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Reportage Live

KALEO + Júníus Meyvant: guarda le foto e leggi il racconto del concerto di Milano

La band islandese capitanata da JJ Julius Son per la prima volta in Italia con un sold out al Fabrique.

Articolo di Jennifer Carminati | Foto di Roberto Finizio

A sei anni dall’uscita del loro acclamato album d’esordio “A/B” e con un secondo album all’attivo “Surface Sounds” del 2021, gli islandesi KALEO, capitanati dal frontman JJ Julius Son, arrivano finalmente in Italia per quest’unica data milanese posticipata per i motivi che sappiamo dallo scorso gennaio sempre in quel del Fabrique.

All’attivo hanno molti singoli di successo utilizzati in colonne sonore di film, serie tv, pubblicità e persino videogiochi, il che li ha fatti conoscere al grande pubblico e lo dimostra il locale sold out questa sera. Tantissimi quindi i fan accorsi per vederli in sede live e non solo ascoltarli in streaming con le cuffiette, perché si sa, la musica dal vivo è tutt’altra storia, o almeno così dovrebbe essere.

Opener i Júníus Meyvant, progetto musicale di Unnar Gísli Sigurmundsson, cantautore islandese che ha definito le sue canzoni “melodie che commuovono l’anima dal nord”. Ci deliziano con i loro brani lenti, delicati e introspettivi che si rivelano calde carezze per le nostre anime, troppo spesso aride e gelide. Qualche battuta ironica sul fatto che nessuno dei presenti li conosce ma imbeccando a dovere il pubblico Unnar riesce a far cantare le parole di alcune sue canzoni ad un pubblico coinvolto. 

Unnar Gísli Sigurmundsson dei Unnar Gísli Sigurmundsson (foto di Roberto Finizio)

La mezz’ora a loro disposizione scivola via tranquilla, giusto il tempo affinché il locale si riempia ed ecco salire sul palco immersi in una calda luce gialla i loro ben più noti conterranei Kaleo.

Immaginando di avere tra le nostre mani un loro vinile, abbassiamo la puntina del giradischi e iniziamo l’ascolto del Lato A. Per i meno nostalgici e i più giovani invece premendo il pulsante Play veniamo subito travolti dalla carica potente di Break my baby,  con un riff che sembra uscito direttamente da un film d’azione e il refrain Whoo-oohWhoo-ooh che ti rimane in testa. 

Un’armonica ci fa da sottofondo mentre ci inoltriamo in una piantagione di cotone con le note di Broken bones e JJ ringrazia di essere finalmente in Italia con noi questa sera.

Interpretazione sublime per I can’t go on without you, dove un credibilissimo e giovane JJ sembra un bluesman consumato dagli anni con la sua voce particolarmente rough in questo brano.

Jökull Júlíusson dei Kaleo (foto di Roberto Finizio)

Ed ora uno dei loro pezzi più conosciuti, All the pretty girls, ballata struggente, dolcissima e melodicamente irresistibile, dove un Jokull canta in un farsetto delicato e avvolgente. Ci muoviamo ancora insieme alle loro sonorità e saliamo fischiettando su di una decappottabile percorrendo ora le strade di campagna del centro America con Automobile, brano divertente in stile country.

Cambiamo registro con Backbone, pezzo struggente dove si parla dei sentimenti che si provano quando si perde qualcuno che hai amato profondamente e lo rivorresti di nuovo nella tua vita; vi regalo una pillola di saggezza: “chi se ne va dalla tua vita non crea un vuoto ma uno spazio per il nuovo che deve ancora arrivare”. Via i fazzoletti e mettiamoci subito un allegro sombrero in testa per Hey gringo con il ritornello cantato a gran voce dal pubblico che inizia poi a saltare gioioso con la rockeggiante Alter ego

Di matrice chiaramente Kings of Leon o Black Keys a voi la scelta Hot blood dove il bell’assolo di chitarra va a concludersi con uno smorzamento netto della canzone provocando così almeno un finale a sorpresa.

Breve sosta per il frontman quando chitarrista e bassista si prendono a piene mani la scena per qualche minuto di assoli con tanto di balletto coreografico tra loro ed ecco che ricompare seduto al pianoforte e con la luce dei flash dei cellulari ad illuminarlo ci delizia con le note di Brother run fast, leggere inizialmente per poi diventare più profonde e cupe.

