Articolo di Serena Lotti | Foto di Roberto Finizio
Arriviamo allo sPazio211 di buon’ora sotto un cielo funesto che minaccia pioggia. Per questo giorno 2 dalla line up decisamente interessante accorre molta più gente rispetto al giorno prima. Noi siamo curiosi di vedere come evolveranno questi set musicali così diversi e musicalmente lontani tra loro.

L’apertura del giorno 2 è affidata ai giovani inglesi Squid. Una band che i più definiscono post punk (lo stesso filone che al momento sta portando in vetta band come Fontaines D.C., Idles, Black Midi) ma che tende invece a volersi togliere di dosso questa etichetta dichiarando l’intento di volersi posizionare in un’altra dimensione, più sperimentale e avanguardista, dadaista e multiforme che travalica il sound degli anni 70 e li porta più vicino ad un concetto più ossigenato ed eclettico della new wave. Si tratta di un quintetto anomalo con Ollie Judge nel doppio ruolo di cantante e batterista: uno spazio importante, oltre alle chitarre, è tutto per fiati e tastiere.
Gli Squid ci schiaffeggiano subito con stoccate feroci e tiri acidissimi in un crescendo dissennato e delirante, mischiando, secondo una logica sonora che si costruisce momento dopo momento, sbotti electro, chitarre ficcanti e surfeggianti che accarezzano e confortano prima e ci stilettano dopo, tra costruzioni sonore in equlibrio sulla follia nella prova di brani al tritolo come Pamphlets e Undergrowth.
Narrator fa esploderere il TOdays. La tensione infinita che gli Squid mettono in questo pezzo diventa letteralmente incontrollabile, grazie alla natura metronomica di Ollie appassionato di ritmi dispari e sempre sull’orlo di un TSO, il climax è esplosivo, il delirio palpabile, le orecchie ci fanno malissimo.
La maggior parte dei pezzi scorre l’uno nell’altro, quasi senza soluzione di continuità, come in una jam session ambient. Boy Racers, altra tessera impazzita di un puzzle folle, è devastante, sintetizzatori che frullano, la batteria al fulmicotone di Ollie Judge, la tromba stridente e aspra di Laurie Nankivell, gli assoli elettrico glitch che portano in un cortocircuito sonoro un pezzo strabiliante. La genialità degli Squid sta nel cambiare tempi e registri continuamente, lasciando il posto improvvisamente a crash di piatti e colpi di rullante e silenzi improvvisi secondo una logica sperimentale e visionaria anomala per un gruppo così giovane e al primo disco. Le code dei pezzi sono quasi sempre lisergiche ed infinite, in generale il senso di narrazione si perde, è frammentario, invertito, illogico.
Si va in chiusura con la godibilissma G.S.K. bellissimo esempio di interplay tra chitarre, fiati e archi csotruita magistralmente un contrasto armonico ficcantissimo.
Il set degli Squid, tra tiri ambient-elettronici, muri di rumori, frenesie jazz-punk, isterismi rullanti, in un crescendo di volumi e rabbia, urla, prove fisiche degne della migliore performance di un body builder, è stato un mix folle di jazz, funk, grunge, rock, pop, ambient. Un mix senza senso? Beh se non ha senso è Squid al 100%.

E’ arrivato il momento di cambiare totalmente registro e mostare l’invito per accedere al party transnazionale delle Los Bitchos, il quartetto londinese tutto al femminile che propone musica strumentale ed euforica che incorpora suoni di mezzo mondo, dalla psichedelia turca al funk, dal surf anni ’60 al guitar sound anni ’80, dal metal al dream pop.
Dopo aver condiviso i singoli Pista (Great Start” e The Link Is About To Die), la band arriva in Italia con un album prodotto Alex Kapranos dei Franz Ferdinand.
Attingendo all’eredità della cumbia colombiana e panamense degli anni ’70 e ’80, le Los Bitchos creano sul palco del TOdays un’atmosfera di una festa stroboscopica.
