Articolo di Marzia Picciano | Foto di Andrea Ripamonti
“Voilà” è la parola che Maurizio Carucci, voce e leader degli Ex-Otago, artista a tutto tondo e da ultimo scrittore, mi ripete più spesso quando lo raggiungiamo nella sua Cascina Barbàn, sugli Appennini a ridosso della Liguria. La dice spesso anche Martina, la sua compagna, mentre si muove veloce tra le varie strutture che costituiscono di fatto la loro casa. Non mi colpirebbe così profondamente se non pensassi, lassù dove ci trovavamo, un’ora e mezzo da Milano, immersi in una luce frontale perfetta come il gelo delle prime nevi che hanno raggiunto le vette appennine del collettivo della Cascina, che un intercalare così agile, leggero e gioioso stesse proprio bene con una vita, quella di Maurizio e di tutto il collettivo che ruota intorno alla Cascina, che in realtà di agile non ha proprio niente – ma di gioioso probabilmente tutto. Anche se particolarmente freddo.
Il Giarolo è bianco, quindi c’è freddo in tutta la valle, dice Maurizio. Ma non è facile identificare gli umori di questa terra specifica.
“L’Appennino è un posto di mezzo. Se fossimo andati, che ne so, a Courmayeur, ci saremmo vestiti da montagna. Invece andiamo in Appennino, come ci vestiamo?”

Arriviamo a Cascina Barbàn nella tarda mattinata per parlare con Maurizio della sua ultima fatica: il tour di promozione di Non Esiste Un Posto Al Mondo, spettacolo che coniuga i contenuti del suo primo romanzo con quelli della sua musica, degli Otaghi e quindi del suo disco solista, Respiro (2022). Quando ci incontriamo, siamo arrivati quasi alla fine del tour: le ultime date di Parma e Torino erano praticamente sold out, eppure ci dice come sia stata, di fatto, una pazzia pensare di fare qualcosa del genere.
Alla fine di questa conversazione, che si protrae in un pranzo e caffè e parecchie coccole a quei cagnoloni immensi che sono Grigio e Castagno, quello che otteniamo è un ritratto estremamente veritiero di una persona, di un’idea o qualcosa che, in fondo, non mi aspettavo di trovare. Seguo il lavoro di Maurizio e della sua band praticamente da quando ancora davo esami a Roma, mi presentavo al Circolo degli Artisti per Mezze Stagioni (uno dei miei dischi preferiti in assoluto) e, come tantissime persone, tutt’ora vivo una sorta di fascinazione per quest’anima gentile e attenta.
Eppure, non avevo mai colto cosa ci fosse dietro la sua bio essenziale incontrata su qualche palinsesto: cantautore, agricoltore e viaggiatore breve. Ecco la scoperta più eclatante: è possibile essere insieme tre cose, rimanendo non tanto credibile, quanto autentico, e questo implica delle scelte ben precise.
Si parte sempre dalla (propria) terra lontana
Per comprendere meglio quello che ha fatto Carucci con Non Esiste Un Posto Al Mondo e lo spettacolo che ne è seguito bisogna iniziare dalla terra, quella di casa. Terra che, per quanto vicina, attua una continua tensione tra distanza e lontananza con chi la abita. E questo tendere ne è anche il motore.
Cascina Barbàn esiste dal 2019, opera come un collettivo strutturato in più nuclei, anche a due km di distanza l’uno dall’altro, che convergono per specifici progetti. Non ha funzioni esplicitamente turistiche nè aspira ad essere un luogo di pellegrinaggio, per quanto Maurizio e Martina ricevano visite, spesso non programmate, costanti e anche un pelo invadenti con la sorpresa di chi arriva e scopre che quella è una casa vera, con stufa e alimentazione del riscaldamento a legna (quindi, cari lettori: se proprio volete andare, scrivete con largo anticipo).
Tutto il territorio è circondato da conglomerati marroni sporgenti e scavati, di cui, ci dicono, pochi davvero apprezzano la bellezza e trovano il motivo di rimanere lassù in Val Borbera. Così come di coltivare la terra, lavorare alle vigne in estinzione di Muetto fino alla tredicesima vendemmia (per quanto il vino non è la fine del progetto, ma quella di vivere una vita a contatto con la natura, sperimentare un’alternativa), di svegliarsi alle tre o quattro di notte ogni giorno per fare i mercati in città a Genova, come per un po’ hanno tentato. O di cercare l’asina Nina che si lancia sulla tangenziale alla ricerca dell’ultima erba.
È un esercizio specifico, e anche un pò doloroso, quello di amare e rimanere sugli Appennini.
“Siamo in una borgata abbandonata negli anni ’80” Dice Maurizio. “Questi (le strutture della cascina ndr) erano dei ruderi in pietra cascati, abbandonati, negli anni ’80, a seguito del famosissimo esodo culturale di cui si parlava per le Alpi, ma anche qui. In questo specifico caso, è a causa di un suicidio, di un contadino e violinista, di cui ho scritto la canzone La ballata di Mentino. Questi posti sono, come dire, permeati da una cultura, un retaggio cattolico, quindi figuriamoci se riuscivano ad accettare una cosa del genere. Io e la Marti in realtà abbiamo subito pensato a questa persona avesse in qualche modo offerto la sua vita a questo posto.”

