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Reportage Live

BLACK STONE CHERRY live a Milano: il trionfo del southern rock e dell’amicizia

Ad accompagnarli, la band rivelazione The Georgia Thunderbolts.

Articolo di Chiara Bernini | Foto di Roberto Finizio

Ieri sera i Black Stone Cherry hanno fatto il loro trionfale ritorno in Italia, infiammando nuovamente il palco dell’Alcatraz di Milano, dove esattamente quattro anni fa ci avevano salutato prima dello scoppio della pandemia. Anche questa volta, così come nel 2018, si è trattata dell’unica data nel Bel Paese per il quintetto del Kentucky. Una serata intima come una grande rimpatriata tra amici dedicata alle sonorità ritmate del southern rock in stile BSC. 

Sì perché la particolarità dei Black Stone Cherry è proprio quella di essere riusciti a unire diverse influenze melodiche per creare uno stile versatile garanzia di successo. Lynyrd Skynyrd, Led Zeppelin, Soundargen, ZZ Top, Guns N Roses e Pearl Jam sono infatti alcuni dei punti di riferimento per i BSC. Un mix sapientemente usato, dimostrando nel corso degli anni la loro capacità nel cavalcare hard rock, country, blues e rock del sud con una facilità tale da raccogliere continuamente fan da tutto il mondo.

Ma andiamo per gradi. Arrivata piuttosto tardi sul luogo dell’evento, mi ritrovo davanti a un insolito Alcatraz mezzo vuoto. Sul palco un semplicissimo telone scuro con le iniziali dei Black Stone Cherry. Prendo una birra e aspetto con pazienza l’inizio della serata mentre, confondendomi tra quella piccola folla che si sta radunando sotto il palco, mi godo il classico parterre dei concerti rock: moltitudine di t-shirt di band (Soundgarden, Ac/Dc, Guns N Roses, ecc…), celate da capelli lunghissimi di rocker di lunga data e giovani coppie unite dalla passione per la musica. Nell’aria l’atmosfera è di fibrillazione. 

Sorrido, mi sento finalmente a casa. Una sensazione che ormai non do più per scontata da quando il Covid ha fatto traballare ogni certezza.

Ad aprire i Black Stone Cherry ci sono i The Georgia Thunderbolts. Un gruppo che attendo con grande interesse, visti gli ottimi feedback di Rolling Stone e Classic Rock che li hanno inidicati tra i nomi emergenti più interessanti del southern rock. Formatisi nel 2015, i cinque di Rome (Georgia) hanno all’attivo solamente l’omonimo EP (2020) e l’album Can We Get a Witness (2021). Due lavori particolarmente apprezzati dalla critica che ha sottolineato la loro eterogeneità di influenze, spaziando dal gospel del sud a Neil Young, Led Zeppelin e Lynyrd Skynyrd.

Alle 20 spaccate, TJ Lyle (voce), Riley Couzzourt (chitarra), Logan Tolbert (chitarra), Zach Everett (basso, tastiere) e Bristol Perry (batteria) salgono sul palco. Li guardo incuriositi. Alcuni di loro hanno il tipico aspetto dei ragazzi del sud degli Stati Uniti che vedi nei film. Capelli lunghissimi e ondeggianti, pizzetti in stile Metallica anni ’90, jeans smanicati, bandane e occhiali da sole.
Pochi tra il pubblico sembrano conoscerli ma comunque i presenti (ancora pochi) li accolgono con grande entusiasmo e i Thunderbolts, carichi a palla, esplodono in tutta la loro energia. Dopo l’esordio di Can I Get a Witness, TJ esclama “È bello tornare a suonare dal vivo”. La pandemia sarà anche un lontano ricordo ma la sensazione di vuoto che ha lasciato è ancora palpabile. C’è voglia di stare nuovamente insieme per divertirsi spensierati. Glielo si legge negli occhi. TJ è in total black con una semplice medaglietta d’orata che le spunta tra i lunghi capelli rossicci alla Robert Plant.

