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Interviste

Intervista a WARCO: il viaggio sonoro di Bièsina tra memoria, dialetto e sperimentazione

Un lavoro che si muove silenzioso tra le colline arse dal sole di una provincia dal respiro mistico, non lontana dal mare, dove la lentezza diventa una forma di resistenza. Un paesaggio punteggiato di amori e fallimenti, feste parrocchiali con processioni, comizi elettorali, hit sanremesi diffuse da un venditore ambulante in bicicletta, e foreste di pale eoliche che si ergono tra gli uliveti come fantasmi post-moderni. In questo scenario, che richiama i paesaggi interiori di Cristo si è fermato a Eboli, soffiano venti caldi di cantautorato ed elettronica. Nascono canzoni che raccontano una realtà amata e odiata al tempo stesso, da cui ci si distanzia per sopravvivere alla sua monotonia. “Bièsina” è prima di tutto un luogo dell’anima, punto di partenza per raccontare una Sicilia immaginifica e sospesa, quasi irreale. Frutto della solida intesa artistica tra Warco e il produttore e polistrumentista Fabio Genco, l’EP è il risultato di un percorso di esplorazione sonora, narrativa e quasi antropologica, durato un anno e mezzo. Il lavoro intreccia indie pop, lo-fi rock, musica elettronica e suggestioni che affondano le radici nel mondo popolare, bandistico e orchestrale, dando forma a un linguaggio musicale personale, autentico e profondamente radicato.

Bièsina” si muove tra realtà e immaginazione. Qual è, per te, il legame tra memoria personale e creazione artistica?

La memoria gioca sempre un ruolo determinante: non tanto come insieme di esperienze, quanto più per la nostra tendenza a dare a queste ultime un valore e un’identità emotiva, rendendole uniche. Per me, il legame tra memoria e creazione artistica sta nel desiderio: quello di trasmettere – il più facilmente possibile – questa unicità a chi ascolta, con qualsiasi mezzo, musicale o testuale, cercando di renderla fulcro di ogni processo creativo. 

In “Ciauro” scegli di utilizzare il dialetto marsalese, ruvido e non addomesticato. Quanto conta, oggi, la scelta linguistica come gesto estetico e politico?

Scrivere in dialetto comporta dei rischi: nella sua sincerità, non lascia molto spazio a esercizi di stile con fini puramente estetici. Per questo, alla base deve sempre esserci una motivazione sincera, quasi una giustificazione, per utilizzarlo. Nel mio caso, oltre al voler mantenere alcuni contenuti integri nella loro veracità, mi sono reso conto di come il marsalese, con le sue durezze, attribuisca a questi scenari surreali una sorta di sacralità, una dimensione tra il mistico e l’onirico, che per certi versi mi ricorda il sardo. Certo, scrivere in marsalese è un po’ come muoversi sugli scogli, ma una volta trovati i punti d’appoggio, paradossalmente proprio nelle sue peculiarità fonetiche più ruvide, non è difficile adagiarlo sulla melodia. È un gesto politico per il valore identitario che una scelta del genere può avere per una vera e propria minoranza linguistica come la nostra. 

Tra synth dalle sfumature orientali, cori bandistici, chitarre lo-fi e bassi funk, come si è sviluppato il processo produttivo?

Un fattore determinate è stato il mio progressivo avvicinamento all’elettronica, in maniera consapevole e razionale, che ha ampliato il bagaglio di risorse in ambito di scrittura. Devo tanto a Fabio, il mio produttore, da cui ho imparato a non affezionarmi troppo ai dettagli, ad avere il coraggio di cestinare una scelta quando risulta forzata o poco coerente. Non avevamo alcuna idea del tipo di suono che volevamo dare all’EP, l’intenzione di unire i pezzi è venuta fuori strada facendo. Ci siamo concentrati su un brano alla volta. Alcuni pezzi sono venuti fuori di getto, altri da gestazioni molto faticose. Il filo conduttore è stata la ricerca di un suono organico, con particolare attenzione a un’elettronica che volevamo rendere il più possibile viva.

I tuoi personaggi sembrano spesso vivere in uno stato di sospensione, tra immobilismo e sogni incompiuti. Credi che “Bièsina” possa essere letto anche come un riscatto generazionale o una forma di testimonianza?

Sicuramente può essere letto come una forma di testimonianza, un segnale che arriva da una dimensione parallela, ma allo stesso tempo distante. Da un mondo cinico e veloce, come quello di oggi. Un messaggio rassicurante per chi in mezzo a questo caos cerca un rifugio. 

“Vorrei Dormire” chiude l’EP con un tono che sembra più vicino alla resa consapevole che alla speranza. Questo lavoro racconta un ritorno o una partenza?

In realtà la speranza risiede proprio nell’esistenza di un potenziale scenario di vita alternativo e sono certo che in futuro molta gente deciderà di tornare. Però ecco, forse più che un ritorno, l’EP rappresenta una partenza. Per agganciarmi a “Vorrei dormire”, è chiaro che in qualche modo, fatto bagaglio di gioie e delusioni, bisogna capire se accettare delle condizioni o ambire a qualcos’altro. In entrambi i casi è sempre e comunque una partenza, un “muoversi” verso qualcosa.

Per noi è evidente, ma ci piacerebbe sentirlo da te: in che modo la Sicilia attraversa il tuo lavoro? E come si emancipa, invece, questo EP da una dimensione “locale”?

L’attraversa con la sua sincerità, con la sua ironia, con il suo cinismo e con le sue immagini polverose. L’entroterra poi è un ricchissimo misto di “microculture”. Esaltarne solo la zona costiera è un po’ come decantare le lodi del bordo di una pizza, snobbandone il centro. Si emancipa invece nel suono, nella forza di un mood che abbatte ogni tipo di barriera culturale e nei temi che per quanto figli di un punto di vista introspettivo, mantengono sempre la loro universalità.

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