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Reportage Live

Land of hope and dreams, un doppio reportage di Bruce Springsteen nel nostro paese

Foto copertina di Roberto Finizio | Foto articolo di Angela

Ci (ri)siamo,
domani il popolo rock italico avrà la fortuna di incontrare nuovamente, per la terza volta quest’anno, Bruce Springsteen e la mitica E Street band, questa volta nella città eterna, nel contesto suggestivo del Circo Massimo.

I concerti di San Siro sembrano già lontani nel tempo, sebbene distanti appena una manciata di giorni. Due concerti dei quali si è scritto e parlato tanto, ma mai abbastanza, ci si potrebbero perdere ore nel raccontare le emozioni provate durante quelle due indimenticabili sere.

Noi di Rockon abbiamo pensato di regalarvi altri due ulteriori, autorevoli, punti di vista sulle date meneghine, proprio per prepararvi al meglio facendo crescere ulteriormente le già altissime aspettative riposte nel concerto romano di domani.

Per realizzare tutto ciò abbiamo scomodato due cari amici, Angela e Riccardo, due veri fan di Bruce con all’attivo alcune decine di concerti visti in ogni parte del mondo, due fieri rappresentanti del popolo di Bruce, un popolo fedele, innamorato, pronto a seguirlo in ogni luogo sacrificando risorse e ferie.

Angela

Attesa….c’era tanta attesa nell’aria.

Bruce Springsteen torna in Italia dopo tre lunghi, lunghissimi anni, proprio in uno dei luoghi che lui stesso ha eletto fra i suoi preferiti, San Siro. Bruce torna nel suo amato stadio e lo fa alla grande, non per un concerto, ma addirittura per due show del “The River Tour”, iniziato negli Stati Uniti a Gennaio e sbarcato in Europa a Maggio, a Barcellona.

Il “The river tour”, nato come supporto a “The ties that bind”, cofanetto celebrativo del disco doppio di Bruce “The river” (che per inciso è il mio preferito di sempre), doveva consistere in poche date americane nelle arene al chiuso. In questi show il leggendario album è stato suonato per intero, dall’inizio alla fine, ma così non è stato in Europa, dove sono state eseguite solo alcune delle canzoni presenti su disco, facendo registrare la delusione di diversi fan, molti dei quali avevano comprato il biglietto con la speranza di poter ascoltare, per una volta nella vita, il proprio album preferito suonato dall’inizio alla fine. Sono state così tralasciate alcune delle splendide e dolenti ballate che fanno di quel disco uno dei capolavori della musica rock, forse ritenute non adatte agli stadi. Il tour ha avuto un andamento un po’ alterno, spaziando tra concerti riuscitissimi ed altri più di “routine”, una routine che, va sottolineato, quando si tratta di Springsteen è comunque sempre di altissimo livello, sia per scelta di canzoni, che per durata dello show.

Attese e aspettative alle stelle quindi per i concerti di San Siro, un po’ perché era un’occasione per i fan italiani (e non solo) di ritrovarsi insieme dopo tre lunghi anni, un po’ per via della campagna mediatica impressionante che ha accompagnato l’attesa dell’evento nei mesi.
I fan di Bruce sono tanti e diversi ma accomunati dalla grande passione per la sua musica, persone che si conoscono tramite internet e poi si vedono dal vivo per scambiarsi un biglietto e nella stragrande maggioranza dei casi incominciare un’amicizia, sono persone che abitano lontane geograficamente ma che, grazie a questa comune passione, riallacciano discorsi che sembrano stati interrotti da pochi minuti e non mesi o anni prima, sono persone che sono diventate amiche, che in alcuni casi hanno litigato, che si sono fidanzate e magari poi sposate dopo essersi conosciute grazie alla musica di Bruce.

Sono persone che godono anche e soprattutto dell’attesa del concerto, fatta di giorni di coda, di appelli, di numerini scritti sulle mani, di fatica, che si cercano anche solo per un saluto ed un abbraccio e che si augurano l’un l’altro “buon concerto” prima che lo stesso inizi.

Le altissime aspettative in questo caso erano incrementate dalla curiosità per la nuova coreografia, sugli spalti e in zona prato, coreografia che un manipolo di fan pieni di iniziativa, gli stessi amici che già avevano sorpreso Bruce nel 2013 accogliendolo con l’enorme scritta “Our love is real”, ha deciso di allestire, per entrambe le serate, grazie ad un “crowd funding” dal grande successo. Questi pazzi sognatori hanno lavorato per mesi, progettando, raccogliendo fondi da tutto il mondo, facendo pubblicità all’evento, arruolando infine una sessantina di persone per la posa finale.

