Il vento. Le montagne. La sensazione di libertà. Questo e molto altro lo ritroviamo nei testi dei Fast Animals and Slow Kids, e noi di Futura 1993 abbiamo avuto il piacere di poter vivere queste sensazioni sulla nostra pelle, al live di casa loro in alta quota, sul monte Cucco. Infatti, se questa data aveva già un significato importante per via della vicinanza alla loro terra d’origine, a cui sono molto legati – non a caso non c’è loro live senza la frase di rito “Siamo i Fast Animals and Slow Kids e veniamo da Perugia” – la location d’eccezione, sulla cima di un monte e con intorno nient’altro che altre montagne ed il cielo limpido, ha reso il tutto davvero molto suggestivo e commovente.
In questo tour acustico, Dammi più Tempo, i Fask hanno voluto ripercorrere i loro 10 anni di carriera come band, e nel narrare tutte le loro vicende più significative si percepiva l’emozione e la voce spezzata di Aimone: delle lacrime di gioia, nel rivedere il percorso di quattro amici che ce l’hanno fatta, che sono riusciti a fare della loro passione il centro delle proprie vite.
Ora che l’estate sta per finire ed il loro nuovo album È già Domani è in uscita a breve, abbiamo voluto riportare dentro di noi un po’ di quel brio che si prova prima dei live, così da poter continuare a sentire la bella stagione interiore.
Ciao! Come state? Come sta andando il tour?
Aimone: Beh il tour sta andando molto bene, è veramente una roba soddisfacente perché pensavamo che sarebbe stato più tosto, vista anche la paura delle persone e in generale quest’abbondanza di concerti che è venuta fuori durante quest’estate, visto che giustamente tutti gli altri musicisti come noi laddove possibile sono usciti in tour. E invece la risposta è stata massiva, sia in termini di vendita di biglietti, che poi è relativo, ma più che altro anche la risposta e la partecipazione da parte del pubblico. Che poi è un concerto in acustico, quindi non sapevamo a cosa saremmo andati incontro, non sapevamo come avrebbero reagito, invece devo dire che il risultato è stato esattamente come ce l’avevamo in testa, e questo è già un passaggio bello.
“Siamo i Fast Animals and Slow Kids e veniamo da Perugia”, vostra frase di rito. Ma qual è il vostro rapporto con la vostra terra?
Aimone: Devo dire che siamo veramente una band radicata.
Alessandro: Si, Perugia è la nostra “roccaforte”, perché è un posto che ci ha permesso di rimanere ancorati alla nostra idea di fare musica; nel senso che è un posto un po’ “isolato” dalle grandi città, dai luoghi dove c’è un po’ più di giro come Roma e Milano. Perugia invece è abbastanza circoscritta, un porto sicuro, e questo ha fatto sì che rimanessimo sempre fedeli alla nostra idea di base che era quella di fare musica tra amici.
Aimone: Beh poi certamente la musica si sviluppa anche nel resto d’Italia. Sicuramente Perugia arriva fino a un certo tot, dopodiché devi un po’ muoverti, ma in ogni caso sul registrare pezzi o fin dove riusciamo facciamo tutto nella nostra città, e in generale siamo attaccati all’Umbria come terra. Ci piace girarla, ci piacciono le nostre colline, ed il concerto di oggi ne è un esempio. Ci da piacere riuscire a far conoscere tramite la nostra musica un posto che in realtà è fuori dalle rotte più comuni del turismo in Italia. Quindi forse sono queste due robe insieme: da una parte il sentirci protetti, e dall’altra sentirci in parte anche un po’ anche rappresentativi di questo territorio ci fa legare particolarmente e ci fa sentire molto orgogliosi di poter dire di essere una band umbra, che va in giro con dei tour a livello nazionale con numeri importanti. È una roba che nei nostri dintorni non c’era mai stata, ed è anche bello poterlo dire per primi.

Visti dall’esterno non date la classica idea della rock band, sembrate appunto un gruppo di amici che fanno ciò che li appassiona di più, rimanendo comunque umili. Nonostante siate quindi sulla scena da un bel po’ di anni, questa vostra caratteristica vi ha aiutato nel processo di affermazione e crescita come band?
