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Abbiamo bisogno della REALTÀ AUMENTATA dei SUBSONICA perchè non ci abbiamo capito nulla

Abbiamo ascoltato il decimo disco della storica band nata sotto il Cielo Di Torino e anche quello che loro avevano da dirci in merito: perchè ne avevamo bisogno e perchè non l’abbiamo ancora capito

Foto di Francesco Dornetto

Articolo di Marzia Picciano

Le prime 24 ore di Realtà Aumentata, decima fatica in studio dei Subsonica e signori, come dice Letterman, my guest needs no introduction, sono passate e tutto va bene. Bene, male? Bene, anzi benissimo. Per essere precisi, per la sottoscritta sono 48 ore che ascolto il disco: nell’anteprima, nelle parole della conferenza stampa della band torinese e quindi di Samuel, Max, Boosta, Ninja e Vicio, nel nuovo ascolto più  attento, nell’out-now di ieri mattina. E non mi sono ancora stancata.

L’album è  stato anticipato nelle settimane precedenti da una serie di singoli tra cui Pugno Di Sabbia, Adagio (soundtrack dell’omonimo film di Stefano Sollima) e Mattino Di Luce. Dovevamo aspettarci quello che mancava? Forse, ma neanche tanto. Realtà Aumentata suona come dovrebbe suonare un disco dei Subsonica, con una grande differenza: suona davvero davvero come un disco dei Subsonica.

Non ci hanno messo troppo a spiegarlo i cinque, dall’alto delle loro sedie a trampoli e della volontà  di vuotare il sacco. C’è  più Amorematico e Microchip Emozionale, e questo non è  un caso, come Samuel non ha dubbi, è  il loro migliore disco e questa affermazione è la semplice risposta a chi chiede: ma c’era bisogno di un nuovo disco dei Subsonica? Dice Samuel: “Lavorare nei Subsonica non è facile. Non sono un’equipe, ma identità, che appare quando noi cinque stavamo insieme”. Dopo 8, un lavoro che per Max Casacci “ha logorato il senso di appartenenza di ciascuno di noi”, lo stesso essere stati distanti, volente la pandemia o meno, la “vitalità personale” che si mette di mezzo, ma anche l’essere presenti e produttivi (artisticamente, intendo) per un arco di 30 anni, la domanda era legittima e naturale. La risposta, fosse anche stata negativa, sarebbe stata perfettamente legittima e naturale.

Per chi segue il gruppo dagli anni 90 e sa, nel suo profondo, cosa hanno significato i Subsonica per lo scenario musicale italiano – parliamo di proporre delle sonorità , sintetizzatori e campionature da background industriale totalmente in disaccordo con il pensiero unico della canzone italiana, a partire dal concetto di musica e video di Discoteca Labirinto (e pensare che oggi ci rilassiamo a suon di ASMR e ascolteremmo per ore il suono di camion e fon), quello che ogni tanto sorrido nel pensare di aver chiamato “elettronica” – è  un sollievo vedere la presa di posizione di un gruppo che ha voluto portare avanti un progetto nel momento topico dell’età umana e della realtà  aumentata che viviamo.

Per farlo bisognava avere i cinque insieme. “L’assenza dell’entità” dei Subsonica, dice Samuel, poteva essere un problema. “Stare in una band vuol dire stare in famiglia, e nel gruppo devi continuare a sceglierti” specifica Casaccia “È un ritorno alla prima stagione dei Subsonica. Una band capace di orientarsi senza confini, dove è  possibile smarrirsi, e non abbiamo avuto paura”. Per fare un album identitario di un gruppo che da sempre si è  dato l’obiettivo di andare oltre il mondo reale e attraversarlo come se fosse in pixel bisogna chiudersi, ci dice Vicio. Quindi ci si è recati a Piozzo nel cuneense e come i Marlene Kuntz si è cercati un luogo adatto per creare la propria camera dello spirito e del tempo ed è  successo lì, nel b&b dell’Open Baladin.

Per Ninja si è  trattato di “ritrovare l’urgenza di fare musica e il piacere di fare lavoro insieme”. Insomma, una comunità di recupero alimentata da mea culpa e voglia di fare. Ciò che li rende più palpabilmente orgogliosi, perchè la prima cosa  che ci vogliono far sapere è che no, non hanno intenzione di prendere vie diverse, è l’aver passato una marea di tempo insieme, tutto quello che serviva, per scrivere e mettere insieme, registrare il decimo disco; si sente perche se c’è qualcosa che emerge immediatamente da Realtà Aumentata è che scivola via tutto insieme. Non pensi neanche due minuti che vuoi cambiare l’ordine o semplicemente cambiare.

Ma andiamo al punto della questione, il motivo per cui siamo qui a dedicare cartelle Word a questi ragazzi – di una certa età o esperienza, come preferiamo – ovvero, perchè aveva senso fare quest’album. Boosta prova a suggerirci il titolo per noi schiavi della tastiera: i Subsonica ci servono, e non sbaglia, ma soprattutto serve che loro dicano la loro oggi, che testimonino il cambiamento epocale che avevano anticipato nelle loro profezie autoavveranti, e proprio nei titoli come Microchip Emozionale stesso, insomma ci dicano se è più  o meno inquietante questo odierno Black Mirror che viviamo ogni giorno, inconsciamente. Ci manca poco a La Glaciazione.