Io sono stata una di questi sessanta e ho vissuto l’emozione di entrare nel magnifico stadio vuoto, godendo dell’enorme privilegio di assistere, passo dopo passo, alla costruzione del palco da parte dei roadie.

Lavorare alacremente, ovviamente in modo gratuito, in uno stadio afoso e bollente, piegando e mettendo un numero infinito di fogliettini con le istruzoni avvolte in fogli di plastica di vario colore, su un numero infinito di poltroncine, è stato faticoso, ma pure divertente! E il tempo è passato fra battute, mal di schiena, fame, risate, una serie infinita di “ma chi me l’ha fatto fare?”, cui altri rispondevano “vedete quanto sarà bello il risultato finale e quanto sarà contento Bruce”, a cui ancora altri replicavano con un “speriamo…”. Alla fine siamo usciti sotto una pioggia battente, dopo che un fulmine si è scagliato addirittura sul palco, tra gli applausi della gente che era fuori dallo stadio per l’affollatissimo appello del sabato sera.

La mattina di Domenica è stata all’insegna dell’attesa (sì… c’è tanta attesa prima dei concerti di Bruce!), una mattinata passata in coda per la consegna dei braccialetti che danno accesso al pit e poi l’entrata, finalmente, in uno stadio dal tasso di umidità di una foresta tropicale , inghiottito in un caldo sahariano.

L’attesa finisce quando Bruce arriva sul palco e, incredulo e sorridente, vede lo stadio colorarsi di bianco rosso e verde mentre emerge una scritta sugli spalti, bianca su fondo azzurro, proprio i colori della copertina di “The River”: “dreams are alive tonite” mentre tutto il prato si colora di azzurro. Già, sogni, quelli vissuti quella sera, mentre il fiume e le emozioni scorrevano con intensità.

Il bellissimo pubblico di San Siro è lì per Bruce e per la leggendaria E Street Band, la sua band storica, non si tratta di fan occasionali o distratti, ma di persone che si sono lasciate portare per mano nella terra della speranza e dei sogni, come Bruce ha cantato nella canzone di apertura del primo concerto, un pubblico che mai ha lasciato Bruce, un pubblico che è stato il vero protagonista dei due concerti milanesi. In tanti anni mai ho visto un afflato così totale fra un artista e i suoi sostenitori, mai. C’era magia nell’aria e quando Bruce si è lanciato a dire che “San Siro è il pubblico migliore” l’affermazione è suonata vera, non una sviolinata fatta per accattivarsi i presenti.

Durante la prima sera ci sono stati pochi cartelli con richieste, tutti cantavano, ma solo quando dovevano, c’è stato tanto amore e tanto rispetto fra l’artista e il pubblico, così come tra il pubblico e l’artista, cosa che è risultata molto evidente nella finale “Thunder road”, durante la quale il silenzio è stato assoluto.

La setlist è stata perfetta, una scaletta degna di un “The River Tour”, con 14 pezzi dall’album, che ha incluso capolavori del calibro di “Point Blank” , “Independence Day” e “Drive All Night”; anche gli altri pezzi sono stati di livello e perfettamente incastrati fra quelli di “The River”, con sole due richieste del pubblico esaudite, la “Lucille”di Little Richard e “Lucky Town” e poi ancora “Trapped” e nei bis l’epica, immensa, “Jungleland”.

Scaletta e durata a parte (3 ore e 45 minuti, che sembra sia record di durata per l’Italia), è stata l’energia e la magia la parte determinante della serata, che mi ha fatto divertire e saltare anche durante brani eseguiti usualmente, come “Born To Run”, “Badlands” o “Dancing in The dark”. Il finale scatenato di “Shout” si è fuso in una straordinaria ”Thunder road” acustica, cantata all’unisono da tutto lo stadio, il cui coro ha fatto commuovere anche Bruce fino alle lacrime.

Cosa attendersi dopo il mirabolante concerto del 3 luglio è stato l’interrogativo imperante delle quarantotto ore successive. In genere se Bruce fa due concerti nello stesso luogo il secondo supera il primo per intensità e scaletta, ma stavolta era davvero molto difficile, ed era difficile capire dove potesse e volesse andare Bruce.

