Articolo di Adriana Panico | Foto di Claudia Mazza
È il primo giorno lavorativo dopo il ponte dell’Immacolata. Milano si è portata avanti con le feste rispetto al resto del Paese iniziando a celebrare il suo patrono, Sant’Ambroeus, un giorno prima. Chiude un giorno dopo dandosi appuntamento all’Unipol Forum di Assago dove la comunità di fedeli del “profeta della barra”, aka King Marracash, si dà appuntamento per una sorta di Epifania che tutte le feste porta via. Il primo artista rapper a cantare negli stadi è partito con il MarraPalazzi25 da Eboli dove Cristo si è fermato ma lui evidentemente no, anzi, si è esibito nel primo di dieci show che portano il live della scorsa estate nei palazzetti. Torna per la seconda serata del triplo live milanese a ripercorrere la così la trilogia iniziata nel 2019 con Persona che include Noi, loro, gli altri (2021) e il più recente È finita la pace (2024).
Un palco che si insinua tra il pubblico con una lunga passerella, sostiene un monitor gigante sullo sfondo. E’ la finestra da cui la MIND Industries, un’entità creata ad hoc, incaricata del “Monitoraggio Interiore per la Neutralizzazione del Distacco” annuncia che sta per prendere il via un esperimento sociale di studio sulla mente e sulle emozioni di Marracash e del suo pubblico. Si parte. Un cilindro di tessuto bianco si abbassa e svela il king del rap. Con lui ci sono la band (tastiere, basso, batteria) e un corpo di ballo di dieci fenomeni e performer in mezzo a un allestimento materico e immersivo su un palco che di tanto in tanto si infiamma (nel senso letterale del termine) per via degli effetti speciali.

Porta sul palco la sua musica e sé stesso, ripercorrendo con la trilogia e pezzi extra 20 anni di carriera. Tra gli esordi in Barona, quartiere periferico di Milano dove “ti levano pure i tattoo” ben descritto in Bastavano le Briciole, e il Premio Tenco, un viaggio nell’anima, nella testa, nella società. Apre con Power Slap per risvegliare le coscienze e dare subito uno scossone per contrastare il livello trash sempre più vicino al Crash. Marra denuncia tutto: l’individualismo, la mancanza di una coscienza collettiva, i Cosplayer, chi spara in città manco fossimo in Texas, la politica lontana dalla gente, le disuguaglianze sociali. Non dimentica che quando era piccolo la diversità era debolezza e che servono tutti i muscoli e gli organi del corpo per crescere con le origini mediterranee scolpite in faccia, un sacco di storie di immigrazione intorno e dentro case dai tetti cadenti. Li mette tutti in fila: G.O.A.T. – Il cuore, Body Parts – I denti, Poco di buono – Il Fegato, Qualcosa in cui credere – Lo scheletro, Bravi a cadere – I polmoni. Parla anche di amore, certo, questa “cosa” che non ha ancora capito, come lui stesso rivela ai fan durante uno dei momenti parlati del live. Rassicura che lo metterà in una canzone appena accadrà. Via con la suadente Lei, così meravigliosa, quella una su un milione che forse manco esiste, ma non è un problema; a seguire, l’elettrizzante Crazy Love, con tutto l’Unipol a ballare su stalattiti immaginarie, la nostalgica Niente Canzoni d’Amore e la tormentata (tossica) Crudelia.
Marracash accoglie sul palco di casa sua alcuni ospiti: un giovanissimo 22Simba che si prende l’endorsment del rapper protagonista della serata con cui canta in Fanculo; Madame, la metà femminile dell’Anima con cui duetta un pezzo che tutto il pubblico gli dedica; infine, Filippo Graziani, figlio del celebre chitarrista e cantautore degli Anni 80 dal cui repertorio Marra attinge per campionare “Firenze (Canzone Triste)” e farne È finita la pace. Il brano che duettano insieme dà il titolo all’album uscito a sorpresa lo scorso anno proprio di questi tempi senza adv, annunci, hype. Così, de botto.

Il pezzo, come il resto della scaletta del resto, unisce tutto questo pubblico così intergenerazionale, un po’ sbandato, arrabbiato e disilluso ma anche romantico, che in fondo conserva ancora il sogno di una vita diversa. Una platea fatta di parecchie tute e gonnelline, qualche capello d’argento, portatori di zaini (fisici e figurati), immancabili svapo e cellulari integrati alla mano che filmano ogni cosa. Nell’epoca delle hit e dei ritornelli facili dai suoni quasi onomatopeici, fa un certo effetto sentire decantare all’unisono versi di racconti brevi degni della letteratura più contemporanea in musica. Tutta questa varietà di persone, infatti, non ha mai smesso di cantare (e in alcuni casi di urlare) i pezzi dell’unico rapper underground punto di riferimento del cantautorato italiano. Uno ad uno, parola per parola.
Questa è l’Antologia di Spoon River della musica, un’enciclopedia di volti, risvolti emotivi e sostrati psicologici che solo il campionario umano può rappresentare. 32 sedute di psicoterapia scritte a mano con quella penna introspettiva e la capacità analitica da profondo e attento osservatore geniale quale Fabio (Marracash) è. Nella lotta tra il bene e il male, o tra il “beh e il “mah”, in scena su questo palco Fabio dialoga, combatte e ricompone la frattura con Marracash. L’uomo e l’artista trovano il modo per convivere nel perenne negoziato identitario per la sopravvivenza, su e giù dal palco. Marracash chiude lo show a colpi di 64 Bars nell’encore e congeda i suoi fan da tutta questa sostanza visiva, narrativa, sonora di cui sono fatti i sogni, la realtà e… questa sera. La sensazione è che non “è finita la pace” ma, che invece, sia appena – finalmente- iniziata.

MARRACASH: La scaletta del concerto di MILANO
- Power Slap
- Gli sbandati hanno perso
- Vittima
- Salvador Dalì
- Sport – I muscoli
- G.O.A.T. – Il cuore
- Body Parts – I denti
- Bastavano le briciole
- 15 Piani
- Factotum
- Laurea Ad Honorem
- Pentothal
- Io
- Dubbi
- L’Anima con Madame
- Nemesi
- Qualcosa in cui credere – Lo scheletro
- Crash
- Loro
- Cosplayer
- Poco di buono – Il Fegato
- È finita la pace con Filippo Graziani
- Crazy Love
- Crudelia – I Nervi
- Niente canzoni d’amore
- Lei
- Fanculo con 22Simba
- Bravi a cadere – I polmoni
- Nulla accade
- ∞ Love
- Happy End
Encore
- 64 barre di paura






























