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Reportage Live

The LIBERTINES a Milano e I’apostolato del disagio piacevole

Per i 20 di Up the Bracket una reunion trasngenerazionale per dare vita ad uno storico party revival.

Articolo di Serena Lotti | Foto di Andrea Ripamonti

Quando The Libertines approdarono sulla scena musicale londinese all’alba del secondo millenio si trovarono di fronte alla caduta del periodo d’oro del Britpop. Era il 2002, una nuova era si stava aprendo. Pete Doherty e Carl Barât erano già allora due disagiati sì, ma illuminati, studiati e con la faccia come il culo: totalmente immersi nella tradizione anglofila dei Jam, dei Clash e degli Smiths con la fondazione della band e l’uscita del primo disco Up The Bracket diedero vita ad mix malefico di disagio esistenziale, scorrettezza etica e anarchia bohémien.

Insomma se erano nuovi feticci da idolatrare quelli che la generazione orfana degli Oasis, dei Blur e compagnia cantante cercava, ecco Pete & Co. arrivare a gamba tesa nel panorama musicale inglese e farsi largo tra tante band “one hit wonder”.

Da quel giorno al nostro caro Pete Doherty è successo di tutto: la sua vita, al netto del mantra sesso, droga e rock & roll è stata una versione edulcorata di Non aprite quella porta. Eroina, riabilitazioni, crack, ancora rehab, arresti, tentativi di suicidio, amori tormentati, aggressioni, tribunali, depressione.

Sono passati vent’anni e le probabilità che i bookmaker di tutto il mondo dessero quindi Pete ancora vivo nel 2022 erano bassissime. Eppure è sopravvissuto alla Regina Elisabetta che pensavamo eterna e si è presentato sul palco dell’Alcatraz di Milano insiema alla sua scalcagnata band The Libertines con al suo fianco l’immancabile co-frontman Carl, per festeggiare i 20 di quel disco indie che allora, fu dichiarato come l’esempio a cui il rock doveva guardare per fare futuro, farlo in fretta e farlo bene, Up The Bracket.

Puntuale la band arriva sull’instagrammabilissimo palco che ricostruisce letteralmente la copertina dell’album, luci rosse comprese, e dove campeggia maestosa a lettere sbalzate “The Libertines“, solo che al posto degli statici loschi figuri dei poliziotti antisommossa sullo sfondo, ci sono Pete, Carl e soci in versione analogica, imbolsita e slow motion.

The Libertines in concerto all’Alcatraz di Milano foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Pete, che come diranno tra i più simpatici ed affettuosi haters della serata “s’e magnato Kate” (nella versione più gentile) si presenta con la maglia del Venezia FC (voi amanti del calcio siete invitati ad aiutarci a capirne il perchè, scrivetecelo nei commenti), capelli mechati e jeans arrotolati in vita (noi negli anni 90 ci avevamo fatto una scuola di vita sul pantalone aggrovigliato sulla panza). Insomma non è quello che ti aspetti.  Un Pete Doherty ordinato nel 2002 che sembra però essere stato comprato sul marketplace di Wish nel 2022. Ma onestamente quale dei coscritti di Pete stasera può alzare la mano e dire di avere fatto di meglio in questi anni, indipendentemente dal fatto che lui ha vissuto gli ultimi 20 come Christiane F.?

Si sono riversati fiumi di inchiostro sullo stato fisico di Pete nostro e non sarò certo l’ennesima ad infierire, oltretutto su un uomo che amo. Prendo le distanze dal body shaming e vivo il nuovo Pete 2.0 come una proiezione della mia personale parabola discendente degli ultimi anni, un pò interpretandolo come una proiezione collettiva di quelli che a 20 anni avevano voglia di cambiare il mondo e a 40 vanno a letto con la borsa dell’acqua calda. Carl Barat invece sembra uscito dagli anni 70 nella versione “sono uno dei The Damned 2.0“. John Hassall sempre fregno. E niente, è amore incondizionato.