L’interesse antropologico e una sorta di empatia prevalgono immediatamente. “Siamo stati subito catturati, abbiamo percepito questa cosa anche se vuoi un pò mistica. Non solo non ci ha dato fastidio, quasi c’ha quasi incoraggiato.”
Alla fine oggi sono in sei, con i soci e i loro bambini. Poi bisogna aggiungere il via vai di “gente che entra e che esce, che ci aiuta, magari durante una parte dell’anno. Gente che è arrivata e se n’è anche andata”, magari non per sua volontà, oltre all’asina e al mezzo tiro francese, e a quella “selvatichezza che morde”, vuoi che sia un lupo, o la volpe dietro le anatre, insomma. Mettere tutto su non è certo stato facile.
C’è voluta una buona dose di coraggio e di incoscienza sottolinea Maurizio; soldi “manco per sbaglio, perché venivamo dai quartieri popolari, più che prendere soldi ne davo per pagare le salette per tutte le tastiere che spaccavano ogni concerto. Però Banca Etica ci ha creduto e dato i primi soldi per partire.”
Mentre nelle nostre calde case cittadine pensiamo a quale artista può sconvolgere la nostra vita almeno per una settimana (per lui oggi sono i Men I Trust, al primo posto dei suoi ascolti), a Cascina Barbàn sembra che si realizzi la magia della favola silvestre della famiglia dissidente cilena della Moffat in Mambo: ma qui non c’è nessuna guerra o repressione a parte una bandiera palestinese che sventola libera, almeno su queste cime, semplicemente cadono tutte le lenti con cui ci siamo abituati a guardare e quindi a credere di vivere la realtà.
Senza rancori o alcun tipo di morale da farci, Maurizio ha condensato nel luogo che ha deputato alla sua quotidianità il suo essere più concreto: è un artista e non deve inventarsi niente per farlo.
“Sai, non è una vita semplicissima. Però, per alcuni aspetti, è quasi facilitatrice. Quando impari a vivere da queste parti, poi, sembra difficile tornare indietro. Hai una qualità della vita molto alta, hai grande libertà, hai un cibo sempre pronto e buono. Hai il silenzio e buio, tutto lo spazio per costruire una canzone, un disco, un libro. Sono cose preziose. Poi l’Appennino sembra essere sempre di più un posto politico, quasi, in qualche modo antimoderno. Diciamo che la modernità può essere anche risignificata, ed è quello che stiamo cercando di fare noi: meno incentrata sempre e solamente unicamente sui territori urbani, più realtà decentrata. Come se di modernità ce ne fossero tante.”
Non dev’essere, d’altro canto, nemmeno semplice immaginare una vita in un locus cosi ameno (quattordici anni, venti in totale per Carucci se si considera il periodo in Val Scrivia) quando nel mondo della musica si va verso la centralizzazione delle città.

