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Interviste

Intervista a AN EARLY BIRD: il nuovo singolo e la transizione da folksinger a cantautore

Dopo un 2019 in giro tra Italia ed Europa, e a distanza di un mese e mezzo dalla pubblicazione di Talk To Strangers (feat. Old Fashioned Lover Boy), è uscito One Kiss Broke The Promise, primo singolo dal secondo disco di An Early Bird previsto per la seconda metà del 2020.

Il brano, una ballata pianistica supportata da insistenti trame acustiche e con un crescendo che apre a vibrazioni urbane e atmosfere notturne, rappresenta il primo step di quella che An Early Bird (Stefano De Stefano) ha definito come la sua “transizione da folksinger a cantautore”.

Abbiamo avuto l’occasione di chiacchierare – a debita distanza – con Stefano e di farci raccontare qualcosa sul suo progetto musicale, indipendente al 100%, sul tour che ha appena concluso e sui progetti futuri, incluso l’album in arrivo.

In una scena nazionale in cui quasi ogni progetto viene spersonalizzato e generalizzato nel pentolone dell’indie, il tuo cantautorato folk rimanda molto più alle atmosfere che ci arrivano dall’estero. Come mai hai scelto di non cantare in italiano, vista la ‘mancanza’ in Italia di progetti musicalmente molto simili ai tuoi?
Non ho scelto di farlo ma è stata una cosa spontanea, avendo alle mie spalle degli ascolti e un background che non è radicato in Italia. So di essere in controtendenza, se pensi che anche chi stava producendo in inglese oggi lo fa in italiano, – Ginevra, Joan Thiele o anche Wrongonyou – ma secondo me vale ancora oggi l’essere quanto più onesti con se stessi da un punto di vista di estetica artistica.

Sei un musicista indie, più di fatto che di ‘genere’, se possiamo dirlo. Ci hai detto che fai auto-promozione e al momento non hai un ufficio stampa o un booking al seguito, quindi sei indipendente davvero. È una scelta dettata da circostanze in cui ti sei trovato durante la tua strada come musicista, o da una mancanza di fiducia in questi meccanismi?
Dal punto di vista della comunicazione, devi sapere che anni fa lavoravo come giornalista e addetto stampa. Padroneggio bene gli strumenti della scrittura e se finora mi sono affidato a uffici stampa è perché volevo evitare di fare tutto da solo, oltre al fatto di non avere la possibilità concreta di arrivare a certi canali. Finora, però, il lavoro fatto da chi ho pagato non è stato migliore di quanto ottenuto con le mie forze e allora ho pensato che se devo abbracciare fino in fondo il mio progetto valeva la pena mettersi in gioco in toto. Il vantaggio è che i soldi risparmiati sulla promozione li investo nella registrazione di nuova musica. Dal lato booking, le agenzie in Italia non sono attratte da chi scrive in inglese e fa musica non proprio “alla moda”, assecondano un trend di mercato. Faccio da me e finora non posso lamentarmi: ho fatto 80 date di tour passando attraverso 9 paesi europei.

Quindi raccontaci, come ci si costruisce da soli un tour di decine di date in giro per l’Europa? Essere un solista e non una band – viste le tue passate esperienze in gruppo – aiuta dal punto di vista organizzativo?
Sono abbastanza accentratore e quindi la solitudine della mia figura musicale mi aiuta paradossalmente a gestire meglio il tour. Mi muovo da solo, uso treni, aerei, bus, bla bla car. Guardo molto le cose che ho intorno, mi fa sentire libero di non dover dare conto a nessuno. Finora per i tour mi sono organizzato scegliendo le nazioni e le città in cui avesse un senso andare a suonare e, pian piano con un po’ di pazienza e tanta determinazione, sono venute fuori cose belle.

Abbiamo avuto occasione di leggere che hai aperto, tra gli altri, a Jake Bugg. Chitarra, voce, atmosfere intime e soffuse, avete certamente qualcosa in comune. Com’è stato aprire un suo concerto? 
Il suo era un concerto in solo e quindi era tutto molto affine. Che dire, è un ragazzo molto semplice ma professionale allo stesso tempo. Moderato e gentile fuori dal palco, pacato ma deciso sul palco. Mi è sembrato un nice dude.

Ci sono artisti in particolare, anche tra quelli conosciuti on the road, che ti hanno influenzato in questi anni?
Glen Hansard, Stu Larsen (con cui ho anche suonato), Benjamin Francis Leftwich e ovviamente Paul McCartney.

Per questo nuovo singolo, One Kiss Broke The Promise, hai riabbracciato il pianoforte, e lasciato da parte la chitarra. Hai anche introdotto delle aperture elettroniche. Come mai queste scelte un po’ insolite per il tuo genere? 
Sto cercando di movimentare maggiormente l’impianto sonoro dei miei pezzi. David Gray in questo senso è un maestro e un buon riferimento da seguire. Già a partire dal primo singolo di questo nuovo disco vorrei transitare da una percezione di me come folksinger a quella di cantautore: mi interessa scrivere e realizzare delle belle canzoni, che possano comunicare realmente qualcosa di profondo e non importa se il mezzo principale attraverso cui farlo sia la chitarra o il piano. Per me è come aprire a una dimensione più ampia.

Hai scritto che il singolo “racconta di come nell’istante di un bacio inatteso si possa frammentare una promessa silenziosamente stretta tra due persone”. Le tue canzoni, quindi, parlano del tuo vissuto personale? Dove cerchi l’ispirazione per scrivere?
Questo brano in particolare non trova appigli nella mia vita personale, ma buona parte dell’album che uscirà attinge da quel patrimonio di cose personali che funziona come un serbatoio creativo. In genere quando arriva un’ispirazione non ha mai una forma definita nemmeno a livello di pensiero, è come uno stimolo ad avvicinarsi a uno strumento per tirare fuori che ancora in realtà non sai e di cui non hai ben chiara la forma. Solo dopo, attraverso un processo di razionalizzazione, capisco sul serio quello di cui ho parlato.

One Kiss Broke The Promise è il primo singolo estratto dal tuo secondo album, in uscita dopo l’estate. Ci puoi anticipare qualcosa?
È un disco di 10 canzoni per una durata totale di 34 minuti. La lunghezza media dei dischi si è abbassata e anche qui mi sono tenuto un po’ più lungo della media. Dentro c’è un giusto equilibrio da pianoforte e chitarra, tra soluzioni elettroacustiche ed episodi scarni ed essenziali. È un disco che parla di non detto, echi, sensazioni che sono in circolo e tornano indietro come dei boomerang. Esce distribuito da Artist First e con Edition Mightytunes che è la branca editoriale di Greywood Records, etichetta tedesca in partnership con Budde Music. L’uscita è prevista per settembre, ma sto valutando di farlo uscire prima data la situazione attuale.

Ultima domanda, come stai vivendo l’isolamento di questi giorni? 
Sto vivendo questo periodo come credo tutti dovrebbero fare: stando in casa davvero il più possibile e limitandomi ad uscire per fare la spesa. Guardo molti film, ascolto in media 3 ore di musica al giorno e mi guardo intorno da un punto di vista creativo. Pianifico nuove cose e penso tanto. È una situazione che offre fin troppi spunti per riflettere su di noi e su cosa vogliamo da questa vita.

Giulia Manfieri
Written By

Ho 25 anni, vivo a Milano, faccio cose (tante, diverse) nel mondo dell'arte, a volte scrivo di musica e più spesso la fotografo.

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