Come una celebrazione che si rispetti l’agenda viene seguita in toto secondo quello che abbiamo visto fare alla band nei live in Europa delle precedenti settimane, suonando il disco per intero e nell’ordine della tracklist nel Set 1: l’immaginario time keeper della quarta parete ha svolto benissimo il suo lavoro.

Vertigo parte come un rasoio affilato malissimo che ti scortica le gambe mentre ti depili. Ci tuffiamo comunque gaudentissimi nella folla a pesce morto, e non diremo altro sulle nostre azioni lascive. A lato palco il suono è terrificante, mi sfonda le orecchie, gracchia e stride, non riconosco gli strumenti. Altro che accattivante pop lo-fi. E rumorismo dadaista. Fortunatamente a metà live i suoni miglioreranno di poco. Benino, ma non certo benissimo. A parte ciò siamo già calati a fondo in questa atmosfera romantica e morbida, nonostante le birre versate addosso dai più cazzari e gli abbozzi di risse tra gli immancabili tamarri, querelline che poi finiranno a tarallucci e vino. E’ proprio una festa tra amici, tra vecchi compagni di scuola, è questa la sensazione che prevale fin da subito, sebbene siano almeno 3 le generazioni presenti questa sera, una cifra spropositata di X, un bel pò di millennial e qualche giovane Z segno che la band è riuscita davvero nella rappresentazione di un modello e di un’estetica musicale che ha travalicato i decenni, diventando iconica e immortale e rivolgendosi ad un pubblico transgenerazionale.

A colpi di ascia la band ci suona Horror Show e l’arena dell’Alcatraz si eleva spiritualmente. Non c’è soluzione di continuità tra un pezzo e l’altro, al grido con accento british “Mailano shpacchiamo tuttooo” il parterre non è che un nugolo elettrizzante di teste ballonzolanti e oscillanti.

Su Time for Heroes sono lacrime vere, su Up The Bracket saltiamo più in alto di Gianmarco Tamberi, su Begging e i suoi virulenti feedback abbiamo i primi sintomi di tachicardia sinusale d’amore, ci abbracciamo, è un’azione necessaria e arriviamo su Get Along che siamo i candidati ideali per un TSO.

The Libertines in concerto all’Alcatraz di Milano foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Sezioni pulitissime con poche le licenze poetiche a livello di arrangiamenti, a parte la lunghissima The Boy Looked at Johnny e le infiammate versioni di Tell The King e Death on the Stairs che hanno contribuito allo spostamento dell’asse terrestre tanto era la foga del pogo dei fan. Immancabile momento limone con You’re My Waterloo e Katie Did, ma è proprio su quest’ultima che le sinapsi si allargano, è la gioia che ti invade, i livelli di dopamina e cortisolo salgono vertiginosamente, è una poesia del cuore, è il manifesto dell’amore perduto e una petizione in massa a favore dello spleen. Il refrain più catchy della storia, shoop shoop, shoop de-lang-a-lang ci ammolla tutti i muscoli, siamo totalmente liquefatti nella tenerezza, praticamente siamo il cane della Scottex che si tuffa nella carta igienica rosa.

Pete, Carl e soci stasera hanno adottato un protocollo di esposizione prolungata dei ricordi di gioventù ed una terapia narrativa basata non solo sulla celebrazione di uno dei dischi che li ha posizionati nell’Olimpo della musica indie, ma raccontando la storia di tutti quelli che sono passati da 20 anni a 40 senza manco accorgersene restando gli stessi cazzoni di sempre.

The Libertines in concerto all’Alcatraz di Milano foto di Andrea Ripamonti per www.rockon.it

Scomodando Seneca che disse “Ogni piacere ha il suo momento culminante quando sta per finire”, arriviamo dritti sull’encore dell’encore con le versioni al fulmicotone di Can’t Stand Me Now e Don’t Look Back Into the Sun che, in questo particolare momento storico della mia vita, assurgono il ruolo importante di strumento psicoterapeutico e riabilitativo: il cavo orale risulterà a fine serata asfaltato come il tratto della TEEM. Il party-psicodramma più cool del 2022 dove c’e stato spazio per una mini festa di compleanno per Gary Powell, dove Pete e Carl hanno fatto scaramucce sul palco prendendosi a spintoni, per poi immancabilmente limonare a fine live, con Doherty che ha lanciato l’asta sul pubblico in momento di puro e commovente hardcore (evitando uno stage diving mortale).

