Un debutto che porta il nome stesso dell’artista e va oltre il semplice esordio: “SASIO”, pubblicato il 24 ottobre, è la fotografia sincera di un musicista che, dopo un lungo percorso, sceglie di mettersi in gioco con la propria voce e la propria visione.
Composto da undici tracce, l’album affonda le mani nel vissuto di Sasio: il lavoro da muratore, l’amore e l’odio per Napoli, la vita nella penisola flegrea, la passione viscerale per la musica. In un continuo alternarsi di italiano e napoletano, l’artista racconta la rabbia, la perdita, la speranza e la ribellione. Ne nasce un universo di contrasti, capace di toccare corde intime nei momenti più introspettivi e di esplodere in un grido collettivo nei brani più diretti, dove la denuncia sociale si fa canto di resistenza.
1. Un esordio che non è solo esordio e, portando il tuo nome, si fa manifesto. L’album Sasio avrebbe potuto chiamarsi in un altro modo? E se sì, quale titolo avresti scelto?
Sasio mi piace. Dentro questo nome c’è tutto quello che mi ha scavato, segnato, scolpito durante lo scorrere della vita. Ma questo racconto non è poi chissà quanto diverso da quello di tutti. I miei mostri sono uguali ai vostri, le mie paure identiche alle vostre, il mio è il vostro mondo. Siamo tutti lì, tra precarietà e volontà di cambiare le cose, senza metterci troppo in gioco. Ma il cambiamento è dietro l’angolo, in attesa. Cova. Sasio potrebbe essere quell’angolo buio di casa o dell’anima che conosci poco, ma dove puoi trovarci un sussurro, una scintilla. Sasio non è un modo di presentarsi o mettersi in mostra. È un modo di dire “siamo noi”: uguali e diversi, forti e fragili, rivoluzionari e arrendevoli, lupi e agnelli, veri e falsi, solidi e liquidi. Non mi arrendo io, non vi arrendete voi. Quindi no, non l’avrei chiamato in altro modo.
2. Canti in italiano e in napoletano: quanto contano, per te, il dialetto e la lingua come strumenti per descrivere la realtà e dar voce al tuo sguardo sul mondo?
Io penso in dialetto. Massimo Troisi diceva: “Ma se io penso in napoletano pecche’ aggia parla’ in italian?”. Certo, a volte devi, perché chi non è di Napoli non ti capirebbe, ma qui, nella mia città, il pericolo non c’è. Anche i bimbi più piccoli non hanno difficoltà a capirlo, anzi magari già lo parlano. A Napoli l’italiano arriva dopo. Nel mio album ci sono due tracce interamente in italiano: sono nate così e ci convincevano di più. Il napoletano invece prevale nettamente: è ricco, colorato, urlato, inquisitorio e a tratti scomodo. È una finestra aperta sulla città dalla quale esplode un pensiero che taglia l’aria, senza né regole né timore, che arriva alle orecchie come un tuono assordante.
3. Ogni lingua ha un suo colore, un suo ritmo. Cosa può esprimere il napoletano che l’italiano non riesce a dire? E viceversa?
Cinque anni fa ho iniziato a scrivere i brani per l’album: erano tutti in italiano. Giravano bene, ma col tempo Giulio Ragno Favero, il mio produttore artistico, ebbe l’intuizione di provare a riscrivere tutto daccapo, in napoletano. Aveva ragione. Quando senti due persone parlare in napoletano, sembra già di ascoltare una melodia. Siamo fortunati: è una lingua che canta. Metricamente, poi, riesco a fare cose che in italiano non potrei nemmeno immaginare. È un ramo che non finisce mai, un odore che mai svanisce. Le melodie mi rimbalzano nella mente senza volerlo. Il napoletano mi rende fiero. L’italiano è stato importante – vengo da 4 album pubblicati con il mio vecchio progetto, i Sula Ventrebianco, in cui l’italiano la faceva da padrone – ma oggi è diverso: un’altra storia, un altro racconto.
4. Come hai costruito, insieme a Giulio Ragno Favero, l’identità sonora del disco?
Con Giulio “sono stato”. Sono stato presente, sono stato con lui. Ci siamo conosciuti durante Sound by Side, format in cui delle band vengono riprese e mixate in studio da fonici italiani e internazionali, per scopi didattici. Giulio mi sentì cantare e mi disse: “Si sente che hai il Vesuvio in corpo”. Tutto è partito da lì. Ma questo non sarebbe successo senza la presenza di Stefano Saggiomo (ideatore di Sound by Side), che da una vita mi sostiene e mi accompagna. È strano chiamarlo manager, infatti a lui dà un po’ fastidio. Quindi lo chiamo manager.
Giulio per me è stato come un anemone di mare in cui un pesce pagliaccio ha deciso di accasarsi. Mi sono aperto, fidato. Alcuni brani sono nati dalle mie bozze, in cui c’era una linea melodica eseguita da una chitarra o da un synth, che poi Giulio ha sviluppato creando l’elettronica; altri, invece, sono partiti da bozze di Giulio già ben strutturate, sulle quali ho messo la melodia. È stato uno scambio di energie, di posizioni artistiche mai in competizione: sinergiche, armoniose, limpide. Non è stato il mio produttore: è stato un radiologo, uno specchio, si è preso cura di un’emozione che doveva uscire per forza.
5. Nell’album emerge un dialogo costante tra fragilità e tenacia, vulnerabilità e resistenza. Come coesistono in te queste due dimensioni?
