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Musica

Quando la libertà rischia di scivolare via, tra le corde di una chitarra. Riflessione sull’attentato al Bataclan.

La tragedia accaduta venerdì sera al Bataclan di Parigi, subito dopo i live dei Red Lemons e degli Eagles of Death Metal, è la più grave mai registrata nella storia della musica rock. Le vite di oltre 100 persone non sono state portate via da nessun incidente questa volta, nessun palco che crolla, nessuna tromba d’aria che si abbatte su un festival, nessuna calca ad asfissiare i presenti contro le transenne.

Le vite di oltre 100 persone, per lo più giovani ragazzi e ragazze, sono state interrotte per la prima volta nella storia della musica rock da un vile atto terroristico. Gli esecutori erano probabilmente coetanei dei loro condannati a morte. Stessa età anagrafica, stesso luogo, motivazioni inconcepibilmente diverse. Desiderio di gioia da un lato, desiderio di terrore dall’altro. 

Fino a meno di 24 ore fa, tra gli obiettivi di un possibile attacco terroristico eravamo probabilmente “abituati” a pensare in prima battuta a luoghi connessi alle sfere della politica, della religione, della comunicazione, dell’economia, dell’informazione. Ma probabilmente mai, prima di ieri sera, avremmo associato l’azione di partecipare ad un concerto rock al possibile atto finale della nostra vita. Non in un modo così bestiale, calcolato, crudele.

Aeroporti, metropolitane, stazioni ferroviarie, redazioni giornalistiche, edifici religiosi, uffici pubblici. Azioni terroristiche in luoghi come questi appaiono “prevedibili”, orrendamente e ingiustamente “ipotizzabili”. Ma una sala concerti, lì dove si celebra il credo in assoluto più universale, la musica, entità divina in grado di attraversare l’anima di tutti gli esseri umani mettendoli in comunione tra loro con l’unico scopo di gioire e celebrare le note di una canzone; qual è il senso di colpire un luogo così imparziale?

Torri Gemelle e Pentagono erano rispettivamente il simbolo del potere economico e politico dell’America.

La metropolitana all’ora di punta di Madrid nel 2004, prima delle elezioni politiche spagnole, e quella all’ora di punta di Londra nel 2007, in contemporanea al 31° G8, erano il simbolo dei lavoratori occidentali.

La redazione del giornale Charlie Hebdo era il simbolo del coraggio satirico occidentale.

Ma il Bataclan era unicamente il simbolo dello svago, dell’uguaglianza di fronte al palco e alla musica. Così come lo sono tutti i music club del mondo.

Di fronte al rock non ci si schiera a favore di niente altro che non sia la musica stessa, un denominatore comune che va oltre qualsiasi barriera, che genera sorrisi, che fa giocare alla “guerra” per finta, prendendosi a spintoni mentre si poga e ci si sfoga tutti contro tutti nel mosh pit. Lo si fa uniti, in un rito collettivo in cui il divertimento è al primo posto, rispettandosi a vicenda attraverso un codice comportamentale ben preciso.

Il Bataclan era il simbolo della libertà, e forse proprio per questo è stato scelto tra gli obiettivi dell’attacco terroristico a Parigi. Il fine di questo attentato pare essere proprio quello di comunicare che l’Isis, per ciò che riguarda i nostri territori, non lotta più solo contro il potere politico ed economico dell’Occidente, contro le Istituzioni degli Stati infedeli. L’Isis ora lotta esplicitamente contro la libertà in senso generale, vuole farcela scivolare via tra le dita, tra le corde di una chitarra.

Da amanti della musica live è impossibile non mettersi nei panni delle vittime del Bataclan. Impossibile non rabbrividire all’idea che lo stesso sarebbe potuto accadere nel club più vicino a casa nostra. Conosciamo perfettamente quali sono le sensazioni di spensieratezza e serenità che si provano in un venerdì sera di sano rock, e il pensiero che esse vengano spezzate in pochi istanti dagli spari di un kalashnikov non può che lasciare sgomenti e senza risposte a un tragico “Perché?”.

La musica che è stata scenario di violenza è però la stessa che può darci la forza per rialzare la testa, curando le ferite aperte venerdì sera a Parigi.

La musica che come il più comprensivo degli dèi ama tutti allo stesso modo, può aiutarci a lasciare da parte gli sbrigativi sentimenti di odio che potrebbero germogliare in seguito a quanto accaduto al Bataclan.

Continuare ad ascoltare la musica è la soluzione, partecipare alla sua celebrazione con volumi sempre più alti, frequentando i prossimi live senza lasciarsi intimidire da questa nuova consapevolezza di possibile esposizione al terrorismo, anche in un luogo così apparentemente neutrale come lo è una sala concerti.

La musica è e sarà libertà. Per sempre. Per tutti.

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Laureata in Scienze della Comunicazione e masterizzata in Comunicazione delle Scienze (no, non l'ho fatto apposta) con, nel mezzo, una magistrale in Editoria e Giornalismo. Mi porto appresso un soprannome brutale, ma nella realtà somiglio di più a un Kookaburra. Amo gli animali, un po' meno certi esseri umani. Sono cresciuta a ovetti Kinder, Nirvana, Distillers, Run Dmc, Beastie Boys, Spice Girls (ebbene sì) e Prodigy. Per essere felice oggi mi bastano del buon shopping online, un doppio pedale hc, Dave Grohl, un cd dei Rise Against e un concerto dei Ministri. E un altro ovetto Kinder, dai.

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