Articolo di Marzia Picciano
Quando intervisto Daniel Plenz de i Selton penso a Sorrentino che mette in bocca a Capuano l’imperativo esistenziale verso il suo io più giovane: quel “non ti disunire” suona perfettamente in linea con quanto il percussionista, batterista e chi ne ha più ne metta della band italo-brasiliana, insomma, mi sta dicendo parlandomi del doppio album Gringo (Vol. 1 e Vol. 2).
Due dischi, usciti praticamente quasi a un anno di distanza, ma di fatto ideati, pensati e registrati (nelle canzoni) praticamente nello stesso momento insieme a un’altra quarantina di pezzi e quindi selezionati sotto lo sguardo attento del loro regista, Ricky – Riccardo – Damian. Segnalo l’importanza di questo sodalizio, che è il deus ex machina di quella che è un’opera di fatto tra le più valide in circolazione quest’anno lato produzione nazionale. Parliamo di un italiano ormai basato a Londra, e vincitore di un Grammy per la produzione di uno dei dischi più di successo internazionale (quel Uptown Funk di Bruno Mars che ci ha ossessionato per anni, altro che hit da manco due mesi di oggi): non che non lo abbiano mai fatto in tutta la loro produzione, ma i tre ragazzi di Porto Alegre avevano l’intenzione dichiarata di fare un lavoro di un certo livello, e posso dire con certezza di esserci riusciti.
Tornando al disunirsi: per i Selton, come mi dice Daniel, è un imperativo categorico quello di non perdere la capacità di vedere non tanto in insieme, ma di non perdere le proprie radici mentre ci si permette di farsi contaminare, mescolare, vedere meglio e di più.
“Abbiamo sempre vissuto la musica come qualcosa di molto collaborativo. Anche il fatto che siamo una band. E’ già una cosa rara, non ce ne sono più o ogni volta sono meno, questo forse è un riflesso anche della nostra società. Siamo sempre più atomizzati, ogni volta si parla di un individuo, del singolo. E per noi la musica ha proprio questo potere, di radunare persone, sia per ascoltare, che per farla insieme. Forse perchè siamo brasiliani cresciuti come succede nel Sud Italia, suonando attorno a un tavolo, o in compagnia. Questo modo molto collaborativo di fare ce la portiamo sempre dietro.”

Gringo Vol. 2 era arrivato il 10 ottobre con la sua copertina rosa (per rimanere in tema di origini: verde, quello di Vol. 1, e rosa sono i colori storici di una delle più importanti scuole di samba di Rio de Janeiro, la storica Mangueira, fondata dal musicista Cartola) a segnare il record del 18esimo disco della band (ma quanto tempo è passato da che la mia amica Benedetta si è presentata per farmi sentire con Piccola Sbronza?) e con una sferzata totale rispetto alla delicatezza, possiamo dire, del Vol. 1, tutto giocato in una dolcezza quasi beatlesiana.
Devo dirlo: sono felice di aver potuto parlare con Daniel qualche tempo dopo la release, così da permettermi di apprezzare e quindi confermare, che l’intro Ventura, seguita da El Sexo con Giulia Mei sia definitamente uno dei modi più fighi per aprire la porta di un disco che è un circo in fast-forward montato con un taglio holliwoodiano che atterra sui ritmi più tipici dei Selton di Tudo Bem.
Nei prossimi giorni sarà possibile ascoltarle dal vivo, a partire dalla dal concreto di Roma del 20 dicembre (per poi tornare a Milano a gennaio con una grande festa, e altre date).
Mentre Gringo Vol. 1 era un disco interamente giocato sul concetto di nostalgia, Vol. 2 è il Mister Hyde, il disco politico, polemico e feroce in cui si sferza su tutti i luoghi comuni odierni, così tanto da non riuscire a riconoscere immediatamente i nostri, ma alla fine, per dirla tutta, meglio così. Ed è anche molto più esplicitamente legato a delle idee e personalità brasiliane (come Raul Seixas). Frutto anche questo del rituale collaborativo?
È qualcosa che si chiedono spesso. Daniel ci dice che tutto questo fare insieme porta alla parola compromesso, parola anch’essa molto politica.