Aimone: Questa è una domanda da mille punti, nel senso: di sicuro ci ha aiutato ad essere una band, perché essere appunto degli amici che suonano insieme credo sia l’unico ingrediente essenziale affinché le cose vadano avanti, nel senso che soprattutto nel discorso di band agisce uno slancio democratico dove bisogna prendere decisioni, quindi non avere delle persone a cui vuoi bene o con le quali ti relazioni bene nella propria band è già un disastro. Quindi da questo punto di vista sicuramente ci ha aiutato a fare il nostro percorso, poi non so se da fuori questo abbia contribuito ad un po’ del nostro successo, se così si può definire. Non saprei dirtelo. Di sicuro questo era l’unico modo in cui noi potevamo andare avanti e fare musica. Quindi siamo andati dritti per la nostra strada senza chiederci troppo cos’è che funzionava e cosa no. Ci siamo messi in una sala prove e da lì non siamo più usciti per 10 anni.
Alessio: Naturalità proprio.
Come riuscite a conciliare la band con la vostra vita privata?
Aimone: Male (ride).
Jacopo: Sicuramente avere una band non ti permette di avere una vita privata “normale” quantomeno, però fa parte del gioco, e lo accetti perché ami tutto il resto. Quindi ad esempio non puoi pianificare una vacanza molto spesso, non puoi fare dei piani a lungo termine, perciò il concetto di vita privata classico che abbiamo un po’ tutti non c’è. Lavorare con una band non ti da neanche un’ampia visione sul tuo futuro, cioè è sempre molto corto l’orizzonte. A volte ci sentiamo tipo dei medici che hanno sempre il cercapersone a fianco.
Aimone: In generale si concilia male, perché siamo sempre in giro. Poi c’è anche il fatto che la musica non sai come andrà, ogni disco è una scommessa, magari il disco successivo fallisce miseramente e a quel punto tu non hai più un lavoro. Quindi è tutto molto aleatorio. Ma dall’altra parte c’è di fondo la piena coscienza del fatto che se non facessimo questo saremmo persone infelici, e questo è molto peggio per un rapporto, e tutte le persone che stanno con noi lo sanno. Quindi questa è un po’ la base: meglio avere accanto una persona che è realmente e pienamente soddisfatta di quello che sta facendo, che è felice e serena con sé stessa e che porta avanti la propria passione, che avere davanti una persona che ha rinunciato a tutto per mantenere un rapporto, e poi quel rapporto si sfalda per dolori interni. Quindi semplicemente premiamo quella che è la nostra vocazione, andiamo avanti e chiediamo un po’ di pazienza alle persone che stanno con noi, che fortunatamente sono molto pazienti.
In una vostra recente intervista avete affermato che “In Italia chiunque faccia musica si ritrova continuamente a pensare di aver sbagliato tutto o a voler mollare”. Da “addetta ai lavori”, mi ritrovo anch’io moltissimo con questa affermazione quindi vi chiedo: qual è stato il fatto, momento, scintilla che è scattata in cui avete capito che non avreste mollato, che questo era il vostro momento?
Aimone: In realtà è una scintilla che torna ogni 2-3 settimane. Non è che succede una volta, succede a turno ad ognuno di noi, nel senso che anche quando le cose vanno benissimo c’è sempre una difficoltà, un qualcosa che ti fa pensare “ed ora come la affrontiamo questa roba qua?”. Il concetto è che la musica vive di scintille continue. Noi ogni tot di tempo riprendiamo dal retro-cranio quella sensazione di libertà che avevamo avuto durante le prime note nelle prime sale prove tranquille, e la rimettiamo sul piatto. E se ancora ad oggi quella cosa lì pesa più di tutto il resto, andiamo avanti. Quando capitano questi momenti ci voltiamo indietro, guardiamo le nostre vite, facciamo un bilancio di quello che ci ha dato la musica e di quello che ci potrebbe continuare a dare nonostante le avversità. E fino a quando questa roba qui pesa più della tua “stanchezza” e della tua visione pessimistica del futuro, fino a quando tutto questo pesa di più, vai avanti.

La vostra arte è spesso correlata ad elementi grafici, visivi, che siano gli artwork-disegni dei vostri ultimi due singoli, ma anche l’ironico artwork di Cavalli, passando per la graphic novel Come Reagire al Presente. Com’è nata l’idea di quest’ultima? E quanto c’è di visual nella vostra musica?
Aimone: Intanto secondo me è il concetto stesso di musica che si porta dietro anche una dimensione più visiva o viceversa, nel senso che sono molto insieme le due cose: quando si parla di arte molto spesso le arti si mescolano, ed è abbastanza normale, è come quando vedi un film e ti appassioni alla colonna sonora, non è che le due cose sono slegate, l’insieme crea questo immaginario, e in termini ultimi poi l’emozione si prova nella fruizione di un contenuto artistico. Quindi credo che le cose siano un po’ tutte quante insieme: di pari passo con la nostra musica si muove anche il nostro interesse verso altre cose, quindi cerchiamo di accomunarle e di metterle insieme.