Partiamo col dire che anzitutto le Los Bitchos sono tra le poche rappresentanti femminili sul pianeta terra a ritenere la parola sopravvalutata; la loro è infatti una proposta totalmente strumentale priva di testi, che cerca di colmano il vuoto dell’assenza di voce con un groove ficcantissimo e un’atmosfera gioiosa ed elettrizzante.
Sul palco del TOdays arrivano sicure, sorridenti, cariche di energia ed è un bel passaggio del testimone femminile dal day 1, dopo Alynda Segarra dei Hurray for the Riff Raff e Tash Sultana. E così inizia la festa con una scarica di bossa nova e post-punk insieme. Da Pista (Fresh Start) a The Link is About to Die fino a Tropico, il suono si sviluppa ed evolve in una rumba prima, poi si trasforma e diventa pop-punk, poi assume le sembianze di una festa della cumbia per planare su tessuti sonori ancora diversi, dal surf alle sonorità popolari turche.
Quello che propongono le Los Bithcos è un viaggio avventuroso e divertente attraverso il mondo e le culture, negli spazi infiniti della creatività e della gioia della musica, nell’ottica di una proposta musicale che è prima di tutto entertainment .
Insomma musica terapeutica e di facile ascolto che il pubblico apprezza regalando loro grandi applausi al momento del congedo sul palco del TOdays.

Dopo la festa delle Los Bitchos ammettiamo di non essere pronti per la proposta darkettona e cupissima dei bielorussi post-punk Molchat Doma che, sebbene abbiano offerto una buona prova sul palco del TOdays, hanno certamente cambiato i paradigmi emotivi e ricettivi del pubblico torinese. Dalle luci agli outfit, dal fondale al mood della band, l’atmosfera muta decisamente registro e si fa tetra e crepuscolare.
Il trio bielorusso, dopo aver conquistato pubblico e critica con il singolo Sudno (Boris Rizhy), contenuto nel loro secondo album in studio Etazhi del 2018, arriva in Italia con il nuovo Monument, facendosi strada nel panorama internazionale (soprattutto negli USA) macinando più di trenta milioni di ascolti Spotify e condivisioni dai numeri stratosferici sulle varie piattaforme.
Marcatamente influenzata dai Joy Division e dalla coldwave la loro è una combinazione di post-punk, new-wave e synth-pop oscuro e decandente.
La voce baritonale di Egor Shkutko e i sintetizzatori di Roman Komogortsev ci riportano fino dai primi brani nel mondo enigmatico della cold-wave e della new wave, in uno spazio temporale che si ascrive perfettamente negli anni ’80 in piena lezione esistenzialista alla Joy Division.
Siamo in una capsula del tempo che è arrivata nel 2022, dove troviamo anche la lezione(aprono un brano la canzone con un riff di A Forest dei Cure) ,e dei Depeche Mode, con tracce del minimalismo sonoro dei Kraftwerk: la band mostra decisamente con orgoglio le proprie influenze ad alta voce. Insomma i Molchat Doma nella prova live non sbavano ma nemmeno improvvisano restando fedeli all’originale radice di synth-pop alternativo e provando a contaminarlo con una credibile prova dal vivo, mantenendo il senso di coerenza con un pattern evocativo fortissimo grazie a brani com NA Dne, Tantsevat’ e Ya Ne Kommunist.
Inizia a piovere a dirotto. I meno impavidi come me corrono verso il tendone, e il suono si perde tra lo scroscio di una pioggia battente e spigolosa. Ciao ciao Molchat Doma.

La pioggia ci grazia solo per pochi minuti, la maggior parte di noi abbandona le posizioni al coperto sotto i tendoni e si reca verso il parterre, ormai una poltiglia di fango. Potremmo anche avere la melma fino alle ginocchia per quanto ci importa, è il momento di uno dei più talentuosi e ficcantissimi producer del momento, il polistrumentista francese nu jazz della musica elettronica, FKJ aka French Kiwi Juice, un artista dalla verve multitasking che trasuda fregnaggine al cubo e magnetismo irresistibile. La sua è una proposta musicale dall’approccio universale e d’avanguardia.
