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INTERPOL – The other side of make believe: finalmente la luce?

Esce oggi il settimo album della band newyorkese, che vede nella sua formazione attuale Paul Banks, Sam Fogarino e Daniel Kessler. Interpol che dall’inizio delle loro discografia (2002 con l’album Turn On the Bright Lights) sono stati etichettati con il termine musicalmente più abusato degli ultimi 20 anni: parliamo dell’Indie.

Un genere dove vengono ammassati e tritati tutti quei gruppi musicali che si rifanno ai Joy Division, Siouxie and the Banshees, Kraftwerk (a tratti) e i The Doors (eh si qualcuno volutamente ogni tanto dimentica l’allegria che pervadeva i suoni e i testi di Jim&co senza nominarli mai… (sono ironica eh). Più un quarto di Lou Reed, aggiungendo, con il passare degli anni, un pezzo di The Cure. Tutto questo mix in genere va ad indicare la musica Indie, facendone sempre un polpettone che all’inizio sembra buono ma poi disgusta. Perchè la differenza con i gruppi citati sopra e ad esempio le nuove leve (si fa per dire) come gli Interpol, in passato non si è mai sentita troppo, quindi Indie sta ad indicare tutto e niente senza mai capire quale davvero fosse la caratteristica principale degli Interpol, o meglio cosa avessero di diverso rispetto a tutti gli altri. E se negli album passati la presenza di questo mix era evidente in questo nuovo album forse no.

Facciamola breve: gli Interpol sono stati sempre troppo Joy Division, con loro ammissione anche, però c’è il momento che se davvero hai un valore come autore di testi e come musicista devi andare oltre, ti devi staccare, anche in maniera impopolare, devi mettere la tua spilla su quella camicia già confezionata e poi stirata. La spilla che fa la differenza potrebbe essere questo nuovo lavoro “The other side of make believe”? Molto probabilmente sì, ed era anche arrivata l’ora. C’è un brano su tutti che dà la forma al cambiamento ed è Fables, che rimane nelle sue atmosfere cupe, cupissime, però ha un riecheggio di chitarre che suona beatlesiano ed ha nella voce di Banks sfumature più dolci. Si può dire tranquillamente che la voce è dolce? Si, lo è , e si sente in tutto questo nuovo album . Paul Banks non ha più quella carica di rabbia urlata del passato, così come la presenza del piano delicatissimo in Something Changed, seguite da un suono che riprende alcune sonorità jazz (basta tirare su l’orecchio per sentire il jazzato nella batteria di Sam Fogarino).

Ecco, forse questo nuovo album magari non renderà felicissimi i “seguaci” di Banks, Kessler e Fogarino, ma rappresenta un stacco vitale per sopravvivere a quella etichetta (Indie) che non li portava da nessuna parte, che li metteva davanti a paragoni impossibili da superare e che li faceva trovare sempre in mezzo al polpettone. Si strappano un po’ i vestiti indossati sino ad ora in brani come Gran Hotel, Go Easy (Palermo) o Renegade Hearts e la trasformazione che avviene in un suono più ricercato non è buttare il passato alle spalle, ma cercare il modo di mettere in piedi una propria “ casa di abbigliamento”. Tentare, anche se non accontenteranno tutti ma tentare, come se per gli Interpol fosse arrivato il momento  di andare in giro come gli pare.

Insieme all’album We degli Arcade Fire, questo The Other side of make believe degli Interpol rappresenta davvero una bella luce finalmente, che detto su di loro , fa molta impressione ma serve per capire l’importanza di questo nuovo lavoro.

Gli Interpol con questo nuovo album si sono spostati, hanno tagliato finalmente un cordone ombelicale, che a lungo andare avrebbe rischiato di soffocarli. Un piccolo taglio all’apparenza ma netto. Ed è solo l’inizio.   

Photo credit: Ebru Yildiz

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