Nel caso specifico poi della graphic novel è stato un pochino diverso, perché lì si sono uniti dei mondi e dei momenti, perché ne stavamo già parlando da prima della pandemia, poi è arrivato il primo lockdown, abbiamo chiacchierato di questa cosa ed abbiamo pensato: ok allora questo è il momento, facciamo questa roba che è comunque fuori dagli standard, non prevede necessariamente l’uscita di musica, quindi non dobbiamo andare a confrontarci con questo periodo un po’ complesso anche emotivamente, ma possiamo comunque raccontare la nostra storia. E quindi c’è stato un po’ un passepartout per riaccendere la voglia di uscire, di fare, di girare. Con l’uscita di quella graphic novel abbiamo fatto una serie di piccole presentazioni con 30 – 50 persone davanti, dove dopo un anno di lockdown e di paura abbiamo rincontrato qualcuno. Quindi sotto questo punto di vista post primo periodo terribile è stata più l’arte visuale che ci ha portato a rincontrare persone.
Quando poi in generale si suona da tanto tempo c’è sempre qualcuno che propone la grande idea di fare un libro, di raccontare la propria storia. Noi però l’abbiamo sempre vista come una cosa un po’ tricky, cioè raccontare la tua storia in maniera romanzata all’interno di un libro la vediamo un po’ complessa perché ci sembra quasi di mettere un punto. Ce ne sarebbero tantissime di storie da raccontare ovviamente in 10 anni e passa di musica, però ci sembra quasi un po’ troppo alta come forma. Invece la forma del fumetto, la graphic novel, ci ha permesso di comunicare le stesse sensazioni e le stesse idee che avremmo comunicato con un libro, però in una forma molto più veloce, molto più rapida da consultare, e anche più leggero.
Alessandro: Un libro, un romanzo, è molto più finale come roba. Io mi immagino un libro sulla storia dei Fask quando si scioglieranno. Invece un fumetto è più una roba sul vivo.
Nonostante l’anno scorso avevate deciso di non suonare con queste modalità, in un modo o nell’altro abbiamo dovuto accettare questa condizione e questa diversa tipologia di fruizione della musica dal vivo. Cosa vi ha spinto a cambiare idea?
E visto che anche in passato avete avuto un importante riscontro da parte del pubblico nei concerti in acustico – ad esempio il live in piazza maggiore a Bologna a settembre 2019 – pensate di portare avanti questo format anche quando la situazione tornerà alla normalità?
Aimone: In realtà non ci siamo mai schierati come contrari a questa cosa qua.
Alessandro: L’anno scorso non eravamo forse mentalmente pronti.
Jacopo: In realtà ora il pensiero è lo stesso dell’anno scorso, non ci sentivamo carichi di suonare nella forma classica di un concerto dei Fask con un pubblico seduto davanti, che poi è stato proprio quello che ci ha portato a fare un concerto diverso.
Aimone: Siamo ancora della stessa opinione, o perlomeno io esattamente come l’anno scorso penso che suonare un concerto dei Fask come è stato negli ultimi 10 anni, cioè un concerto con gli amplificatori accesi, con la batteria che risuona in un certo modo, con determinati suoni e con una certa pacca sonora – noi comunque suoniamo rock & roll – con la gente seduta davanti al posto di avere quella risposta di un pubblico unito, che insieme canta, con quella sensazione di partecipazione collettiva… Quella roba lì non c’è, non esiste, non si può ricreare in questo momento, e quindi tutt’ora la vedo come un’opzione sbagliata per il periodo storico che stiamo vivendo.
Proprio per questo abbiamo sviluppato una forma totalmente differente di concerto, cioè quello che portiamo adesso è un qualcosa di diverso da quello che fanno storicamente i Fask. Quello che portiamo adesso è un concerto in acustico, dove lo spazio è dato soprattutto al racconto, da una parte c’è quasi una cronistoria di tutti i periodi della band, e dall’altra viene dato un grande spazio alle parole: il testo e la voce si sente molto bene, quindi manteniamo anche un mix che è tanto diverso dal live, in cui magari preferiamo la pacca, la carica, il fuoco che esce dalle casse. Quindi tutt’ora io sono dell’opinione che in una condizione come questa, con queste normative, e in questa situazione pandemica in atto bisogna mantenere necessariamente le distanze, e mantenendo le distanze non si può ricreare quella sensazione sottopalco che necessita il rock & roll.