“Penso che ne abbiamo pagato un caro prezzo rispetto a questa cosa da una parte. Però loro (gli Otaghi ndr) godono anche di una certa partigianità, o chiarezza, come vogliamo dirla: sono sempre stati di e a Genova, fedeli alle loro città. Fa parte del prezzo, perché poi Genova è una città che ti offre molte meno occasioni rispetto a Milano, però dischi come Marassi, certe canzoni, potevano arrivare soltanto da gente che vive il territorio. Tutto sommato anche restare a Genova è una scelta.”
Non si tratta di vendetta o marginalizzare la città, ma di dire che un’altra via esiste. E quindi entriamo in casa.
Essere cantante, scrittore, o uno stregone
C’è un’autenticità disarmante qui, che mette soggezione, che si tira come un filo neanche troppo invisibile tra campanaccio di Nina, il piano acustico e la panca fronte parete finestra e la domanda di come passare un pomeriggio senza lavori, i libri che Maurizio sta assimilando, ognuno per spazi: Come Pensano Le Foreste e Buonanotte, Signor Lenin! per la sala comune con il grande tavolo sociale, Il Libro delle Odi per il letto e l’opera di “un tizio che ha scritto un libro su come costruire la casa del bosco” per il bagno. C’è un tempietto votivo a ridosso della tastiera con un disegno di un artista di Genova sembrano quasi indicare l’entrata del processo creativo che per il nostro, amante del mare e della consapevolezza di esserne a un’ora sola di distanza, è un’onda che unisce prosa, canzoni, parole.
Quello dell’ultimo tour è un esempio lampante. Ma è a sua detta anche la fine di un capitolo, come lo è stato per Respiro, primo e unico ad oggi album solista: un momento di cambio e crescita radicale, un’esperienza più che altro medica. “Mi è servita molto, se non altro anche per farmi tornare un pò di equilibrio e consapevoleza rispetto al posto nella vita dove mi trovavo. E ci ho messo tanto impegno, tanto cuore, tanta passione. Però è un disco che è proprio figlio di un momento nefasto della mia vita. Anche rimaneggiarlo mi pesa.” Fauno rimane comunque uno dei pezzi che ama proporre live.
Lanciare un tour dopo un anno e un mese l’uscita del libro, ci dice, è un’idea che non seguirà più. “Come lanciare un tour, a pagamento, dopo che il libro ha fatto cento tra presentazioni, festival e spettacoli? Quelli che vengono” ironizza “sono proprio quelli che non dico mi adorano, mi venerano.” In realtà è sopreso dai risultati della sua prima esperienza alla scrittura con un libro che, dice, non ammicca per niente. E, aggiunge, nonstante le critiche di alcuni appassionati fan sulla struttura del testo, diviso nettamente in una parte più autobiografica e quindi nel racconto del viaggio, a piedi, fino a Milano.

“È un memoir di ricordi che in qualche modo mi hanno permesso di capire perché poi sono partito. La mia intenzione era proprio mentre il focus sul viaggio, però sappiamo che poi le parti biografiche sono sempre quelle che interessano di più. È un libro che in poche pagine racchiude tanti temi, e scorre molto, o corro, anche se non volevo che corresse.”
Ma succedono tante cose quando scrivi. Quando lanci libro, dice, non è esattamente come quando lanci un disco. Forse essere editore o producer è più simile, possono fare la gloria di un’opera come Cattedrale di Carver, pensa Maurizio, anche in base a cosa si aspettano da te. Forse il suo editore si aspettava il Carucci più pop, ma effettivamente è uscita l’anima più punk, anche fantozziana, che poi è quella degli Otaghi.
In ogni caso, quando scrivi un libro, non è come scrivere una canzone.
“A me viene più facile scrivere canzoni. Lo faccio da 25 anni, ho cominciato così. È più semplice per alcuni aspetti, molto più difficile per altri. Quando scrivo libri mi limito, tra virgolette, a narrare di vicende vissute per poi trattare alcuni temi che mi stanno a cuore. La canzone chiede di avere a che fare anche una parte di te, dell’universo, che non conosci bene. Devi essere anche un po’ stregone, devi dare quasi del tu ad energie misteriose. Bisogna capire quando sevre una parola piuttosto che un’altra, o un suono, oppure capire quando la canzone ha bisogno di una pausa, di fermarsi, di andare più veloce… Sono cose che sono in gran parte irrazionali, quindi non le si maneggia con facilità.”
Da dove ci parla, dove siamo ora noi, l’onda creativa di Maurizio è saggia e rivoluzionaria, e ha voglia di nuovo. Alla fine è quello che ha fatto sempre, insieme alla band: cercare una prospettiva diversa, attingendo a dove poteva, come poteva, ai maestri che tutti hanno, più o meno in vita. Non rimanere sempre sul conosciuto, che dice è invece il pattern che vede in tanti nuovi artisti.
“Se tu guardi oggi tutti i cantautori oggi di successo a Genova, idolatrano quella scena lì classica e certo, credo francamente, per facilità: con De Andrè non puoi sbagliare. Noi abbiamo sempre rispettato moltissimo ovviamente queste colonne, però abbiamo anche avuto la necessità di dire: bisogna anche andare un pò avanti, e gioire della complessità. Genova non è soltanto un centro storico, che anche Marassi, Cornigliano, etc. Ci voleva e ci vuole ancora qualcuno che porti questo fardello.”

