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Reportage Live

I FONTAINES D.C. a Milano ci urlano che la vita non è sempre vuota

Fontaines DC

Articolo di Serena Lotti | Foto di Roberto Finizio

Dei Fontaines D.C. è un bel pò che se ne parla. Tre anni fa l’uscita dell’acclamatissimo disco d’esordio Dogrel, dichiarato Album of the Year 2019, poi nel 2020 il secondo progetto della band, A Hero’s Dead, lavoro che ha dimostrato quanto i ragazzi fossero notevolmente cresciuti ed evoluti verso una consapevolezza stilistica molto più matura e profonda, dalle tinte drammatiche e oscure. Nel 2021, i Fontaines D.C. arrivano ad essere una delle poche band irlandesi ad essere nominate per un Grammy, cosi come fu per Hozier, U2 e Sinéad O’Connor. Quindi la loro è una strada tutta in discesa? Aspettiamo a dirlo nell’attesa dell’uscita del nuovo album dei dubliners, Skinty Fia che uscirà il 22 aprile.

Definiti giovani poeti post-punk di una generazione, questi figli d’Irlanda legatissimi alla loro terra d’origine, sono stati capaci di mantenere altissima l’attenzione su di loro grazie a quella straordinaria capacità di raccontare il disagio esistenziale della loro epoca con disillusione  e sincerità, restando musicalmente riconoscibilissimi, anche in considerazione di un’indisciplinata e personalissima visione della vita, tra viscida decadenza e elevata poesia. Il “The Guardian” stesso ha definito la loro proposta musicale “Rock music with a literary heart”.

Li abbiamo visti ieri al loro debutto milanese sold out all’Alcatraz di Milano che, nonostante l’assetto antisommossa anti mosh- pit garantito da una distesa infinita di sedie, ha dichiaratamente lasciato spazio ad una godibilissima quanto ordinata fruizione dal vivo.

I Fontaines D.C. puntualissimi accendono l’Alcatraz con una versione poderosa e potentissima di Televised Mind dai vigorossisimi giri di basso, nella quale entrano poi in velocissima sequenza batteria e riff urticanti di chitarra, facendo trapelare chiaramente la dichiarazione di intenti della band irlandese. I suoni ruvidi ed ipnotici non si fermano che per qualche secondo prima di attaccare con il mantra ipnotico di A Hero’s Dead Life ain’t always empty” dove lo storytelling magnetico e ossessivo di Chatten e la batteria pesante di Tom Coll ci guidano nel mondo lisergico e surreale di questi questi dubliners ossessionati dalla poesia e dalle forme sonore complesse e multiformi.

L’immobilità dichiarata e consapevole dei musicisti focalizza in modo chiaro l’attenzione su Grian Chatten, che si inclina e contorce il corpo verso il microfono, camminando sul palco come se cercasse una via di uscita, alzando le braccia per infiammare la folla e piegandosi su stesso stopicciandosi e tirandosi la t-shirt in un gesto rabbioso e nevrotico. C’è una nuova teatralità e un potentissimo espressionismo nella messa in scena e non tutto ciò è causale. Inutile dirlo. Siamo tutti in piedi al secondo pezzo.

Nella musica e nell’esibizione dei Fontaines D.C. c’è qualcosa di disagiato e fastidioso, ci sono elementi oscuri, ammantati di una cupezza esistenziale che ti aggredisce alle spalle e, man mano che la band continua a costruire un mosaico intricato di suoni, le urgenze espressive e sonore si fanno più spigolose ed escorianti, creando atmosfere, se possibile, ancora più torbide e lisergiche.

Continuiamo così sulla stupenda esecuzione di Sha Sha Sha tratta da Dogrel, dove si percepisce nettissima la lezione dei Clash e dove, grazie ad una ficcantissima inclinazione melodica, arriviamo a fine pezzo completamente sedotti. Ci sveglieremo presto sulle rasoiate wave di A Lucid Dream. Restiamo li, ammaliati e sudati per qualche istante, una breve tregua a metà pezzo prima di precipitare verso la conclusione culminante di un brano magistralmente eseguito.

Non mancano tributi alla terra d’Irlanda, come l’attesissima I Love You tratta da Skinty Fia, Big estratta da Dogrel, un tributo agrodolce al loro paese, una preghiera evocativa, opportunamente intitolata, ma dalle caratteristiche sonore punk e dalla natura frenetica e urgente in cui Chatter ci urla ” Dublin in the rain is mine“, fino alla noire proletaria di Roy’s Tune.

La band si prende poi un momento per raccontarci della natura metallica ed arcaica di Skinty Fia e ci propone una lunghissima e bellissima Jackie Down the Line, brani dell’ultimo lavoro che dimostra tutto quello che i ragazzi sono riusciti a imparare in così poco tempo.

