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Intervista ad ALOSI: viaggi, confini e libertà nel nuovo singolo “Vagabundo”

Alosi - foto di Silvia Piva
Alosi - foto di Silvia Piva

Con “Vagabundo”, il suo nuovo singolo, Alosi continua il percorso musicale iniziato con Dal Tramonto all’Alba (Uomini in Nero) e porta l’ascoltatore in un viaggio sonoro che attraversa confini e culture.

Un brano che unisce ritmo, libertà e contaminazioni latine, raccontando l’anima errante di un artista che non smette mai di esplorare.

Abbiamo chiesto ad Alosi di raccontarci la nascita di Vagabundo, il suo rapporto con la Sicilia, le collaborazioni internazionali e l’evoluzione del suo percorso artistico.

Vagabundo” è un brano che unisce Palermo, LAvana e Tijuana: come nasce questa idea di contaminazione geografica e sonora?

L’idea è nata in maniera molto spontanea, quasi viscerale. Cercavo un suono che raccontasse la mia inquietudine e il mio desiderio di viaggiare, non solo fisicamente ma anche attraverso la musica. Palermo è il punto di partenza, la mia radice. L’Avana e Tijuana sono luoghi simbolici, quasi immaginari, che rappresentano libertà, passione, frontiere da attraversare. La contaminazione non è forzata: è una conseguenza naturale del mio modo di ascoltare, di vivere e di scrivere.

Hai collaborato con musicisti sudamericani e con Paolo Baldini: come si è sviluppato il lavoro in studio e cosa ti ha colpito di più di questo incontro musicale?

Lavorare con musicisti sudamericani ha aggiunto una profondità ritmica e culturale che cercavo da tempo. Paolo Baldini è stato fondamentale: ha saputo trovare il giusto equilibrio tra le mie idee e le suggestioni che arrivavano dal mondo latino. In studio c’è stato un dialogo vero, non solo tecnico ma emotivo. Quello che mi ha colpito di più è stata la loro capacità di suonare con l’anima, di far parlare ogni strumento come se fosse un’estensione del corpo.

Dopo Dal Tramonto allAlba (Uomini in Nero)” e ora Vagabundo”, possiamo aspettarci un album che raccolga questi brani? Hai già una direzione precisa per il futuro?

Sì, sto lavorando a un nuovo album. Questi singoli sono tasselli di un puzzle più ampio, un diario di viaggio sonoro. La direzione è chiara: voglio esplorare mondi diversi ma sempre mantenendo un’identità forte, personale. Sarà un disco pieno di contaminazioni, ma coerente nel suo spirito.

Hai alle spalle una lunga storia con Il Pan del Diavolo: quanto la tua esperienza in quel progetto influenza ancora oggi il tuo modo di scrivere e produrre?

Molto. Il Pan del Diavolo è stata una scuola intensa, fatta di palco, chilometri e istinto. Oggi ho altri strumenti e un’altra visione, ma l’energia grezza, la voglia di sorprendere e di non accontentarmi mai vengono da lì. È un fuoco che continua ad ardere sotto la cenere.

Alosi – foto di Silvia Piva

Ti sei formato con figure iconiche come Steve Albini e Tommaso Colliva. Cosa hai portato di queste esperienze nel tuo modo di fare musica oggi?

Da Steve Albini ho imparato il rispetto per il suono, l’importanza del “vero”, del non alterare troppo la natura di ciò che si registra. Tommaso Colliva, invece, mi ha insegnato l’arte del dettaglio, la cura del suono come costruzione di paesaggi emotivi. Oggi cerco di unire queste due filosofie: spontaneità e precisione.

Che ruolo ha la Sicilia nel tuo immaginario artistico, ora che la tua musica abbraccia suoni e mondi così diversi?

La Sicilia è il mio punto fermo, anche quando sembra lontana. È nei miei testi, nei miei silenzi, nelle immagini che cerco di evocare. È una terra di contrasti, di luci forti e ombre profonde. Proprio come la mia musica. Anche quando suono ritmi latini o parlo di confini lontani, c’è sempre un frammento di Sicilia dentro ogni nota.

Se dovessi definire con tre parole la tua identità musicale oggi, quali useresti?
Errante, viscerale, sincera.

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