Con Marassi lo ha fatto, e lo sforzo della band è stato premiato. Ma per arrivare a questa visione bisogna fare un ulteriore sforzo. E Maurizio ha cominciato l’altro ieri a scrivere un libro nuovo, dopo un anno.
Viaggiare attra-verso se è il tragitto più lungo
Non Esiste Un Posto Al Mondo è la storia di un viaggio piccolo e lunghissimo, fatto da Maurizio e Martina per raggiungere Milano, a piedi. In realtà ne hanno fatti parecchi, nel periodo degli anni che va da settembre a marzo. Da Torino a Milano a Piacenza, a Genova, e a Taranto, in bici, durante la pandemia.
“Trovo il camminare un’attività estremamente nutriente, e uno strumento di approfondimento personale estremamente potente. Ma in realtà, quello che mi ha ammaliato e affascinato negli ultimi anni, è proprio il tema del viaggio, cioè di questo spazio, di questo tempo, che non si trovano nella quotidianità. E quindi viaggiare mi serve anche a guardare le cose che faccio da un altro punto di vista, uscire e tornare”.
Per capire meglio come tutto sia legato al viaggio, bisogna anche tornare ai sentimenti per la terra. “Sono un grande estimatore dell’alternanza, e Genova, la Liguria tutta è alternanza. È una regione che tiene insieme geografia. Nel partire e nel tornare ho trovato un buon posto per riflettere e approfondire i temi che mi interessano.”
Attraverso gli Appennini, Maurizio in bici ha “ritrovato” a Taranto suo padre, ed è questo quello di cui parlerà nel suo nuovo libro – e dopo questo, nessun altro spoiler. Quella di partire era un’esigenza nata in un momento di eventi significativi, tra cui la morte di un caro amico che si era unito alla Cascina per la vigna e la creatività, il cantautore piemontese Nebbiolo, nome d’arte di Gwydion Destefanis.
Era un viaggio anche al limite dell’assurdo: non si poteva uscire di casa durante il lockdown, e chi lo faceva era vittima della miseria umana, dice, ma chi andava in bici era senza categoria di attività: era completamente, totalmente invisibile agli occhi altrui. È lì che ha cominciato a sperimentare il viaggio attraverso territori corti. Una forma anche di protesta verso questa smania di gigantismo che ci prevale e ci attraversa in ogni ambito.

“Penso a Elon Musk che parla di addirittura di galassie, di pianeti… neanche parla più di un pianeta. Parla di scoprire, di portare vita, di colonizzare, fondamentalmente, altre galassie, perché il pianeta Terra quasi neanche più gli basta. Penso anche a questo modo di viaggiare contemporaneo, in cui bisogna sempre andare lontanissimi, sempre con qualche mezzo velocissimo, sempre in aereo, il mezzo più inquinante che abbiamo.”
Ha scoperto, anche grazie a questi viaggi, che effettivamente lo spazio è relativo. “Puoi fare viaggi incredibili, la Via della Seta in ginocchio, ma magari scoprire delle cose molto importanti per te su un regionale tra Pescara e Fano”.
Quello che sta provando a fare è di infilarsi un pò nelle pieghe del viaggio, e della narrazione del viaggio. “Ho avuto chiaramente grandi tradizioni, grandi maestri, alcuni di vita, alcuni meno, alcuni no. Terzani non è certo più in vita, però Paolo Rumiz, per esempio, lo è. Insomma, ci sono anche dei viaggiatori contemporanei, devo dire pochissimi, che compiono i viaggi, comunque, dove l’arrivo è importante fino a un certo punto, e dove si investe di più nel tragitto che nell’arrivo. Nei viaggi moderni non esiste più il tragitto.”
Invece Maurizio Carucci cerca costantemente il percorso. Ecco cosa fa un cantautore, agricoltore e viaggiatore breve: viaggia in se, scopre di che terra è fatto. Anche quando fa più male.
Non so cosa pensi la maggior parte delle persone quando ha o pensa di trovarsi dinanzi un artista, io so di averne avuto di fronte uno della stessa sostanza di quelle terre, serpentinite, calcare, arenaria, gabbro e diaspro che mi parlava con la leggerezza di un voilà. “Però è anche questo, credo, il bello dell’arte. Che comunque è un qualcosa che attraversa chi lo fa e lascia segni forti. Io penso che sia il migliore dei casi per quanto mi riguarda.”
Non a caso una canzone che gli torna spesso in mente ultimamente è La Nostra Pelle. Ricorda di essere rimasto solo a dormire nello studio di registrazione per seguire l’ispirazione e finirla. E ancora oggi gli arrivano messaggi di chi se la tatua addosso. Non serve arrivare sulla luna per rimanere per sempre nella mente di chi ascolta. Basta avere il coraggio di scavarsi dentro.

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