Connect with us

Ciao cosa stai cercando?

Musica

La libera euforia della fine, secondo AMALFITANO

ll cantautore romano torna dopo il successo di Tienimi La Mano, Diva! con Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perchè l’amore è, forse il suo disco più sincero e ambizioso, ma anche quello più felice.

Articolo di Marzia Picciano

Gabriele Mencacci Amalfitano, in arte solo Amalfitano, è uno di quegli artisti che ha un universo interiore enorme, di cui fatichi a vedere la fine. Il suo mondo di riferimenti interiori va dai retaggi del classicismo ellenico a alle solide realtà dell’università della vita di Viale Bruno Buozzi, e la cosa straordinaria è che hanno tutte paradossalmente senso quando le vedi insieme.

Il suo ultimo lavoro, uscito questo 24 ottobre e al cui battesimo milanese con RockOn abbiamo partecipato presso Blu, lo spazio creativo e galleria di Bianca Millan, lo dimostra ampiamente, e direi finalmente anche più di quanto fatto finora con dei dischi che, onor del vero, sono entrati direttamente nella colonna sonora mia e dei miei amici negli anni appena passati (se non li ricordate, basta leggere qui).

Spieghiamoci – e no, non cadete nel clichè dell’ennesima recensione entusiasta da fan di Amalfitano, troppo facile. La verità è che all’uscita di Domani, Domani, Domani in estate (pezzo non incluso nel disco), ero sopresa. Che fine avevano fatto le atmosfere nostalgiche e doloranti di Tienimi La Mano, Diva!? O il pop sotteso di Il Disco Di Palermo? Poi, i vari singoli rilasciati pian piano, ad addomesticare il pubblico: cinquesette, AZZURRISSIMO, Aznavour. Venditti, country, Renato Zero, devo dirlo, sono le prima cose che mi sono venute in mente. Dove andava a parare, uno dei cantanti con la capacità vocale e la follia più interessanti oggi? Me lo sono chiesta.

Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perchè l’amore è

La verità è che in Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perchè l’amore è Amalfitano è, mi sembra, felice da far schifo, e infatti fa parecchio rumore. Diciamolo. Anzi glielo dico. “E meno male!” dice lui. Perchè vuoi che sia rinascita, vuoi che sia fine, che sia fine e quindi rinascita – vabbè avete capito – alla fine se del passato dobbiamo fare tesoro, e don’t look back in anger, come diceva qualcun altro, è anche vero che possiamo anche sorridere di un passato, di una fase scapestrata (nel senso letterario del termine) e bohemien che il nostro eroe ci dice c’è stata e insomma, guardiamo cosa c’è dopo.

Probabilmente perchè è anche più sincero.

Chi guarda al suo passato non come se ci fossero solo mostri, piuttosto vecchie ombre poco raccomandabili ormai amiche, alla fine è anche più in pace con se stesso, come nell’andante improvvisante di cinquesette. E può permettersi di farsi ispirare da un vecchio film di Tarkovskij, Andrej Rublev, sulle gesta dell’omonimo pittore di icone sacre che si scontra con il ragazzino che costruisce campane (visto tra l’altro durante un capodanno febbricitante) per farne un inno gospel (sì, gospel, da rendere anche live), o meglio “una lettera piena d’amore” per suo figlio, in Vai A Costruire Le Campane. O di concludere il disco con una traccia strumentale che sembra ribaltare tutta la narrazione del disco. Oppure no.

In questo saltellare costantemente tra fine e rinascita c’è sicuramente euforia.

È un disco euforico, e potenzialmente ambizioso, senza essere assolutamente pretenzioso. La cosa che non sfugge è la spontaneità con cui ogni pezzo sembra essergli uscito da bocca e penna, sia a parole, sia nei disegni dalla fantasia quasi chagalliana che fino al 26 ottobre potrete vedere presso la stessa galleria Blu. Disegni che istintivamente compila, da bravo ammanuense compulsivo, tra una registrazione e l’altra. In una botta sola, disco e prima mostra d’arte. Più euforico di così, si muore.

O ci si chiude in camera per registrare tutto d’insieme Holy Drinkard, ovvero la leggenda del santo bevitore.

Pezzo in un inglese urlato e un pò inventato, forse ammette la più personale, perche “sono proprio io. Un Joe Viktor sotto anfetamine, è un brano rock’n’roll puro”, analogico, bello matto ma alla fine è questo il senso no? Come essere belli matti quando ci si innamora (non a caso, il disco inizia con la canzone che “parla di me, che mi sono innamorato!” dice di Mille Volte Si). A partire dal titolo dell’album. Una scritta incisa nella parete che ha avvistato tempo fa, gli girava in testa da parecchio, e lasciava il dubbio su quel “e” o “è” finale, tanto era stato martoriato ‘sto muro, da diventare una perfetta metafora per il successivo passo artistico del nostro. Per dire.

Potremmo dire che Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perchè l’amore è è lo scolo ordinato delle varie essenze di un Amalfitano che oscilla tra Siddartha di Hesse e Goku Super Sayan e guarda al suo bacino di influenze preferite: “ho dei riferimenti musicali, che poi rimangono sempre quelli. Mi piace il cantaurato romano, ma anche quello americano. Mi piace sempre tirare fuori alcune cose, sicuramnete dei suoni più alternativi, ma poi rimango sempre lì… Come li mischi esce fuori qualcosa di diverso, ma alla fine sono sempre quelli gli elementi”. Gli anni ’70, Roma? “Eh, se metti le due cose insieme, fa uguale a Renato Zero!”. Ovviamente si parlava di Aznavour.

E se possiamo dissentire un minimo dall’euforia di Amalfitano, potremmo anche dire che in realtà non è solo quello.

Perchè a differenza dei suoi precedenti dischi qui si sperimenta, tanto con la voce, tanto con la melodia, si impazza con testi imagininifici e spietati di Fai come vuoi (introdotti dall’armonica di Bianconi, ecco dov’era) ispirata alla “Chanson di Jackie” di Jacques Brel e Corto Maltese. Si fanno riflessioni corali, più attuali, con Siamo Tutti Cattivi, che poi cristallizza lo stato di euforia con quel concetto bistrattato del sano egoismo della felicità che un pò ci troviamo a difendere dalla bruttezza di tutto il mondo.

“È bello vedere degli elementi curativi nel proprio passato, o meglio, nei propri passati”, dice all’inizio della presentazione del disco. Non sappiamo che percorso di autocoscienza abbia fatto Amalfitano per arrivare a questo stato di grazia, io sono ancora alle prese con la gestione della rabbia per ogni minima cazzata, però gli voglio credere.

A volte basta ricordarsi che siamo circondati da amore, e allora si può pure morire, ma basta poco per tornare in vita, euforici.

Amalfitano porterà sul palco i brani che compongono “Sono morto x 15 giorni ma sono tornato perché l’amore è” in occasione di un tour che toccherà alcune delle principali città italiane. Gli appuntamenti sono previsti per giovedì 18 dicembre al Monk di Roma, venerdì 9 gennaio al Duel Club di Napoli, sabato 10 gennaio all’Officina degli Esordi di Bari, venerdì 16 gennaio in Santeria Toscana 31 a Milano, sabato 17 gennaio allo Spazio 211 di Torino, venerdì 30 gennaio al Glue di Firenze e sabato 31 gennaio al Locomotiv Club di Bologna.

Biglietti disponibili: https://www.otrlive.it/tour-dates/amalfitano-indoor-tour/

Written By

Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

Click to comment

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Scopri anche...