Immerse in una fredda luce blu arrivano le note di Vor i vaglaskógi cantata nella loro lingua madre, una lenta melodia di chitarra arpeggiata che ci trasporta nelle lande islandesi e ci fa capire come questa lingua considerata da molti dura e poco melodica riesca invece a creare una canzone perfetta sotto ogni punto di vista. Questo lo sanno bene i loro conterranei Sigur Rós esibitisi ieri sempre qui a Milano in quel del Forum di Assago.

Daniel Kristjansson dei Kaleo (foto di Roberto Finizio)

A risvegliarci dal tepore creatosi nonostante fossimo stati teletrasportati al gelo per qualche minuto ci pensa l’urlo graffiante di JJ in Free the slave, brano potente e liberatorio seguito a ruota dalla splendida Skinny, il cui testo potrebbe essere interpretato in modi diversi, ma quello che spero è che le parole di questo giovane cantautore siano un suggerimento per i giovani di oggi ad essere sé stessi e non soccombere ai canoni imposti dalla società, che in fin dei conti siamo noi adulti di oggi, purtroppo a volte.

Era il 2018 quando i Kaleo sono stati nominati ai Grammy Award per Way down we go, blues nel midollo e moderna nella produzione, con la voce di JJ a dominare, il piano e le chitarre a tagliare la tensione a fette e un refrain perfetto, che non si può dimenticare. Solo una breve pausa prima del bis.

Bandiera italiana che fa capolino sul palco, chitarre distorte, voce acuta e graffiante per No good, una vera e propria bomba di adrenalina e sul finale Rubin Pollock ci delizia con un assolo travolgente accompagnato da una gran cassa secca ma potente. A chiudere il rock’n’roll scatenato di “Glass house” con riff di chitarra che entrano nelle orecchie e ci faranno cantare a squarciagola assieme a loro il riff pappa parapaparapapa. Il brano si conclude con un ultimo ruggente urlo di Jokull che dopo

un’ora e mezza di musica scende dal palco insieme a tutti i musicisti presenti ad accompagnare la band.

Il sound dei Kaleo non ha nulla di rivoluzionario o di originale, in senso stretto, anzi, ma è tutto davvero ben fatto. L’assunto di base è che il blues ce l’hai o non ce l’hai, non si può fingere e i quattro ragazzi islandesi il blues ce l’hanno eccome.

JJ Jokull dimostra di possedere una voce (Kaleo, in hawaiano) con varie sfaccettature, calda e potente quando serve, che può trasmettere malinconia e grinta allo stesso tempo. Il talento c’è indubbiamente, quello che gli manca, ma sicuramente è dovuto alla giovane età e alla poca esperienza on stage, è il carisma.

Personalmente l’ho trovato molto freddo quasi distaccato dal pubblico che sì, ha ringraziato un paio di volte come da prassi dovuta ma non ha mai coinvolto davvero; e credo di non averlo neanche mai visto sorridere, molto concentrato e professionale sicuramente ma poco empatico. Questo a mio parere penalizza la riuscita del live che risulta così la mera esecuzione di un compitino o sembrare la registrazione di un videoclip, cosa che per altro credo in parte stessero facendo realmente questa sera.

Ringrazio Roberto, il fotografo della serata, che mi ha consigliato di esserci questa sera perché ho scoperto una talentuosa band che con il suo suono poliedrico è in grado di avvicinare un pubblico vastissimo dagli amanti del Rock, ai fan della musica Indie, ai frequentatori del BlueNote nel quartiere Isola a Milano. Il lato B del vinile però se permetti me lo ascolterò comodamente a casa.

Clicca qui per vedere le foto dei KALEO + Júníus Meyvant in concerto al Fabrique di Milano (o sfoglia la gallery qui sotto)

Kaleo

KALEO: la setlist del concerto al Fabrique di Milano:

Break my baby

Broken bones

I can’t go on without you

All the pretty girls

Automobile

Backbone

Hey gringo

Alter ego

Hot blood

Brother run fast

Vor i vaglaskógi

Free the slave

Skinny

Way down we go

Encore:

No good
Glass house

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