“Non voglio diventare troppo politico, ma nella cultura neoliberista dei tempi d’oggi, c’è sempre questa cosa che diciamo: no compromise, non fare compromessi, non perdere la tua visione, la tua idea. Però dall’altro lato, una visione ‘con compromessi’, ossia che contempla tanti punti di vista, può essere anche più ricca. Può essere anche influenzata da idee diverse che, se guidate bene, alla fine creano qualcosa di molto più complesso, più particolare, più unico, di quello che è solo il punto di vista di una persona. È una linea sottile su cui continuiamo a provare a navigare, costantemente, credendo che il gruppo abbia più forza del singolo.”
Viene da pensare che tutto l’esperimento di Gringo 1 e 2 sia un compromesso.
“La nostra carriera lo è. E adesso non voglio fare troppo il filosofo di turno, ma vivere nella società è un continuo compromesso, no? Altrimenti uno vive da solo e basta. Le scelte che facciamo in società sono quelle necessaria per vivere tutti insieme. Noi tutti abbiamo bisogno l’uno dell’altro. L’essere umano è un essere collettivo, di base.”
Quindi un esercizio necessario. Soprattutto per chi fa musica.
“Riprendiamo il discorso di avere tanti punti di vista diversi. Partiamo dal dire innanzitutto che noi siamo tre. E ognuno di noi tre scrive in lingue diverse e ha background musicali diversi. Quando proviamo della musica insieme, cerchiamo qualcosa che rappresenti tutti e tre, ma che non vada ad annacquare le idee forti che possono arrivare ognuno di noi. In più aggiungiamo il parere del produttore, di altri musicisti con cui scriviamo, che chiamiamo suonare, oppure altri artisti con cui vogliamo condividere la nostra musica, quindi è un continuo, diciamo tra virgolette, compromesso, però positivo. Per citare altri filosofi: dove c’è compromesso, c’è vita.”

La combinazione di tante visioni differenti è decisamente evidente in tutti e due i dischi, sicuramente ancora di più nel secondo. Dice Daniel che effettivamente è qualcosa di strano, se li si guarda assieme.
“Lavoravamo su 60 pezzi, poi siamo arrivati in questi 20,23 e diciamo che quei 10 lì (del Volume 1 ndr) avevano un senso insieme. Quelle canzoni stavano bene tra di loro, era come se avessimo trovato una sorta di racconto tra di loro”.
Ma non era un effetto voluto, è stato il naturale realizzarsi del compromesso.
“In tutta onestà, non è che abbiamo ragionato sul fatto che il primo disco dovesse essere in un modo, e il secondo in un altro. Abbiamo giocato con l’abbinamento dei brani che avevamo, e capito che effettivamente il Volume 2 era un disco di contrasto. Abbiamo semplicemente deciso di mettere in primo piano il contrasto che c’era”.
Ci sono continui contrappunti o contrapposizioni: l’obiettivo era esagerare. Daniel prende ad esempio l’ultimo lavoro dei Turnstile, che passa da pezzi alla Frank Ocean al super-punk. Lo avrebbero fatto anche loro: ed ecco che abbiamo Vado Fuori e Me & My Skate nello stesso disco.
Eppure un comun denominatore, assolutamente non intenzionale dice Daniel, esiste, ed è quello del “brit” che lega Abbey Road del primo disco al Damon Albarn nel secondo, e va dritto all’esordio vero dei Selton, quando a Barcelona iniziavano con i Beatles.
Anche se la vera chiave di volta è in Raul Seixas. Artista frequentemente accomunato a un Dylan brasiliano nei ‘70, di cui i Selton coverizzano Ouro de Tolo con Emma Nolde in Panda 2013 che diventa un po’ la pietra angolare del disco.
Daniel ci spiega quanto è moderno Seixas oggi quando parla del suo oro fasullo.
“Oggi, se uno si mette anche a leggere minimamente un giornale o ascoltare un podcast al mattino, o scrolla su Instagram o che sia, lo pensa subito: è difficile vivere con una narrativa di fine mondo costante. Mentre i miei genitori, probabilmente, sono cresciuti con un’idea di futuro prospero, noi cresciamo con l’idea contraria, che l’idea del passato era meglio di quella del futuro, come dice il libro di Simon Reynolds, no? C’è questa adorazione costante verso il passato, perché il futuro è sempre veramente distopico.”