Non sono più i Libertines che vogliono vivere bruciando, non sono quelli dei comportamenti scorretti e dei concerti lasciati a metà a causa dell’incapacità di intendere e volere di Pete, bensì più quelli della rimpatriata tra compagni di scuola, impegnati in una sorta di rito di iniziazione all’età adulta, un passaggio dall’era della fattanza a quella della raccolta punti al supermercato, potremmo dire una celebrazione dei tempi andati caratterizzata però dalla meravigliosa attitude che li ha sempre contraddistinti: sporchi, romantici, crepuscolari, ficcanti.

Ho lasciato il mio contributo alla causa del tempo che fugge e non s’arresta una hora perdendo il mio cappello preferito, lo avevo comprato nel 2004 e non me ne separavo mai. Sarà un segno del destino? Un metafora da incassare così, a crudo? Urge finalmente voltare pagina? Va bene ci si può provare a voltarla quella fottuta, pesantissima pagina, ma non dimenticherò di fare l’orecchio al foglio. Si va avanti, si prova ad evolvere, ma non ci si scorda mai da dove si è partiti. Grazie Pete che stasera ce lo hai ricordato.

Clicca qui per guardare le foto del concerto di THE LIBERTINES a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto)

The Libertines

THE LIBERTINES – La scaletta del concerto di Milano

Up The Bracket:
Vertigo
Death on the Stairs
Horrorshow
Time for Heroes
Boys in the Band
Radio America
Up the Bracket
Tell the King
The Boy Looked at Johnny
Begging
The Good Old Days
I Get Along

Encore:
Mayday
Gunga Din
You’re My Waterloo
What Katie Did
The Delaney
Music When the Lights Go Out
What Became of the Likely Lads
Can’t Stand Me Now
Don’t Look Back Into the Sun

Written By

Milanese, soffro di disordini musicali e morbosità compulsiva verso qualsiasi forma artistica. Cerco insieme il contrasto e il suo opposto e sono attratta da tutto quello che ha in se follia e inquietudine. Incredibilmente entusiasta della vita, con quell’attitudine schizofrenica che mi contraddistingue, amo le persone, ascoltare storie e cercare la via verso l’infinito, ma senza esagerare. In fondo un grande uomo una volta ha detto “Ognuno ha l’infinito che si merita”.

2 Comments

2 Comments

  1. Davide

    14/11/2022 at 21:37

    Ero lì come te e sottoscrivo ogni tua parola, anche le virgole.
    Sono malato di Sclerosi Multipla, fortunatamente non ho grossi problemi grazie alla mai terapia, eppure per una volta, una maledettissima volta, ho dimenticato tutto.
    Ho scordato gli aghi, le visite, i controlli del sangue, le risonanze in tachicardia.
    Ho cantato a squarciagola You are my Waterloo, scelta per la serenata il giorno prima del mio matrimonio.
    Ho totalmente perso la cognizione del tempo e dello spazio urlando la nostra You can’t stand me now saltando come un pazzo (se mi avesse visto il neurologo!) chiudendo tra risqte, urla e qualche lacrima con Don’t look back into the sun.
    L’ho rivissuto grazie alle tue parole.
    Un sogno a occhi aperti.

    • Serena Lotti

      25/11/2022 at 16:14

      Grazie Davide. Grazie un milione di volte per aver condiviso la tua esperienza e per averci raccontato di te. La musica ha lo straordinario potere di trasportarci oltre, dove vogliamo, dove speriamo di restare tutta la vita. Lo ha fatto anche quella sera per te e per tutti noi…Un abbraccio fortissimo per te, un enorme in bocca al lupo da tutta la redazione di Rockon.

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