Con quasi 2 miliardi di streaming raggiunti e centinaia di concerti all’attivo FKJ si è ritagliato un posto di assoluto rispetto nel panorama internazionale con un eclettismo che dal vivo raggiunge vette stupefacenti.
In arrivo a TOdays con il suo nuovissimo album in uscita a Aprile 2022, dopo aver calcato i più importanti palchi nel mondo, come quelli in cui performa ormai costantemente tra Asia, Europe, Australia e America, come un alchimista ci ha mostrato tutte le sue formule complicatissime fatte di layers elettronici, blues liquido, tiri acchiappanti di soul, riverberi infiniti senza mai allontanarsi dalla matrice pop che lo ha già consegnato ad un pubblico più ampio.
La classe e l’eleganza di questo artista è fin da subito evidente anche a chi lo vive nella dimensione live per la prima volta: il palco sembra la porzione di un appartamento sulla Fifth Avenue arredata secondo il metodo Feng Shui, un divano dalla texture chiara, lampadari in carta di riso, luci morbide. Lui arriva leggero, in punta di piedi.
Padronissimo nella proposta live di un nu jazz che corteggia l’elettronica e si fonde con essa in un crescendo esaltante di lunghi intermezzi virtuosi, soli strutturati e potenti e riverberi in loop, FKJ corre dietro ai suoi strumenti come un papà che si posiziona dietro al figlio per sorreggerlo nei suoi primi passi, accarezza le tastiere, plana sui sintetizzatori, abbraccia la chitarra, scalda e genera suoni dagli stumenti a fiato con grande naturalezza, costruendo mossa dopo mossa un suono liquido e pieno, un continuum di note che si rincorrono, si fondono tra loro e poi si disperdono, secondo una logica coerente ma non priva di improvvisazione. La lezione di FKJ è appassionante in tutto il suo insieme, nella forma, negli intenti, nei risultati e nell’esteriorizzazione della propria coscienza sensibile di artista moltiforme.
Un set non certo privo anche di tiri esaltanti e danzerecci che prendono forma dall’unione esoterica di chitarra, basso, tastiere, organi, sassofoni, loop station e che ci fanno muovere ritmicamente sotto palco, mentre i nostri piedi finiscono di immergersi totalmente nel fango. La pioggia si fa insistente ma resistiamo senza sforzo su pezzi come Tadow di Masego o Losing My Way di Tom Misch.
Nela casa del loop di FKJ trovano spazio anche voci sognanti ed evanescenti (memorabile il pezzo Vibin’ Out con il cantato setoso, seppure registrato della moglie June Marieezy in arte ((( O ))) non presente sul palco del TOdays) e melodie jazz articolate e complesse e tiri elettrizzanti di funk, jazz e R&B contribuiscono a dare forma ad un’esibizione che è soprattutto un’esperienza sensoriale ipnotizzante ed unica. La pioggia scende a dirotto di nuovo, siamo costretti ad ascoltare gli arabeschi musicali e le punteggiature sonore di FKJ da lontano, il suono si scioglie, lo scroscio dell’acqua copre i suoni, la confusione di gente che corre ci distrae e il mood cambia. JFK conclude il set e saluta i pochi coraggiosi che hanno sfidano l’acqua continuando a ballare nel fango del parterre.
Un giorno 2 è un viaggio esperenziale tra emozioni che fluttuano tra l’acido e il basico, tra prove sonore permeate di cupezza esistenziale e virulenze acide da una parte e la morbidezza rasserenante di suoni rotondi e fluidi sulle note di una levità eterea che caratterizza questa nuova avanguardia musicale.
Andiamo a dormire stanchi e bagnati fino alle ossa. Domani carichi per il day 3, il più elettrizzante di tutti. ARAB STRAP, DIIV e YARD ACT ma soprattutto PRIMAL SCREAM che celebreranno lo storico Screamadelica in occasione del trentennale della sua uscita: un mix di rock, techno e dance. Che dire? Non stiamo nella pelle.
Clicca qui per vedere le foto della seconda giornata del TOdays Festival (o sfoglia la gallery qui sotto)