Una Retromania concreta e anche piuttosto pesante, esatto.
“Quindi siamo andati a scrivere pezzi pensando al futuro, a questa sorta di costante delusione di una speranza che avevo io, che sono generazione millenial, di quelle persone si diceva benedette, speciali, che avrebbero conquistato il mondo per poi rendersi conto che il mondo è un filo più complesso di quello che di quello che gli era stato promesso. E in tutta onestà, il mio e quello della band è un punto di vista di persone privilegiate: siamo tutti e tre di classe media, abbiamo potuto viaggiare, siamo finiti in Italia per un’opportunità di lavoro che ci è stata data mentre facevamo un viaggio… quindi tutto da prendere con le pinze. Abbiamo scelto questo brano di Raul Seixas perchè è in qualche modo il filo conduttore di tutto il disco, di come vivere questa sorta di delusione costante, però da un punto di vista privilegiato, di chi si ritrova con una serie di opportunità fallite e con un futuro distopico davanti.”
E da qui lì viene il nodo in gola che va tutto bene, il bere spritz con la droga di Beati Noi, che vede le voci Baustelle, è il leitmotiv della delusione dalla contemporaneità.

C’è da dire, come sembriamo indicarci mentre parliamo, che Gringo Vol. 2 non è un disco semplice, ed è una benedizione, perchè pochi si prendono il rischio di fare cose diverse o semplicemente complesse. È anche vero che nella sua complessità è stato capito e condiviso da tanti degni rappresentanti della musica indipendente italiana, con cui i Selton lavorano, condividono palchi, manager, booking agency, etc. Con risultati eccezionali nella chimica dei singoli elementi.
Perchè viene da rapporti personali, dice Daniel. Prende ad esempio El Sexo, “un pezzo nato tra me e Raffaele Viscogna (tastierista di MACE), un musicista strepitoso. È uscito da una jam session io e lui e in studio, prima il riff, poi il testo, era qualcosa di molto lontano dai Selton, non avevamo mai fatto niente del genere, e poi c’era questa costante del pezzo che parlava de El Sexo… ci siamo detti: cavoli, siamo tre maschi a parlare di questo, sarebbe bello avere il punto di vista femminile.” E da lì e entrata l’ipotesi di Giulia Mei, che ha funzionato.
Funziona anche l’essere gringo, che per Daniel è riuscire ad avere questo sguardo ‘da straniero’ sulle cose, nonostante siano nella sua routine.
“È un po’ come il compromesso di cui si parlava prima, è sempre più facile dividere che sommare, sicuramente nell’essere un po brasiliano, e un pò italiano, di avere questa identità multipla. Ormai sono 15 anni che siamo in Italia, è diventata una forte parte di chi siamo. Uno può dire che si sente sempre spaesato, ed è così. Quando torniamo in Brasile troviamo la memoria di un posto che ormai non esiste più, ma anche in Italia, dove stiamo creando le nostre radici, sappiamo che c’è un gap culturale fortissimo per noi per qualsiasi cosa che sia successa prima degli anni 2000.”
Ma è anche un punto di vista più ricco e Daniel dice appunto, da gringo, che è poi quello che loro cercano di fare sempre: riuscire ad avere una costante curiosità nell’occhio quando si guarda alla quotidianita.
“Quando abbiamo preso in prestito gli occhiali di Munari per la promozione del Vol. 1, lui ci sembrava una sorta di gringo, un un pò come lo è stato Iannacci a Milano. Nonostante fossero milanesi, riuscivano ad avere sempre questo sguardo acuto,curioso sulle cose, che guardi ogni giorno.
I prossimi live dei Selton per il “Gringo in Tour” sono:
- 20 dicembre 2025 a Roma (Largo Venue – Ingresso gratuito)
- 22 gennaio 2026 a Milano (Alcatraz)
- 24 gennaio 2026 a Molfetta (BA) (Eremo Club)
- 25 gennaio 2026 a Bologna (Locomotiv Club)





