Il secondo concerto inizia con “Meet Me in the City”, la canzone con cui Bruce apriva i concerti del tour americano, tour premiere in Europa, seguita da “Prove it All Night” e dalla straordinaria “Roulette”, outtake di “The River” e poi le festose “The Ties That Bind” e “Sherry Darling”,

A questo punto Bruce ha iniziato a prendere i cartelli dal pubblico, il pubblico che è sembrato diverso da quello dello show precedente, che tende a guidare lo show piuttosto che ad essere guidato, Bruce stesso a sua volta sembrava voler essere guidato dal pubblico, prendendo cartelli e suonando. “Spirit in the Night” e “Rosalita” (che in genere viene fatta fra le ultime canzoni) e poi “Fire”, la canzone che Bruce aveva ideato per Elvis “the king”. Dopo il momento delle richieste è di nuovo Bruce a scegliere cosa fare, e lo fa da par suo suonando un’intensa “Someting in the Night”, dall’album “Darkness on the Edge of Town”.

C’è stato quindi di nuovo un momento magico quando, grazie ai fan di “Our Love is Real”, è stata realizzata una seconda suggestiva coreografia durante “The River”. Il parterre si è illuminato di azzurro e sul secondo anello sono comparsi un cuore e la sigla ESB.

Stasera molte rarità, hanno trovato collocazione in scaletta, da “Racing in the Street”, a “The Price You Pay”, una delle più belle canzoni di “The River”, da “Streets of Fire” alla straordinaria “Backstreets”, all’amatissima e commovente “Bobby Jean” nel finale, sino alla chiusura acustica con “This Hard Land”.

Dando un po’ di numeri, sei pezzi (su dieci) da “Darkness on the Edge of Town”, otto (su venti) da “The River, più 2 outtake contro i quattordici della sera prima, tre soli pezzi da “Born in the U.S.A.”… niente male affatto!

Grande concerto, facce sorridenti, commosse e soddisfatte, eppure non c’è stata la magia straordinaria della serata precedente. Forse (anche) a causa delle troppe richieste arrivate dal pubblico è mancata la compattezza della Domenica, la cui scaletta, basata su “The River”, è stata perfetta.

Alla fine Bruce non ha più voce, è basito, commosso e incredulo, saluta, guarda il pubblico e sembra non volere andarsene. Ma tutte le cose hanno un inizio e una fine e quella “Stay hard, stay hungry, Stay alive” della finale “This Hard land”, suonata da solo, è una raccomandazione, un augurio che Bruce lascia al suo pubblico, quello italiano, uno dei suoi preferiti.

I sogni sono vivi stanotte, Bruce, e sta a noi continuare a farli vivere nella nostra vita.
A presto Bruce, ci rivedremo a Roma… Con tanto cuore e tanta anima, come sempre, più di sempre.

Angela

Riccardo

Bruce Springsteen, il solo nome evoca qualcosa di grande, qualcosa di unico, qualcosa di epico. Per noi “veterani” di concerti lo show tipo di Bruce è il massimo, noi che amiamo la musica ed apprezziamo gli Artisti con la A Maiuscola, per intenderci quelli che ti trasmettono non emozioni qualsiasi, ma le loro, così da farle nostre.

Bruce è uno di questi, insieme a pochi altri artisti e band, i Pearl Jam per citarne una ad esempio. Non per altro Eddie Vedder è stato ed è un suo grande fan. Non so davvero immaginarmi cosa e come può aver vissuto quel fatidico 13 ottobre del 2004 quando, in uno degli ultimi concerti del Boss per la battaglia “Vote for change”, salì sul palco insieme a lui e alla E Street Band per suonare 3 canzoni insieme, tra le quali “Better Man”, la canzone scritta da un Vedder allora quattordicenne, magari proprio sulle note di una delle canzoni del suo idolo. Tu riusciresti ad immaginare il tuo mito cantare una tua canzone?! Io no, tutto questo è surreale!!!

Bruce è uno di noi: si dà al pubblico, lo chiama, lo incita, ci scherza, lo cerca, insomma, se hai la fortuna di essere nel pit e di essere in transenna allora potrai vivere un concerto che difficilmente dimenticherai. Peccato però che essere in transenna significa aver fatto almeno qualche giorno di coda ai cancelli prima di entrare, esperienza fattibile a condizione che:

a)tu possa andare in ferie quando vuoi, b)tu viva nella città del concerto o nelle vicinanze, c) tu non sappia ancora cosa siano mal di schiena e dolori alle ossa in genere e d) i bagni chimici siano i tuoi preferiti!

