Articolo di Marzia Picciano
Quando i SI! BOOM! VOILÀ!, aka Michelangelo Mercuri ovvero N.A.I.P., Roberta Sammarelli, Giulio Ragno Favero, Davide Lasala e Giulia Formica, se servono presentazioni, “solo” tra i più talentuosi rappresentanti della musica italiana – e il cui nome è nato praticamente da una partita di nomi-città-cose – sono usciti allo scoperto con la complicità di Woodworm Label lanciando un singolo straniante come PINOCCHIO, dopo due mesi di gestazione del prodotto a base di contenuti comico-pedagogico (“siamo stati guidati dalla musa Divertimento”, assicura Michelangelo) per il pubblico, mi sono chiesta, come moltissimi altri del resto: ok, ma quindi cosa aspettarmi?
“Ne siamo alla scoperta anche noi oggi” mi rispondono praticamente all’unisono quando li incontriamo qualche minuto prima dell’evento di presentazione lo scorso 9 gennaio da Voce in Triennale. E lo fanno con sincerità: del resto, se si pone il dubbio, l’incerto, al centro della tua, chiamiamola senza sottotesti, strategia di marketing (e non ci sono SMM), lanci il disco il giorno stesso dell’inizio del tour questo 16 gennaio a Livorno, accetti il piacere della sopresa.
Alla fine di tutto, tuttavi, mi sento io quella che mette, illegittimanente, in dubbio la normale, quasi banale, necessità di un gruppo di individui, perfettamente formati nella loro identità artistica, di mettersi insieme, scegliersi coscienziosamente, soprattutto scegliere la voce (a sentirtli, prima di arrivare a N.A.I.P., è stato un vero e proprio hunger game) per fare musica, per comunicare, e stare bene, farsi del bene, che serve sempre, serve ora.
Cosa dovrei aspettarmi, da una band, se non la volontà di sentirsi vivi e coscienti del mondo orribile che viviamo e a cui assistiamo?
In undici tracks, l’urgenza di vita dei SI!BOOM!VOILÀ! assume tutte le forme che le appartegono. Se intervistarli è stato decisamente interessante, ascoltarli raccontarsi da Voce è stato persino commovente. Lo provano due ballad ascoltate in anteprima in questo esperimento sociale di domanda e risposta messo in atto dalla band.
Parlo dell’ultima track del disco, Da Zero, invero la prima su cui ha lavorato la band, a firma di Roberta, e che davvero trasuda tutta l’irrequietezza catastrofica dei Verdena in quel “puoi dimagrire insieme a me”, e Lavori In Corso. Un vero e proprio lavoro elaborazione in forma scritta di un trauma, quello degli attacchi di panico di Davide, a opera di Michelangelo, su cui si arrampicano le corde delle chitarre e del basso come capitelli corinzi, per dissolversi in un eco di cori finale.

L’idea dietro i SI! BOOM! VOILÀ!, è veramente molto semplice, eppure per qualche assurda ragione ed evoluzione economico-sociale, divenuta oggi quasi impraticabile: rimanere umani in questa parte di mondo chiamata spettacolo, che poi è comunque parte dell’umanità. Il farsi prendere a domande in questa gelida sera di Milano è una scelta kamikaze consapevole, oltre che un’azione di lotta al passivo-aggressivo dei commenti da tastiera, dice Michelangelo.
Pronti al via? Più che essere pronti, non vedono l’ora. Giulia dice che ha sempre fatto tutto all’ultimo, dalla scuola a imparare i pezzi: “in questo momento non ti dico che mi sento pronta, ma lo sarò”. Per Roberta “razionalmente la risposta è si, ma emotivamente no. Speriamo che quell’emotività si metta finalmente d’accordo con la razionalità e diventino tutte e due sì”.
C’e’ stata una lunga fase di gestazione del progetto.
Creando e scherzando. Michelangelo dice che fare contenuti creativi, come i corti promo, “ci ha aperto un sacco di porte innanzitutto tra di noi, perchè sapevamo già di star bene suonando. Mi ha divertito vedere le reazioni, divertite a loro volta, di chi ci segue. Abbiamo preso sul serio le cose sceme, che poi è il trucco per fare le cose divertenti.” Aggiunge Giulio: “Ci siamo presi talmente bene che abbiamo deciso di affrontare 200 persone che ci faranno mille domande. Siamo sciolti adesso”.

Pronti o meno, nella mia mente ora non ci sono solo cinque artisti che raccontano una storia, un’esperienza significativa, una fanbase dedicata: sono anche dei supereroi à la Marvel dell’universo della musica alternativa, lo vedi quando li accrocchi insieme, in attacco gli analisti socio-esistenzialisti di Giulio e Michelangelo, la palpabile intensità controllata di Roberta, in linea con quella di Davide, la freschezza esplosiva di Giulia.
I nostri supereroi cercano il dialogo, un approccio di scambio. Bisogna tornare a dirsi le cose in faccia, portando le persone ad esporsi di fronte a tutti. “Ma quanto è difficile alzare la mano e dire la propria opinione e fare una domanda? Diceva il mio professore di inglese Gallo: finchè tu non alzi la mano non so se mi vuoi dire qualcosa. Quest’azione ha un valore diverso rispetto a farlo in maniera a volte molto leggera, a volte molto superficiale, online.”
