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Reportage Live

IAN ANDERSON: il racconto del concerto di Milano dell’ex-leader dei Jethro Tull

Ian Anderson, ex-leader dei Jethro Tull, torna in Italia per presentare i brani dell’ultima opera solista e riproporre i grandi classici della band simbolo del prog-rock mondiale.

Un ritorno particolarmente atteso, che cade a un anno esatto di distanza dalla fine della storia dei Jethro Tull. Una viaggio durato quasi mezzo secolo, arrivato a un capolinea annunciato e inevitabile, stando a quanto riportato da Anderson stesso nel corso di un’intervista rilasciata proprio nell’aprile di dodici mesi fa.

Una notizia che ha lasciato un pizzico di amarezza, ma che non ha di certo scoraggiato i fan italiani, accorsi numerosi al Teatro Linear4Ciak di Milano per la seconda data della mini tournée nel nostro Paese. Sul palco affianco ad Anderson non ci sono però dei perfetti sconosciuti, ma gente che lo accompagna da diverso tempo nel corso dei suoi live: John O’Hara alle tastiere, David Goodier al basso, Florian Opahle alla chitarra elettrica, Scott Hammond alla batteria e Ryan O’Donnell, a cui spetta l’arduo compito di supportare Anderson nella parte vocale e nell’interpretazione dei brani. Perché lo show non è solo di natura musicale ma uno spettacolo vero proprio in cui l’arte del cinema, delle note e della recitazione si legano perfettamente senza mai prevalere l’una sull’altra.

La prima parte di concerto è dedicata in gran parte ad Homo Erraticus, disco in cui compare nuovamente il personaggio fantastico di Gerald Bostock, talentuoso poeta e autore dei testi del celebre album dei Tull del ‘72 Thick as a Brick. Tra i nuovi brani spiccano indubbiamente il pezzo di apertura, Doggerland, con le sue atmosfere prima cavalleresche e poi improvvisamente dark, e la strumentale Tripudium Ad Bellum, con un Anderson in versione sputafuoco dal suo flauto traverso. Non manca qualche chicca targata Tull. Immancabile la Bourrée di Back e, in chiusura di set, Thick as a Brick Part 1.

La seconda parte dello show è, invece, un omaggio alla discografia dei Tull e, in particolare, all’album Aqualung del ’71, da cui vengono estratti buona parte dei pezzi proposti. Oltre alla titletrack e a Locomotive Breath, che non possono certamente mancare, trovano spazio anche Mother Goose, Cross Eyed Mary e My God.

Sullo sfondo, immagini di repertorio fanno staffetta con una sorta di macchina del tempo che riporta il pubblico a quei mitici anni a cavallo tra i ’60 e ’70, indicando per ogni pezzo la rispettiva data di pubblicazione. Mentre sul palco, l’Anderson di oggi non sembra essere tanto cambiato da quel ragazzo capellone proiettato in bianco e nero a tutto schermo. Un cantante e strumentista dal talento innato, ma soprattutto un narratore capace di trasformare in musica la storia delle ultime generazioni.

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