Ed è cosi che Chatten il druido continua a restituirci immagini sonore assolutamente dark eppure nello stesso tempo confortevoli e melodiche prima di finire su I Don’t Belong, dove è lo stesso frontman a buttarci addosso il sentimento furioso di chi chiede di essere liberato, di chi chiede di mutare nella forma. Nelle contrazioni muscolari di un cantato a volte straniato e distaccato, nell’audacia dei movimenti verso il pubblico, braccia riverse con fluidità verso la folla che  sta in piedi, a tratti sembra che perda il fiato tanto è la concitazione, l’urgenza, la necessità di dire tutto, adesso, subito, forte.

L’atmosfera resterà inotica e surreale, tesa e sognante per tutto il live fino alla chiusura in encore con la stoogesiana I Was Not Born e la protesta personale di Chatten che grida senza fiato “I was not born, into this world, to do another man’s bidding’.

La travolgente The Lotts ci congeda con le sue trame decadenti di basso e una livida drammaticità tutta da godere fino in fondo, perchè la verità è che non ce ne vogliamo andare, ne vogliamo ancora e ancora.

Ma il concerto è finito e siamo grati a Chatten e soci che ci hanno procurato solleticazioni mentali non indifferenti, canalizzando nella prova live una complessità stimolante, che si eleva nella sperimentazione sì ma che si mantiene fedele alla matrice punk, ammorbidendosi a tratti, corteggiando sonorità più morbide e accessibili, il brit pop su tutti, creando così un equilibrio ed un’uniformità ritmica stupenda.

I Fontaines D.C. hanno la visione, la strategia, sanno cos’è l’esecuzione puntuale e drammatica. Un espressionismo che si eleva su ogni singolo punto di forza della band irlandese, che sa essere anche intimo e raccolto, un concerto che ha mostrato la loro esperienza, la loro attitudine fortissima e il loro know-how, nonostante la loro giovane età.

Dentro la loro musica ci trovi il mondo cupissimo dei Joy Division, dei Velvet Underground, dei Cure: c’è oscurità e luce, c’è il bene e il male, è un mondo sfaccettato e multiforme dove si trova sempre la forza di riscattarsi grazie ad un formidabile equilibrio fra tradizione e contemporaneità, fra punk e pop, fra garage e new wave. La loro forza sta qui: la genialità di avere creato una proposta musicale accessibile ai più grazie anche ad uno storytelling che procede per immagini e per simbolismi, nel quale ogni ascoltatore ha l’opportunità di trovare un proprio personalissimo senso. La lezione dei giovani irlandesi può essere interpretata come una lunga riflessione sulla condizione umana dove non c’è rassegnazione o sconfitta, ma analisi, elevazione e redenzione.

I Fontaines D.C. hanno saputo restituire sul palco un’identità sonora chiarissima che li fa assomigliare solo e soltanto ai Fontaines D.C., e che, nonostante i rimandi alla new wave, al post punk, al garage e al rock inglese, si sottrae al confronto con tutti gli altri sulla piazza grazie anche ad un frontman talentuoso ed ispirato. Il nichilismo di Chatten viene buttato sul palco come un feticcio, lui è un anti-crooner che trasuda drammaticità teatrale ma capacissimo anche nell’offerta di uno storytelling colloquiale, nonostante l’ossessione dei suoi mantra che ci sfiniscono, ci ipnotizzano e ci lasciano sempre appagati, grati e storditi.

Usciamo dall’Alcatraz rintronati ma felici, un ragazzo ci chiede l’accendino. Ci dice che è irlandese e noi gli dichiariamo senza mezzi termini quanto amiamo profondamente la sua terra. Lui ci dice che ama la nostra. “Amo Napoli , la mia ragazza è napoletana.” Ci fermiamo a parlare per un pò con lui, siamo un pò sbronzi, un pò innamorati di questo spleen che ci è rimasto attaccato alla pelle sudata sotto i maglioni pesanti e restiamo sospesi tutti insieme, in questo tempo non tempo dove abbiamo dimenticato per un paio di ore la merda che c’è in questo mondo. Non c’è nient’altro che conti più per noi adesso. Siamo seduti sotto una luce che ci si addice e guardiamo verso un futuro migliore. Almeno per stanotte.

Clicca qui per vedere le foto dei Fontaines D.C. a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

Fontaines D.C.

Fontaines D.C. – La scaletta del concerto di Milano
Televised Mind
A Hero’s Death
Sha Sha Sha
A Lucid Dream
Jackie Down the Line
I Don’t Belong
Chequeless Reckless
Roy’s Tune
You Said
I Love You
Big
Hurricane Laughter
Too Real
Skinty Fia
Boys in the Better Land

ENCORE
I Was Not Born
The Lotts

Written By

Milanese, soffro di disordini musicali e morbosità compulsiva verso qualsiasi forma artistica. Cerco insieme il contrasto e il suo opposto e sono attratta da tutto quello che ha in se follia e inquietudine. Incredibilmente entusiasta della vita, con quell’attitudine schizofrenica che mi contraddistingue, amo le persone, ascoltare storie e cercare la via verso l’infinito, ma senza esagerare. In fondo un grande uomo una volta ha detto “Ognuno ha l’infinito che si merita”.

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