Perchè è questo il punto vero di Realtà Aumentata. Mettiamo da parte l’attualità futuristica del titolo, c’è  poco di avveneristico. Le undici track del disco ci parlano di trasformazione del nostro corpo e transfobia (tema studiato e che sarà  oggetti di nuovi contenuti), di decisioni, di barche per cui non serbare Nessuna (senso di) Colpa, di Cani Umani, Missili e Droni (per me la Coriandoli a Natale del disco, anche se non si parla di assenze specifiche) e leoni da tastiera, insomma la commedia umana che ci troviamo a gestire dallo schermo di un iPhone; ci mettono davanti una complessità  mai risolta eppure nuova, da analizzare, appunto una realtà aumentata, ma anche diminuita. C’è critica e anche politica (ma detta bene). Cos’è questa realtà  aumentata che viviamo? È il futuro, arrivato, che non ci meritavamo? È il fracassarci continuo di un passato rumoroso ancorato ai nostri devices intelligenti e ci crea un’ulteriore gabbia di pensiero?

In ogni caso, i Subsonica dovevano essere lì  a tentare di risponderci. Il mondo è  cambiato mille volte. Anche chi ascolta. “In 30 anni abbiamo visto cambiare pubblico sotto il palco. La vera fotografia è nei live dal giorno uno a quello che deve venire. Il pubblico cambia ma non invecchia” ci dice Boosta, suggerendoci anche un’altra risposta al nostro tema: “La musica è un collante ed un calmante sociale strepitoso”. La verità è  che i Subsonica, andando a indagare con metafore technologiche negli anni gli anfratti di dolori e impulsi (con le parole di Samuel, Max e l’aiuto di Luca Raganin), non hanno mai perso il focus, semmai hanno cambiato la tecnologia per capirlo, ma l’attenzione c’è  sempre, perchè  hanno saputo definire una cifra stilistica ben precisa riconoscibile da vecchi e nuovi ascoltatori (è la prova del pubblico).

Un senso melodico dice Samuel molto italiano tra l’altro che sebbene abbia visto anche volontà  di contaminazione internazonale (il disco è  stato masterizzato da Matt Colton al Metropolis Studios di Londra) rimane un prodotto italiano – poche parole per troppe domande a mio avviso su quelle che sono le considerazioni sulle proposte non accettate a Sanremo. Ora, fermo restando che non è  una difesa dire che tutta la musica italiana non è  a Sanremo – è  un’affermazione corretta fatta nel timing dell’anno sbagliato, quello alle porte di Sanremo, ma poi si vedranno i numeri alla fine del 2024 (e anche se Sanremo da qualche anno di più  attenta conduzione ha deciso di far entrare sistematicamente l’universo degli ascolti degli streaming degli italiani) – potremmo anche dire che i Subsonica trent’anni di carriera l’hanno fatta anche senza Sanremo, ad eccezione per quello che poi sarà  il singolo di maggior successo, pur arrivando undicesimi, Tutti I Miei Sbagli. Anzi, non per questo risultando meno interessanti (ne sono prova le colonne sonore firmate) e riempendo palazzetti.

È  l’annoso problema di spiegare che musica fanno i Subsonica, forse anche un pò  stanchi dopo tutti questi anni di dover dare un’etichetta a sè  stessi, come se fosse l’importante per presentarsi. Si presenteranno nel tour in partenza ad aprile, che si preannuncia soprendente. Samuel e soci hanno in mente idee “aumentate”. Un assaggio l’abbiamo avuto alla conferenza alla Santeria Toscana, con i collettivi Sintetica Collective e High Five Visuals per esplorare l’impatto del corpo sulla realtà , al microscopio allargato, o appunto aumentato. Prodotta da Live Nation, la tournee partirà il 3 aprile dal PalaUnical di Mantova per proseguire il 4 aprile al Forum Assago di Milano, il 6 aprile alla Zoppas Arena Conegliano (TV), l’8 aprile al Palazzo dello Sport di Roma, il 10 aprile all’Unipol Arena di Bologna, l’11 aprile al Mandela Forum di Firenze per chiudere il 13 aprile all’Inalpi Arena di Torino.

In conclusione, sembra quasi che noi, anche se li ascoltiamo da sempre, non ci abbiamo ancora capito bene niente dei Subsonica. Come dice bene Samuel, e concordo, ascoltare i Subsonica è  come giocare con una console giochi con un solo gioco –  che può  aggiornarsi sicuramete, ma o piace o altrimenti compri proprio un altro sistema. Non c’è , per citarli, quella “presunzione tossica/Di essere eterni come solo la plastica” o meglio si, si è  sempre i Subsonica e questo disco lo è più  di altri (nonostante l’età  e l’esperienza, qui c’è  il graffio che un pò  mancava), ma senza pretese di alcun tipo. Tanto il disco vuole essere di rottura che, per quanto alcuni singoli come Mattino Di Luce (o per me anche Nessuna Colpa) sono sicuramente più radiofonici, non c’è  un pezzo di punta, non c’e la ricerca del duetto acchiappalike, c’e solo Africa Su Marte con Willie Peyote e Ensi, e non è questo il fine. E si capisce. Realtà Aumentata va preso così  com’è . Perchè  non possiamo fare altrimenti, verso questa realtà, aumentata.

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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