Con “Nel disordine delle cose”, Tosello firma un disco profondo e trasversale, capace di attraversare indie, alt-rock, jazz e pop senza mai perdere coerenza emotiva
Un lavoro che esplora il caos come spazio fertile per la trasformazione, tra forza e fragilità, filosofia e vissuto personale. In questa intervista, l’artista ci accompagna in un percorso intimo tra mito, musica e libertà espressiva, con ospiti d’eccezione come Edda e Mao, e la produzione di Flavio Ferri (Delta V).
Un invito a rallentare, sentire e accogliere anche il disordine come parte di sé.
1. Nel disco il “disordine” diventa un habitat emotivo. Quando hai capito che quel caos non era più un ostacolo, ma la materia viva da cui far nascere un album?
L’ho capito quando ho smesso di tentare di “ordinare” tutto ciò che vivevo. Il caos, invece di essere una frattura, ha iniziato a mostrarsi come un linguaggio: uno spazio dove emozioni, paure e desideri convivevano senza chiedere permesso. Ho capito che proprio lì, in quella complessità, c’era il nucleo più autentico di ciò che stavo cercando. Il disco nasce da quell’accettazione: trasformare il disordine in una forma possibile di verità.
2. Mito di Er, destino scelto e dimenticato: come si intrecciano filosofia e vissuto personale nella tua scrittura?
Sono partito da un’urgenza personale: la sensazione di aver lasciato indietro parti di me. Il mito di Er è diventato una chiave per leggere questo smarrimento: l’idea di un talento, di una vocazione, dimenticati entrando nel mondo. La filosofia mi aiuta a dare struttura all’esperienza; l’esperienza, a renderla umana. La mia scrittura nasce proprio lì, tra pensiero e ferita.
3. L’album vive tra opposti: ordine/caos, forza/fragilità. Quanto è abitabile quello spazio? Che ruolo ha il dolore?
È abitabile solo se lo accetti senza cercare di addomesticarlo. Quello spazio è continuamente in movimento e ti costringe a rimanere sveglio, presente. Il dolore, per me, è un rivelatore: non è il fine, ma una soglia attraverso cui si passa per scoprire qualcosa di più vero. Senza dolore non ci sarebbe neanche la possibilità della trasformazione.
4. La produzione di Ferri attraversa generi diversi senza perdere coerenza. Qual è stato il vostro punto di convergenza? Quale “salto” è stato per te?
Il punto di incontro è stato il desiderio di non limitarci. Con Flavio abbiamo lavorato con una libertà rara: ogni brano doveva trovare la sua forma naturale, senza dover aderire a un’estetica prestabilita. Per me è stato un salto nella fiducia: accettare arrangiamenti più audaci, aprirmi a sonorità che non avevo mai esplorato e lasciare che la produzione diventasse parte della narrazione emotiva del disco.
5. “Salto nel vuoto”, con Edda, è il baricentro emotivo del disco. Cosa hai scoperto scrivendola?
Ho scoperto quanto le mie paure fossero diventate strutture portanti. Scriverla è stato come togliere un mattone alla volta: espormi, senza più protezioni. La voce di Edda ha amplificato questa nudità, rendendo il brano un luogo di verità radicale. Mi sono accorto che il coraggio non arriva prima del salto, ma mentre stai cadendo.
6. La bellezza che nasce attraverso il disordine: qual è la funzione estetica e terapeutica del caos?
Il caos, per me, è un rivelatore di significato. Ti costringe a guardare da angolazioni nuove, a rinunciare al controllo, a riconoscere fragilità che normalmente nascondi. In quel movimento emergono immagini, intuizioni, melodie che non avrei trovato in uno spazio “pulito”. È terapeutico perché ti restituisce a te stesso, senza filtri.
7. La tracklist sembra un viaggio: rivoluzione, smarrimento, rinascita, libertà. Era intenzionale o intuitivo?
È nato in modo intuitivo, ma solo alla fine ho capito che stava raccontando un percorso. Le canzoni sono arrivate come tappe spontanee di una trasformazione personale. Quando le ho messe in fila, ho riconosciuto un viaggio: un movimento che va dal mettere in discussione tutto, fino a trovare un modo nuovo di stare nel mondo.
8. In un’epoca di velocità e performance, il disco propone ascolto e resa. Cosa speri accada nell’ascoltatore?
Spero che chi ascolta possa concedersi uno spazio senza pretese, un tempo diverso. Che possa riconoscere qualcosa di sé dentro il caos raccontato nel disco e sentirsi meno solo. Non cerco risposte né soluzioni, ma un varco: un momento in cui la persona si lascia attraversare dalla musica e si permette di respirare davvero.





