Altro elemento che amo: scalette che cambiano da un concerto all’altro. In questo tour, almeno a leggere le setlist delle serate precedenti, c’è stato meno ricambio rispetto al solito. Credo dipenda un po’ dall’età (non dimentichiamoci che il signorino a settembre festeggerà 67 primavere a dispetto di un fisico da cinquantenne), un po’ perché lo impone il “The River tour”.

Perché andare ad un concerto di Bruce Springsteen? Un concerto di Bruce è una festa tra i fan, sostenitori di ogni età, ci trovi bambini, ragazzi, donne, giovanissimi uomini e coetanei di Bruce stesso, tutti insieme per festeggiare sulle note della musica del Boss, una sorta di mega festa di compleanno con karaoke.

Milano non ha tradito le aspettative, anzi. Si attendevano due concerti con tanta agitazione. Bruce a Milano ha sempre dato tanto, andando oltre ogni aspettativa ed era logico chiedersi “e ora, cosa s’inventerà?!”.
Il pubblico italiano lo ama, nel 2013 c’è stata la prima coreografia “ATTO D’AMORE”, lasciando Bruce e compagni letteralmente a bocca aperta, e quest’anno l’affetto del pubblico non è stato inferiore, regalandocene una nuova altrettanto bella, da lasciare i protagonisti di palco attoniti.

Milano 1: 3ore e 45’ di musica, 36 brani eseguiti, incluso un breve pre show alle 17.00 durante il quale ha suonato, voce e chitarra acustica, “Growin’ up” e un sentito intimo e solitario finale in cui ha salutato il suo pubblico intonando “Thunder road”. In mezzo c’è stata festa, rock’n’roll, spensieratezza e anche qualche lacrima.

Milano 2: settima volta a San Siro, non poteva non suonare “Seven Nights to Rock” con tutto lo stadio a cantare e ballare, per 3ore e 40 minuti di musica, 33 brani eseguiti, questa volta senza pre show, ma con un finale da brividi nel quale ha regalato una “Bobby Jean” dal sapore profetico:

”Maybe you’ll be out there on that road somewhere, in some bus or train travelling along,
in some motel room there’ll be a radio playing and you’ll hear me sing this song
Well, if you do, you’ll know I’m thinking of you and all the miles in between and
I’m just calling one last time
Not to change your mind, but just to say I miss you baby, good luck, goodbye Bobby Jean”.

Due concerti, cinquantadue canzoni diverse, diciassette sentite in entrambe le serate, per un totale di SESSANTANOVE brani eseguiti.

Bruce ha salutato Milano, ha salutato San Siro descrivendolo come “The best audience in the World” e non è patriottismo, ma verità.

Ci sono state una serie di canzoni molto soggettive, che entusiasmano e rapiscono a seconda della persona, alcune delle quali però oggettivamente da pelle d’oca: “Jungleland”, “Drive all night”, “Point Black”, “Racing in the street”, “Backstreets”, solo alcuni esempi di canzoni grandi che hanno fatto Grande il loro Papà.

Io mi fermo qui, ho scritto il giusto, né poco né troppo, quanto di più adeguato per mettere, spero, un po’ di appetito per il concerto di Roma ormai alle porte. Vietato mancare, ma ricorda una cosa: ascolta ciò che vuoi, guarda i video che vuoi, leggi tutto quello che ti pare, ma qualsiasi idea ti farai prima del concerto sarà spazzata via!!!

Enjoy the Show!

Riccardo

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Nasco il giorno di San Valentino del 1978, e forse proprio per questo sono, da sempre, un nostalgico romantico. Apro per la prima volta gli occhi a Genova, ma non riesco a definirmi Genovese a tutti gli effetti pur essendole visceralmente legato. La mia vita è stata vissuta al confine tra la provincia ligure e quella Alessandrina, mi piace considerarmi un apolide della collina. Appassionato di musica sin dalla giovanissima età, cresciuto tra i dischi dei miei, diviso tra Black Sabbath e Led Zeppelin, seguo la musica da sempre. Sono ormai più di vent'anni che coltivo la passione dei concerti, una delle poche a non essere mai calata nel tempo. Sono un Vespista e un Jammer, chi ha una di queste due passioni sa cosa esse significhino. Nella vita lavorativa mi occupo di tutt'altro, le mie passioni sono la mia linfa e la mia energia, sono ciò che riempiono quel bicchiere che, per mia fortuna, riesco sempre a vedere mezzo pieno.

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