Articolo di Marzia Picciano | Foto di Anita Sciano’ (per gentile concessione Coco District)
Sono una fan di Amalfitano, ovvero Gabriele Mencacci, prole di Roma Nord nata e cresciuta nel posto sbagliato rispetto a indole e sicuramente gusti musicali, da ormai anni, da quando si faceva chiamare Joe Victor, per dire, e non è un mistero.
E continueró a dirlo: nessuno in Italia fa un cantaturato di eredità come il suo.
Dimostrando quindi, pezzo dopo pezzo, come il glorioso passato nazionale non abbia niente da invidiare a quanto ci veniva propinato dall’estero, quelle cose che Amalfitano ricorda sempre, nessuno ai Parioli ascoltava, e tanto basta.
Ora, Sono Morto X 15 giorni Ma Sono Tornato Perchè L’Amore È lo avevamo ascoltato qualche mese fa e il live di ieri sera in Santeria Toscana a Milano non ha minimamente cambiato la mia idea su di lui e sul disco, anzi l’ha rafforzata. Anzi, mi ha fatto proprio capire che il sostrato attivo delle sue canzoni, l’intrinseca malinconia di chi vive sempre su un burrone sia che sia in pace o guerra, è perfettamente comprensibile quando sei alla fine, amara e disastrosa, di un grande sentimento condiviso male.
Infatti, quello che non sapevo prima del 16 gennaio, agli albori dell’ennesima Fashion Week milanese e di un anno che non preannuncia niente di buono, è che io questo album l’avrei amato ancora di più in una delle situazioni oggettivamente più scomode di tutte: quella in cui ti ritrovi veramente a pochi metri di distanza dalla persona con cui fino a qualche mese fa hai condiviso, dicevamo assolutamente male, il suddetto sentimento.
Magari non lo vedevi da mesi e a dirla tutta, sei anche sorpresa di vederlo lì, sapendo delle sue incertezze su nuovi pezzi come Domani Domani Domani, che ieri ha fatto esagitare una pleatea di fan, e chissà cosa ci avranno mai trovato in un pezzo come questo, se non l’idea di come il cantautore faceva canzoni prima della trap, sperimentando e abbracciando senza remore o morali le proprie sfaccettature come fa, appunto, Amalfitano. Ma del resto, in questo mondo bello che malato, lo sappiamo già: chi disprezza compra sempre, soprattutto i biglietti dei concerti di chi è davvero bravo.
La verità è che prima o poi ci capitiamo tutti in queste situazioni.

E alla fine, Milano per molti versi e ambienti è un paesottone, e cosa vuoi farci, siamo sempre tutti lì, da soli, con gli amici di sempre o con la tipa sbronza che non ha mai visto l’Arci Bellezza; e sotto sotto apprezzi anche l’assurdità quasi poetica di queste circostanze un po’ disgraziate perchè sai che si sposano davvero bene con un disco che l’artista ha detto di aver partorito dopo una specializzazione in dolore, quindi…
Quindi, il tuo sangue bolle e ribolle, ma poi parte quasi in sordina L’Ultimo Concerto che ti ricorda che le cose cadono qui, stasera.
E se Gabriele decide di iniziare un live per paradosso con la fine ipotetica di un disco, tu sei lì che dai un titolo al tuo personalissimo processo di espiazione di tutti i tuoi fallimenti degli ultimi due anni e mezzo guardando al medley della tua esistenza emotiva; lo fai attraverso le frasi di qualcun altro, uno che alla fine capisci, un pó forte dei tuoi dodici anni di romanità, nelle assurdità di cui parla, perchè della Capitale ti ricordi la capacità di vedersi da fuori e farsi contestualmente coccole e beffe delle proprie fragilità.
Parlando del suo nuovo disco avevo detto che Amalfitano era felice da far schifo e non possiamo che riprovarlo.
In camicia verde di raso e un accenno di colbacco nero in test, ci chiede se abbiamo mai esagerato, ed è qui che Amalfitano ti porta a ribaltare la situazione: cos’è esagerare? Rischiare concretamente la vita o sporgerci oltre il bordo della nostra cintura di sicurezza esistenziale, come dice lui quel pozzo profondo e banale come una funicolare? Esporci, inermi, a un dolore e non sapere cosa farne?
Spesso ho esagerato, nel senso che sono andata molte volte oltre quello che era il mio limite.
Ma rimane la sensazione di non essere ed essermi mai capita nel mio sforzo di liberazione; infatti non mi hanno mai abbandonato i sensi di colpa. Invece ieri in tutta quella scomodità l’unica cosa che la mia mente era in grado di fare era accordarsi alle parole, alla voce perfetta e al sound di Amalfitano e della sua band, anche nelle incursioni di Auroro Borealo su un pezzo cardine della mia playlist del cuore, Ti Amo Piano Bar.
La carica esaltata fan che accompagna l’avvio di dediche ai profeti del sentire come esperienza borderline quali Aznavour o Paul Gascoigne mi parla di una impunità emotiva per cui eventualmente, anche fare una scenata non sembrerebbe così assurdo, anzi è parte di una Divina Commedia di un esercito di idraulici, condomini, dentisti, rompipalle e bottegai che non abbiamo mai il coraggio di scrivere.
Ed è questo che fa, magicamente, Amalfitano nella sua musica e nei suoi live.

Ti libera nella possibilità di essere troppo, frivola o frivolo, urlare, alzare i toni, andare in crescendo senza sentire di essere troppo, e il rock’n’roll che sottende Sono Morto X 15 giorni sembra essere il viatico per portare questa liberta’ alle stelle. E ti permette poi adagiarsi con grazia sugli acustici di Tenerezza, e nell’arroganza rosicata di quel pezzo perfetto per descrivere situazioni scomode come Fai Come Vuoi. O anche scendere nel pubblico per cercare tutte le voci che compongono l’amore imperfetto di pezzi precedenti come Maddalena. E io, in un momento di tale compressione emotiva – sfiderei chiunque – non aspettavo che una luce verde per scatenare il mio inferno molto poco dantesco. Come tutti i presenti, del resto.
Alla fine con questo live non c’è rabbia o disgusto che tengano.
Soprattutto quando senti gli organetti mentre ti lanci nelle code di “mossi come questi anni” o ti avventuri nel ricercatissimo gospel di formazione come Vai A Costruire Le Campane.
Che dire, avrei voluto forse sentire pezzi folli come Holy Drinkard ma la dimensione da cantautore cantato era la cifra di questo live – e allora devo dirlo, mi è mancata MILLE: volevamo esporci a l’amore palpabile della ballad totale come L’Amore Visto Dall’Eternità, perchè insomma i presupposti di quest’anno lo vediamo non sono i migliori, se non mi rimangono le canzoni e la fede che ripongo nella loro capacità salvifica, insomma a cosa m’attacco?
Tra complotti e filtri, alla fine, dobbiamo sopravvivere tutti fino a domani.

AMALFITANO – La scaletta del concerto di Milano
- Intro
- L’Ultimo Concerto
- Mille Volte Si
- Domani Domani Domani
- Aznavour
- Cosa Dolce
- Ti Amo Piano Bar
- Siamo Tutti Cattivi
- Azzurrissimo
- Vai A Costruire Le Campane
- Tenerezza
- Fai Come Vuoi
- Paul Gascoigne
- Ogni Mia Sbronza
- Estate Capodanno
- Maddalena (nel pubblico)
- E… Ancora Tu
- L’Iliade
- Fosforo
- Quanto Dolore Ci Servira’ Per Smettere di Amare






