The Georgia Thunderbolts (foto di Roberto Finizio)

“È la prima volta che suoniamo così vicini al pubblico, grazie a tutti!”. L’esibizione prosegue con altri nove brani – tra cui una cover di Be Good to Yourself di Frankie Miller – in un tripudio di spavaldo hard rock e sferzante blues, con cui i Georgia Thunderbolts dimostrano la loro incredibile versatilità. 

Sul palco i cinque ragazzi sono dei veri mostri: cantano, saltano e si scatenano giocando con il pubblico con cori e battiti di mani. C’è anche un primo timido tentativo di moshpit da parte di un ragazzo con addosso un cappello da texano.

Giunta a conclusione, la performance dei Georgia Thunderbolt convince decisamente il pubblico che li saluta calorosamente. Nel frattempo, l’Alcatraz è ufficialmente stracolmo. E, mente in sottofondo si canticchiano Aerosmith e Iron Maiden, i rocker accorsi a Milano sono pronti a esplodere con l’arrivo dei Black Stone Cherry che rubano la scena alle 21.10.

“Siete pronti a fare casino?”. Così esordisce Chris Robertson che, insieme a Ben Wells (chitarra), Steve Jewell (nuovo bassista subentrato dopo l’abbandono dello storico Jon Lawhon) e John Fred Young (batteria), non perde un secondo e intona immediatamente le prime note della potente Me and Mary Jane, successo tratto da Magic Mountain. Il parterre si infiamma e mentre il pubblico si dimena cantando e alzando i pugni al cielo, noto con tenerezza che proprio Chris indossa la maglietta dei Georgia Thunderbolts come segno di rispetto e amicizia. 

I Black Stone Cherry sono carichissimi e, sulle note di Burnin’, Wells e Jewell iniziano a correre avanti e indietro sul palco, suonando come dei forsennati, agitando le loro teste e trovando una sintonia davvero commuovente. Sullo sfondo, Young aggredisce la batteria con un’energia inaudita battendo ogni nota con tutta la forza che ha in corpo. 

John Fred Young dei Black Stone Cherry (foto di Roberto Finizio)

Alla terza canzone, Again – l’unico brano suonato tratto dall’ultimo album The Human Condition (2021) con un potentissimo assolo di chitarra e un ritornello che ti entra in testa – siamo già tutti sudati. Ma si prosegue senza sosta verso la martellante Blind Man dove la voce graffiante di Chris trascina il pubblico che si unisce in cori da stadio. Ben prende il microfono e con la sua bandana rossa fradicia legata al collo, i capelli biondi che gli scendono sugli occhi e un sorriso da bambino esclama: “Come state? Noi benissimo. È bello rivedervi dopo questi anni. Ho la sensazione che questa sera sarà la serata più bella di tutto il tour”. E non si sbaglia. 

Senza fermarsi, si rallenta per poco con la bella Like I Roll che fa scivolare sulle strade interminabili dei soleggiati panorami statunitensi. Sulla lunga onda hard rock di Cheaper to Drink Alone Robertson poi presenta la band, lasciando a ogni membro spazio per esibirsi e dare il meglio delle proprie capacità. Degno di nota l’assolo di bonghi del turnista Jeffrey Boggs che raccoglie l’entusiasmo dei presenti. Con Hell and High Water i BSC testano poi i fan, ripescando una canzone del primo album omonimo. Seguono senza interruzione Soulcreek e Devil’s Queen entrambe estratte da Folklore and Superstition che con i loro suoni sporchi e incalzanti fanno finalmente scoppiare il parterre in un moshpit sfrenato fatto di spinte e cori di accompagnamento. Qualcuno si lascia addirittura trasportare da uno spettacolare crowd surfing ai piedi della band del Kentucky che guarda divertita i suoi fan. 

