti di forza dell’organizzazione sono i costi più che competitivi all’interno del festival. Si riesce tranquillamente a mangiare e bere per tutta la giornata con una spesa di circa venti euro. Un pensiero dedicato agli amici metallari amanti della birra: è buona e costa poco (meno di due euro). Il menu è ampio e molto vario, attento ad ogni esigenza e ad ogni stile alimentare: ce n’è veramente per tutti i gusti e, soprattutto, il cibo è assolutamente ottimo e presentato bene (purtroppo sono già in crisi d’astinenza da caciocavallo impanato). L’unica nota dolente è che all’interno del festival l’acqua non è gratis (costa circa un euro) e non ci sono fontanelle da cui dissetarsi.
Per quanto riguarda il personale, lo staff del festival è impeccabile, sempre disponibile ad aiutare e a dare indicazioni, mentre la security è sempre pronta e preparata a gestire tutte le situazioni, senza mai esagerare e chiudendo anche un occhio se il contesto e la situazione lo richiedevano.
Ma la cosa bella, forse quella che ho preferito del festival è proprio questa: non ho visto nessun momento di attrito fra le persone, perché tutti erano lì per godersi un’esperienza fantastica e per cercare di viversi momenti bellissimi da ricordare. Quella del metal è davvero una community stupenda, magari non sarà la più numerosa (anche se personalmente ritengo che sia in costante aumento), ma il senso di complicità che si avverte è unico: basta avere la passione per lo stesso genere di musica per stringere amicizie casuali e inaspettate, condividendo una birra o cantando una canzone abbracciati a perfetti sconosciuti. In questo senso, il R.E.F. è davvero un luogo di condivisione e fratellanza dalla colonna sonora extreme in cui regna la spensieratezza. E in ambienti così, immaginate pure liberamente di moltiplicare questa sensazione per dieci. Anche perché il Rockstadt – pur essendo un festival apparentemente isolato fra le foreste della Transilvania piene di orsi, in una regione difesa dai monti Carpazi – resta comunque uno dei più grandi festival dell’Est Europa, che ha ormai raggiunto una dimensione tale per cui si incontra gente giunta da mezzo mondo: abbiamo avuto occasione di conoscere persone che provenivano da ogni paese d’Europa, dal Giappone, dagli Stati Uniti, dal Canada e, ovviamente, amici provenienti da ogni stato del Centro e del Sud America, sempre fieri con le loro bandiere a portata di mano. Fare nuove conoscenze è estremamente facile (specie con una buona padronanza delle lingue).

Tutti vengono da ogni angolo del mondo per divertirsi e ascoltare la musica che amano: dal pogo più estremo ai cori collettivi, fino ai momenti più raccolti, tutto è vissuto in un clima di rispetto reciproco e di autentica festa, con una dose di sana autoironia sottolineata da travestimenti, gonfiabili e barche usate per il crowdsurfing: ogni giorno c’era una nuova sorpresa che ha reso l’esperienza ancora più folle e memorabile (per darvi un’idea, abbiamo incontrato ingegneri e biochimici pogare senza sosta travestiti da banane o mascherati da wrestler).
Ma a prescindere, la gente è sempre ben disposta soprattutto grazie al fatto che la musica è di una qualità eccelsa. La line-up di questo festival è stata studiata con cura e con un’attenzione particolari per far sì che in ogni giornata ci fosse l’esibizione perfetta per chiunque, accontentando tutti i gusti. Se infatti io preferisco suoni metal più moderni con un uso anche massiccio di elementi di musica elettronica, c’è chi invece predilige un sound più “old school” e diretto, senza basi e senza grandi effetti. E alla fine di ogni giornata nessuno se ne può andare via deluso, anzi, anche perché i suoni dai palchi sono impeccabili, con volumi considerevoli per i quali è sconsigliabile stare troppo davanti alle file di casse se non si hanno dei tappi per le orecchie.
Mi è stato chiaro soprattutto durante il set dei Gojira, che non avevo mai sentito così massicci nelle volte precedenti in cui li ho visti in Italia.
Il loro show è stato indubbiamente la punta di diamante di tutto il festival, con i fratelli Duplantier in stato di grazia e il pubblico totalmente rapito dal loro sound che arriva dritto al cuore e allo stomaco. Ma tra le performance più importanti (ovviamente per me), non posso non citare i Mastodon, con il loro sludge imponente e psichedelico che ha incantato il pubblico, i Machine Head e i Sepultura in forma smagliante e potentissimi che hanno spazzato via tutto, gli While She Sleeps che con Loz Taylor hanno letteralmente domato il pubblico, gli Static-X che grazie all’aura di Xero hanno galvanizzato e scosso anche gli alberi, e last but not least gli Electric Callboy che al loro debutto in Romania hanno trasformato il festival in una discoteca metal a cielo aperto coinvolgendo tutti, pure i pupazzi gonfiabili.
Dopodiché il bello dei festival di questo tipo sono le band viste per la prima volta dal vivo che diventano instant favourites. Vorrei citarne alcune, nel caso gradiste approfondire se ancora non conoscete: gli Envy e gli Slomosa condividono sicuramente il primissimo posto ex-aequo, seguiti a ruota libera da Zeal&Hardor, Harakiri for the Sky, Dope (nonostante i problemi tecnici), And So I Watch You From Afar, Carpenter Brut e Wardruna.

So che ci sarà sicuramente chi dirà “Ma come!? Non conoscevi loro?”. No. Ed è proprio questa la figata di andare ad un festival: provare nuovi stimoli, sperimentare cose nuove, incontrare persone che non si potrebbero conoscere altrove. Per chi come noi non l’aveva mai provata, è un’avventura che arricchisce umanamente e apre nuove finestre della mente, ampliando i propri orizzonti. Per queste motivazioni consiglierei a chiunque – soprattutto ai più giovani – di provare senza esitazioni un’esperienza come questa, qualora ce ne fosse l’occasione e aveste l’opportunità di farlo.
Il R.E.F. 2025 è stato un tributo al potere della musica dal vivo e al legame ancestrale che si è creato fra la natura circostante, il pubblico e gli artisti. Un’edizione storica, che ha salutato Rasnov con esibizioni dal vivo memorabili e fortissime emozioni, lasciando ricordi indelebili nel cuore di chi c’è stato. Nonostante il mio amico Bogdan (uno dei fotografi presenti al festival con cui condivido la passione per il Liverpool), mi spieghi che l’anno prossimo sarà tutto diverso e non sarà la stessa cosa, siamo sicuri che l’addio a questa location non cancellerà l’anima del festival, che nel 2026 promette di rinascere più grande e più forte a Ghimbav.
Sono già stati annunciati alcuni nomi che si esibiranno il prossimo anno (fra i quali spiccano Alcest, Godsmack, In Flames, Lamb of God e Of Mice and Men). Se ci sarà la possibilità, proveremo a raccontarvi anche l’undicesima edizione, con tutti i cambiamenti e le novità.
Nel frattempo, spero che questo resoconto vi abbia intrigato e – possibilmente – vi abbia convinto a vivere la magica esperienza di un festival internazionale. Magari – perché no – proprio il Rockstadt Extreme Fest 2026…!




