Jacopo: Il live a piazza maggiore a Bologna è stato di vitale importanza per darci l’idea di sviluppare questa cosa qui. Noi erano anni che facevamo dei live in acustico, tipo quello di Bologna. Quello lì è stato incredibile, bellissimo. Abbiamo quindi sempre suonato dei pezzi in acustico, però mai ben strutturati come in questo tour.
Aimone: Un conto è arrangiare un pezzo, un conto è risuonicchiarlo in acustico. Ti capita spesso magari per una presentazione di fare qualche pezzo chitarra e voce, o banalmente succede quando le scrivi, le canzoni nascono così. Però dare un senso artistico completo di produzione a tutto il tour è proprio un lavoro di arrangiamento differente. Quindi quel concerto lì ci ha dato proprio lo step ed il clic per farci capire: ah, ma quindi se ci impegniamo questa roba qua è importante tanto quanto quell’altra, nel senso che da uno spaccato differente della band ma comunica allo stesso modo! E quindi da quello slancio lì abbiamo detto: ok, noi questa cosa possiamo farla, e così ci siamo chiusi in sala prove. Abbiamo provato tanto per questo tour, perché è molto diverso da quello che facevamo precedentemente, ma il risultato è stato esattamente quello che avevamo in testa.
Jacopo: Anzi, più va avanti e più sono contento di questa scelta.
Aimone: Assolutamente, anche perché non è una scelta che lascia strascichi tristi. Mi immagino se avessimo fatto gli stessi palchi che abbiamo fatto quest’anno, che erano palchi comunque grandi, con tanta gente, migliaia di persone davanti distanziate, ma in elettrico, probabilmente avremmo lasciato un’idea sbagliata di quello che siamo.
Jacopo: È proprio un’altra roba, un altro piano di valutazione.
Aimone: È prendere la band da un altro lato e capire se ti piace anche quello. E in generale anche concentrarsi un pochino di più sulle parole, che comunque è un aspetto a cui teniamo.

Per questo tour Dammi più Tempo avete deciso di ripercorrere i vostri album all’attivo fino ad oggi con degli emozionanti video racconti, correlati ad un live-video acustico, in cui svelate alcuni aneddoti relativi all’album in questione.
Che emozioni avete provato nel rivedere tutta la strada che avete fatto finora?
Aimone: Ripercorrendo la nostra storia proviamo un vago sentore di nostalgia-felicità nel rivedere com’è andata, nel senso che da una parte ripensi a quelle prime date, quel modo caciarone con cui abbiamo iniziato, la spontaneità con cui all’inizio facevamo certe cose che ormai adesso sono diventate pane quotidiano, e le facciamo con tutt’altra coscienza e tutt’altra predisposizione mentale. Abbiamo fatto un sacco di chiacchiere per il documentario, ci siamo messi lì, a parlare, ci facevamo determinate domande come se fossero delle sedute d’analisi, scavi nella mente. Quindi magari c’è un aspetto che ci riporta indietro e ci emoziona in quel senso, però c’è anche l’evidenza che dopo 10 anni siamo ancora qui a fare i musicisti, e i Fask crescono sempre di più, ci sono sempre più persone che li ascoltano, va sempre meglio… è un percorso bello. Siamo in una fase in cui guardando indietro vediamo sempre e solo crescita. E questo speriamo che accada per sempre, ma non è sempre così no? Nella storia delle band è normale ad un certo punto cadere, invece devo dire che noi abbiamo fatto proprio un bel percorso, anche come persone ed amici.
Quali sono le vostre aspettative ed emozioni riguardo il live in questa location d’eccezione ad alta quota, che per voi comunque è casa?
Aimone: Banalmente è il live di casa tua: il live dei parenti, il live nei luoghi e gli spazi che conosci, di fronte a persone che conosci, quindi c’è sempre quell’ansietta di voler fare bella figura di fronte alle persone con cui hai passato la tua giovinezza e tutt’ora adesso ogni tanto passi delle ottime giornate. E quindi niente, c’è quell’ansietta là, in fondo il concerto a casa è quello un po’ più stressante. Poi c’è un altro fattore, è che questo è un concerto particolare perché è su un monte, quindi ci sarà vento a stecca, nelle cuffie hai di tutto, ma soprattutto è di giorno, e questo invece è un live che avevamo pensato completamente di notte, anche le luci avevano un’importanza particolare. Quindi questo è veramente Fask nudi su un monte, e sarà abbastanza divertente vedere come andrà!
Intervista di Paola Paniccia
Foto di Roberto Panucci






























