Articolo di Marzia Picciano
L’ho detto in un articolo qualche anno fa quando sono stata a vederlo per la primissima volta a San Siro (e non con Carmen Consoli, dannazione): TIZIANO FERRO sta all’abc della vita di moltissime persone, soprattutto gli over-30 che sanno cosa e dove si trova il castello di Santa Severa, ma anche del mondo dell’America Latina, come, banalmente, il pane sta all’olio: ci sta, e basta, ed è uno dei basici piaceri della vita saper di esservici cresciuti.
Quindi andiamo a sentire il suo nuovo disco SONO UN GRANDE uscito lo scorso 24 ottobre per Sugar Music. Eh, si grandi cambiamenti in corso! Capiamo che forse abbiamo cambiato fornitore di olio: è quello al peperoncino che fa tuo padre (e che sta un sacco bene sia sul pane che quando ripassi la cicoria in padella).
No, niente battute scadenti, non è più hot, o meno hot, è semplicemente un concetto di olio diverso. Un cambiamento necessario per il nostro, che in una recente intervista aveva detto: “Non ho paura delle critiche, ma dei falsi applausi”. Ed ecco allora lo statement forte di SONO UN GRANDE.
Del resto non sono stati tre anni facili per il cantautore di Latina.
Dopo 25 anni di onorata carriera nella musica e 20 milioni di dischi venduti nel mondo, ha rischiato di perdere la voce, ha visto la fine della sua relazione con suo marito, e ora con il divorzio non può allontanarsi con i figli dalla California, insomma un periodo non facile, impossibile non empatizzare con lui; lui, che ha passato la vita a definire le colonne sonore dei nostri momenti di disperazione codificando un genere del cantautorato pop italiano, è arrivato al limite e ha detto: basta.
SONO UN GRANDE di Tiziano Ferro non sarà per me il miglior album del cantautore romano degli ultimi anni ma è un disco importante per lui e per la sua musica perché segna una linea nettissima tra quello che è diventato e quello che diverrà nei prossimi passi, e quindi per lui è impossibile pensare a se stesso come una sola entità oggi, ma a una moltitudine, che contiene i suoi tanti spiriti del passato e del presente, i suoi fantasmi, i suoi amori passati e ovviamente i suoi bambini. E questo è un elemento importantissimo da considerare se sei un artista a questi livelli: devi darti la possibilità di non piacere sempre, ma di essere ancora più apprezzato proprio per questo.
Con questo disco Tiziano Ferro chiede di essere capito.
La presenza della famiglia è fortissima, quella di essere un padre oggi è una dimensione che non può abbandonarlo più, è palese in Le Piace, ma come è evidente che grande gioia e grande dolore ti portino necessariamente a essere più sincero, più schietto e anche un po’ più feroce: in questo disco, a partire dall’omonima title track Sono Un Grande a Fingo&Spingo a Cuore Rotto, i tre pezzi oggi lanciati come singoli, Tiziano Ferro non ferma una frase per la felicità di una sintassi a prova di pop, no, affonda senza pietà e spinge al massimo la capienza di ogni verso fino a farlo traboccare di parole, urgenti, come quando devi dire tutto ma tutto tutto e quindi abbondi di dettagli, che sembrano fondamentali.
Del resto, non facciamo tutti così quando ripassiamo dall’inizio alla fine una storia per vedere cosa è andato storto?
Tiziano il suo film lo ha analizzato fino in fondo, eviscerato fino a svuotarlo e a vedersi da fuori e dirsi: ma io che alla fine sopravvivo alla fine del grande sogno di una famiglia e sono ancora qui, beh sono proprio un grande! O meglio “Perché se non sono ancora morto/sarà per caso, sarà per torto/oppure sarà perché sono un grande/e non me ne sono mai accorto”. E con questa semplice affermazione fa quello che alla fine facciamo pure noi, ci diamo una pacca sulla spalla, e da quando ce lo ha detto lui ringraziamo sempre chi sa piangere ancora alla nostra età (per sempre cit.).
In termini di stile è un ritorno quasi ai primissimi dischi (soprende la positività dei brani a fronte della concreta pesantezza che i testi invece affrontano, dalla paternità alla salute mentale, al rapporto con la propria madre), quasi al pop degli esordi di Rosso Relativo e Raffaella è mia, alle note leggere e con meno ballad, non che la cosa diminuisca il valore certo, ma SONO UN GRANDE non è il disco classico della canzone à la Tiziano Ferro, quella di cui ci siamo mortalmente innamorati tanto da non riuscire fisicamente a trattenerci dal cantarla.
Ora dobbiamo innamorarci di lui anche così, nel suo cambiamento. Nella ventata di aria fresca che ha portato nella sua vita, nell’affrontare i suoi mostri, e nella sua carriera, da etichetta a manager.
Del rischio, i dischi di cambiamento sono così, servono a questo, a ricalibrarsi e volare ancora più in alto, e vanno celebrati, perchè spesso ci dimentichiamo che gli artisti, quelli grandi, sono comunque umani, e cadono, sbagliano e vanno presi per questo e gli va reso grazie per questo – pensate a Coppola con Megalopolis, si è rovinato per quel film eppure penso che alla fine dei conti, se non l’avesse fatto, se non si fosse buttato via per farlo, non sarebbe stato davvero il regista che è, e questo non ha davvero nulla a che fare con la salute mentale, ma fingere che non sia così te la può rovinare.
Bravo Tiziano, ora sei davvero grande.































