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Di quel che c’è non manca niente: intervista a FUSARO

Fusaro è un giovane cantautore della provincia torinese. Riservato e introverso come pochi, attraverso la sua musica riesce a comunicare con una forza dirompente. Di quel che c’è non manca niente, il suo disco d’esordio, è la prova di quanto la delicatezza possa essere potente.

Abbiamo intervistato il timido autore, dalle influenze a metà tra il cantautorato italiano degli anni Duemila e il synth e alternative pop dal sapore internazionale.

C’è tanto del migliore cantautorato italiano nella tua musica. Ma anche sonorità dal respiro più internazionale. Quali sono i tuoi principali riferimenti artistici fuori dall’Italia?
Nel periodo in cui stavamo realizzando “Di quel che c’è non manca niente” ascoltavo molto, forse per la prima volta, Bon Iver. Scoperto in colpevole ritardo e recuperato con passione. Sempre nello stesso periodo ascoltavo “Mirror Master” degli Young The Giant, o “Hypersonic Missiles” di Sam Fender… insomma non saprei trovare dei riferimenti diretti per quanto riguarda le sonorità, ma avendo in cuffia questo ed altro magari qualcosa è successo. C’è inoltre da sottolineare che l’interpretazione sonora dei brani è stata diretta da Ale Bavo, che ha saputo indirizzare i miei provini chitarra e voce in un universo sonoro condiviso.

Nell’album sappiamo che la famiglia ha un ruolo centrale. La sensazione è che tu sia anche molto grato ad ognuno di loro cosi come alla profondità dei luoghi e alla ricchezza di questi legami. E loro? che ne pensano del tuo disco e più in generale della tua voglia di fare musica e magari un giorno di poter vivere unicamente di questo?
Sono fortunato a poter dire che mi hanno sempre sostenuto, dal primo istante. Da quando sbagliavo i miei stessi testi nei miei primi open mic. La mia apertura emotiva nei loro confronti all’interno del disco è stata accolta molto calorosamente, è forse anche un modo per ringraziarli per il loro sostegno. Allo stesso modo questa loro fiducia mi carica di responsabilità, mi offre stimoli in più per concentrarmi sul mio lavoro.

Leggo che i brani sono nati quasi tutti chitarra e voce e poi c’è stato un lavoro importante fatto con Ale Bavo che ha apprezzato molto la tua musica sin dall’inizio e ha curato la produzione di tutti i pezzi oltre ad essere co-autore in un paio di occasioni. Com’è nato questo legame artistico?
È nato nel 2017, grazie al _resetfestival, nel laboratorio creativo _reHub lavorai con lui e Federico Dragogna, sull’arrangiamento di un brano (28 dicembre). Ci fu subito una grande intesa e quando i tempi furono maturi decidemmo di collaborare per la realizzazione del mio primo disco. Il suo è stato un contributo fondamentale e per questo mi ritengo fortunato di aver trovato un amico ed un professionista che mi ha accompagnato durante la produzione del mio primo disco.

Sei molto giovane quindi probabilmente è un ricordo che risale all’altro ieri, ma quando hai scritto il tuo primo pezzo e come è andata? 
Esatto, anche nei miei brani parlo tanto di ricordi, forse proprio perché sono tutti ancora freschi. Scrissi il mio primo brano in un inglese traballante, dedicandolo alla stessa ragazza di “Dormi serena”. Dopo qualche altro tentativo finalmente capii che scrivere in italiano era molto più stimolante e mi consentiva di dire quello che pensavo senza troppi filtri. A ripensarci in effetti iniziai a scrivere per dedicare una canzone, per regalarla. Mi succede spesso ancora oggi.

Se dovessi consigliare ai nostri lettori – tenendo presente che siamo in una pandemia e con scarsa possibilità di muoverci- il luogo, la situazione, l’ora del giorno ideale in cui dedicare poco più di mezz’ora all’ascolto del tuo bel disco….
Forse il momento giusto è dopo cena, quando fuori c’è poca luce, quando si è stanchi e si cerca un momento di pausa. Se ci fosse una finestra da cui guardare sarebbe perfetto. Il giorno è indifferente, quando si è abbastanza stanchi da stare seduti o sdraiati per mezz’ora senza annoiarsi. Ecco forse quello è il momento perfetto.

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