“E’ ora di accorciare la distanza tra pubblico e artista”.
Dice Giulio che “abbiamo veramente preso delle distanze ridicole, siamo diventati tutti delle superstar. Parli di supergruppo, e ci sta, perchè eravamo tutte persone del giro, ma nel nostro caso il gruppo è nato perche avevamo voglia di suonare assieme. Dovremmo porci il problema di essere giudicati perchè le cose si vedono cosi? A me viene da dire che non ce ne dovrebbe fregare un cazzo”.
Quanto è passato dalle presentazioni in acustico in Feltrinelli o FNAC? “Secondo me è molto più interessante trovarsi in un posto e parlare. Oggi lo facciamo solo attraverso una piattaforma di uno che si arricchisce sui nostri odi e amori, siamo degli operai non pagati di ‘sta gente qua. E ci spiace che l’unico contatto che possiamo avere con chi ci ascolta debba solo passare attraverso il concerto”, quando riesci ad andare al banchetto prima di vedere la sala mandare via il pubblico. “Mi sembra, ma non penso di essere l’unico a sentirlo, che ultimamente manchi un pò di umanità all’umanità.”
Sarà così anche nei live?
Si, ma no spoiler. “Siamo anche qui per non soddisfare le aspettative delle persone”. Giulio aveva persino proposto di non incidere il disco. “Perchè oggi la gente ha paura di affrontare un concerto senza sapere cosa sta andando a vedere? Oggi siamo pieni di infomazioni su tutto quello che faremo, si è persa la possibilità di soprendersi.”
Ma “se oggi se non hai il disco alle spalle, non hai il promoter” aggiunge Roberta. “La scelta più coraggiosa che abbiamo fatto ad oggi è quella di far uscire il disco il giorno della prima data, che va decisamente controcorrente rispetto a quello che fanno tutti negli ultimi. Abbiamo deciso di rischiare e di portare le cose a uno stato più umano: alzi il culo e vieni e a vedere qualcosa che non hai pianificato ormai un anno, un anno e mezzo fa. Che poi, tra un anno e mezzo, chi può dire che persona sarai, se avrai voglia ancora di ascoltare quell’artista lì? È davvero tutto molto esasperato non solo nell’artefizio, ma anche nella pianificazione.”
E per me che ascolto, l’on-demand ha aumentato la distanza umana con l’artista?
“È una cosa recente” dice Giulio “una volta non si schiacciava un tasto e non si riproduceva musica quando volevi. Noi abbiamo l’impressione che tutto debba durare in eterno, invece siamo transitori. Magari fra cinquanta anni la gente non avrà più voglia di ascoltare la musica dalle casse.” Davide ironizza sull’aumento di richieste di supporto psicologico all’avvento dello streaming. “Una volta bastava drogarsi” sentenzia Giulio.
Se quella dei nostri è una combinazione un’azione di carattere politico-culturale (ma la politica in questo disco è una dimensione esistenziale) e una strategia attitudinale, non bisogna confondere la ricerca di umanità come una pretesa di fare cose nuove o diverse dagli altri.
“E’ per caso obbligatorio fare cose nuove?”
E’ il punto di Davide. “Il disco rappresenta l’artista fino a un certo punto” rappresenta Giulio. “Già adesso che stiamo lavorando a delle cose nuove, sono molto diverse, hanno un’impostazione molto diversa anche rispetto a quelle che abbiamo fatto questi giorni. La vita andrebbe vissuta nel momento in cui ci si rende conto di esser vivi e non nella scommessa di esserlo domani.”
Per Roberta il fulcro della questione non è cercare neanche di rielaborare di fare qualcosa di nuovo. “Per me è più importante rielaborare o fare qualcosa di nuovo rispetto a quello che sei stato tu in quel momento. Rifare per vent’anni la stessa identica cosa, è comfort zone, e hai il diritto di farla, ma è una cosa esattamente contraria alla mia idea di arte, e di ispirazione. Ti deve mettere la voglia di metterti in gioco. La novità in questo progetto è proprio fare tutto quello che fino ad oggi non ho fatto, o farlo in maniera diversa.”
Non si tratta solo di un discorso musicale, ma appunto, umano. Giulia la vede come una ricerca di una certezza. “Per me la musica rispecchia la società che vivi: c’è stato il punk, gli anni ‘70, ‘80, eccetera. Stiamo vivendo un momento caotico, ma anche di omologazione. Io penso che non sia tanto la ricerca della novità ma l’espressione di una parte della società, se abbiamo sentito la necessità di esprimerci in questo modo, ci siamo trovati noi in un anecessita, un’urgenza o disagio che stiamo vivendo”.
Siamo in un momento di caos, stiamo tornando a casa, sotto un certo punto di vista. Avere qualcosa un punto di riferimento.
E i SI!BOOM!VOILÀ! vogliono farlo, prendendoci alla sprovvista.