Mi sento come se fossi un arto amputato che continua a ricrescere. Faccio il muratore: sono abituato a vedere il bello dove gli altri non lo scorgono ancora. Cammino sulle macerie sapendo che le trasformerò in rifugio. E cerco di farlo anche nella vita di tutti i giorni. Perché la musica, in fondo, ricostruisce l’anima: è muratore lei stessa. Espone le ferite e le cura allo stesso tempo. Entra, scruta, non giudica, ma non ha pietà: è vera e porta alla luce altrettanta verità. Può far male. L’importante è non aver paura di avere paura, perché, alla fine, forza e fragilità ballano fiere sullo stesso filo.
6. Che significato acquista oggi per te la parola libertà, e quanto costa impegnarsi nel raggiungerla?
Se penso alla libertà mi viene in mente la parola sacrificio. Cercarla e sentirsela addosso non è facile. In molti pensano di essere sempre stati liberi, e questo è un grosso problema. La mangiatoia è strabordante e non ci accorgiamo della gabbia che ci circonda. La mano del padrone, che ci ingozza, sembra buona, calda, familiare… come quella di un padre premuroso. È un tragitto su binari ben tracciato: chi vuole deragliare viene escluso, bandito, messo alla gogna. Mi viene in mente un immenso puzzle in cui ogni pezzo è stato plasmato per entrare nell’altro, e chi non si incastra è pregato di andare più lontano possibile. La libertà costa cara: c’è bisogno di coraggio e determinazione. Ma la cosa bella è che puoi trovarla ovunque: nei silenzi in cui pensi di non dover parlare per forza, quando chiedi perdono senza pensare di aver ceduto, quando ami e lo fai vedere senza paura. Non esiste una cosa più libera dell’amore. Io la canto, la sogno, la ammiro e la detesto, perché spesso mi sembra irraggiungibile. Eppure la amo e, proprio per questo, in qualche modo mi sento libero.

7. Potere, ingiustizia, lavoro. Quale forza può avere la musica nel confrontarsi con questi temi oggi?
È un discorso molto complesso e personale. Credo che conti molto dove sei nato, dove hai vissuto, l’opinione che hai costruito di te stesso e la consapevolezza di chi, secondo te, tiene il timone della tua vita. Io sono napoletano: il legame che ho con la città mi ha scolpito profondamente. Sento il dovere di difendere, di essere scudo per chi non ha corazza, spada per chi non ha un’arma. Sento il peso di un’ingiustizia da parte del potere: lo avverto, forte, disumano, spietato. Detesto il falso costume e soprattutto quello costruito, il dover sembrare perché conviene. Voglio spontaneità, anche se ignorante, analfabeta, ma umile e del popolo. In questo album metto in discussione me stesso e tutti noi. Punto il dito senza presunzione sul nostro operato, sulle nostre aspirazioni, su cosa sia davvero importante e per chi valga la pena lottare, e soprattutto sul tempo che, invece di attraversarlo con dignità e fierezza, si fa fango, ci rende schiavi, parassiti, deformi. Ci stiamo veramente accontentando di ciò che siamo?
8. L’assenza e la memoria. Come trasformare il dolore in qualcosa di condivisibile, senza che questo perda la sua verità?
Canto e scrivo canzoni perché da piccolo mi sentivo diverso. Genitori separati, droga, carcere, forze dell’ordine, assistenti sociali: sono nutrimento per l’arte, almeno per me lo sono stati. La sofferenza ha giocato un ruolo fondamentale. La ringrazio. Se avessi avuto una vita agiata avrei fatto musica di merda, ne sono convinto. Sono stato un tenero germoglio che aveva bisogno di diventare in fretta un tronco. E il disagio che ho provato meritava rispetto, una voce, una forma.
Non per forza un artista deve aver attraversato l’inferno. Ma è un dato di fatto che ciò che ho provato da piccolo abbia determinato quello che sono oggi.
Accettarsi per ciò che si è, per ciò che si prova è un atto d’amore. E può richiedere tempo.
Ero un sassolino nella molla di una fionda che andava sempre più in tensione: dovevo solo essere scagliato. La vita è la fionda, la musica è la molla e il sassolino sono io. L’emozione che non riesci a trattenere è sempre autentica e chi la sa riconoscere ne rimane folgorato. Oggi canto, invento melodie, ci credo. La fionda è tesa, la molla vibra, e il sassolino viene scagliato. Ancora, ancora, ancora.
9. Creare un disco è un percorso di trasformazione, tanto per chi lo fa quanto per chi lo ascolta. Cosa ti ha condotto a Sasio e come ti sei sentito una volta attraversata la sua realizzazione?
Vengo da 15 anni di band, i Sula Ventrebianco. Il percorso da solista che ho intrapreso è completamente diverso, sia nella gestione artistica che nei rapporti umani. In un gruppo gli equilibri tra i componenti devono essere trattati con cura, e non è facile. Il mio nuovo progetto non lo definirei di sperimentazione, perché ho sempre amato la musica elettronica, house e techno. Poi con Giulio ho avuto modo di farla mia, di poterci lavorare, di entrarci e questa volta non più da ascoltatore. Non è una trasformazione e nemmeno una rinascita. È un racconto più intimo, personale, diretto. Un quadro che ritrae un mondo che non ha paura di rivelarsi per quello che è, nonostante i difetti, i colori sbiaditi, i tratti neri e tremolanti. Rimane lì, immobile, fiero. Perfetto nella sua imperfezione. Come me, come noi.





