Ben Wells dei Black Stone Cherry (foto di Roberto Finizio)

Giunge un momento di pausa per il gruppo, lasciando Young da solo sul palco che si lancia in un assolo di batteria lungo almeno quattro minuti. La dimostrazione della sua precisissima tecnica ipnotizza l’intero Alcatraz che lo accompagna a ritmo, battendo le mani. Lui è talmente preso dalla sua foga passionale tanto da spezzare una bacchetta. Un imprevisto che di certo non lo ferma, continuando forsennatamente a battere sui piatti e sui tamburi, mentre il pubblico resta a bocca aperta di fronte alla semplicità con cui si destreggia tra una nota e l’altra.

Dopo la ritmata Ringin In My Head, si passa al trittico di Between the Devil and the Deep Blue Sea (2011) costituito dalla emozionante In My Blood, dalla metal White Trash Millionaire e dalla travolgente Blame It on the Boom Boom. Sul sound melodico di In My Blood, Robertson invita tutti i presenti a mostrare con le dita il segno della pace, in un mare di braccia ondeggianti.

Per concludere in bellezza la serie di killer tracks proposte tutte d’un fiato, i BSC chiudono la prima parte del set con la dura Lonely Train la cui linea di batteria ti rimbomba nel petto e nelle orecchie.

Ma la serata non è conclusa senza l’emozionante encore Peace Is Free, dedicata al mettere da parte l’astio, per lasciare spazio solo all’amore e alla pace. Un brano particolarmente sentito dal pubblico – oltre la sua tragica attualità – per la sua attenzione alle debolezze dell’essere umano. E infatti, mentre in sottofondo si srotola la melodia del brano, Robertson si rivolge commosso al pubblico. “Questi due anni sono stati terribili dal punto di vista di quello che abbiamo vissuto. Per questo, voglio che ora vi lasciate andare in un grido di liberazione, per buttare fuori tutta quella mer*a che avete accumulato”. Well I know times can get a little though. You gotta lean on me brother you can’t give up. Forget about your problems and forget about your pain”, canta Robertson. 

Mi commuovo. Mi sembra di avere di fronte l’amico di una vita sempre stato al mio fianco e pronto ad aiutarmi. E proprio su questo ultimo struggente brano il frontman dei BSC chiama sul palco TJ Lyle, il cantante dei Georgia Thunderbolts, per unirsi in un toccante duetto nel segno della vera amicizia e del reciproco sostegno. Finito questo inno catartico, si inchinano tutti commossi davanti al pubblico, grati e soddisfatti per una serata ricca di emozioni. 

Una conclusione intima e sentimentale, che ha stretto l’intero pubblico dell’Alcatraz in un grande e affettuoso abbraccio di arrivederci.

Clicca qui per vedere le foto dei Black Stone Cherry in concerto all’Alcatraz di Milano (o sfoglia la gallery qui sotto)

Black Stone Cherry

Black Stone Cherry – la scaletta del concerto di Milano

Me And Mary Jane
Burnin’
Again
Blind Man
Like I Roll
Cheaper To Drink Alone
Hell And High Water
Soulcreek
Devil’s Queen
Drum Solo 
Ringin In My Head
In My Blood
White Trash Millionaire
Blame It On The Boom Boom
Lonely Train

Encore:
Peace is free

The Georgia Thunderbolts – la scaletta del concerto di Milano

Can I Get A Witness
Be Good To Yourself (Frankie Miller Cover)
Half Glass Woman
Boogie
Take It Slow
Spirit Of A Working Man
Looking For An Old Friend

Written By

Il percorso di Roberto Finizio si sviluppa sotto una nuova luce a partire dal 2009, anno in cui passa dal praticare la fotografia come passione al farla diventare una professione. Dopo gli studi per affinare le proprie conoscenze tecniche, decide quindi di unire tra loro i suoi più grandi interessi: la musica ed il teatro. È così che inizialmente si dedica alla fotografia live, attività che gli permette di catturare con la sua Canon alcuni tra i più grandi artisti del panorama italiano ed internazionale. Col tempo sceglie tuttavia di ampliare i propri orizzonti, ed inizia così a lavorare anche nel settore sportivo ed in quello pubblicitario come fotografo di still life.

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