C’è un filo sottile che lega i sogni dell’infanzia alle scelte che facciamo da adulti.
A volte quel filo si spezza, altre volte diventa musica. Himalaya, il nuovo singolo di Revelè, nasce proprio da lì: dal bambino che voleva diventare astronauta e dall’uomo che oggi guarda il cielo con occhi diversi, ma con la stessa fame di verità. Il sound intreccia richiami alla new wave napoletana con una poetica del tutto personale, autentica e cruda.
Revelè torna a raccontarsi senza filtri. E lo fa insieme alla voce di Mema, sua sorella gemella, che lo accompagna in un sogno che non ha mai voluto cambiare in alcun modo la propria forma.
Lo abbiamo incontrato per parlare di Himalaya, delle sue radici, dei muri da superare e di quella ostinazione poetica che rende la sua musica un luogo da abitare, più che da ascoltare.
Giuseppe, bentornato! Ci eravamo lasciati con l’uscita del tuo primo brano ‘O Mar ‘O Mar. Come ti senti oggi, a distanza di qualche mese, nel tornare con un nuovo capitolo così diverso e così personale?
Mi sento come se avessi fatto un passo più vicino a me stesso. ‘O Mar ‘O Mar era un ritorno alle radici, un dialogo con la mia terra. Himalaya, invece, è un dialogo con tutto ciò che ho cercato di evitare: le paure, i limiti, la disillusione. È un brano che non nasce per piacere, ma per dire la verità. Oggi mi sento più esposto, ma anche più libero. È come se avessi trovato il coraggio di guardarmi davvero.
Ci hai parlato di quanto la vita possa mettere alla prova le nostre certezze. C’è stato un momento preciso in cui hai capito che, nonostante tutto, la tua strada sarebbe stata comunque l’arte?
Sì. È stato un momento semplice, quasi banale: una notte in cui non riuscivo a dormire. Mi sono messo a scrivere senza un motivo, come facevo da ragazzino. E lì mi sono accorto che, nonostante avessi provato a scappare, a costruirmi altre strade, l’unica cosa che mi faceva davvero respirare era la musica.
È stato un ritorno involontario, ma inevitabile. L’arte mi ha aspettato. E io sono tornato.
Nel video di “Himalaya” si intravede un fumetto di One Piece. Quanto hanno contato i manga e i cartoni animati da bambino? C’è un filo che collega il Giuseppe bambino a quello adulto?
I manga sono stati la mia prima porta sul mondo dei sogni. Mi hanno insegnato la resistenza, l’ostinazione, l’idea che anche chi parte dal basso può cambiare il proprio destino. One Piece, in particolare, mi ha lasciato addosso una cosa: il coraggio di continuare a cercare il proprio “tesoro”, anche quando tutti pensano che tu stia sognando troppo. Il filo che collega il Giuseppe bambino al Giuseppe adulto è proprio quello: continuo a credere che qualcosa di bello possa ancora accadere. La differenza è che ora non ho più paura di ammetterlo.
Molti tuoi brani nascono da immagini forti. Per Himalaya, qual è stata la prima scintilla visiva o emotiva?
La prima immagine è stata quella di un bambino che corre nella piazza del quartiere, guardando il cielo come se fosse una promessa. La scintilla emotiva, invece, è arrivata quando ho pensato a quanto quel bambino fosse diverso dall’uomo che sono diventato… e a quanto, in realtà, avesse ancora qualcosa da insegnarmi. Da lì è nata la frase “Per te scalerei l’Himalaya”. Era una confessione a qualcosa o qualcuno che dava senso al mio movimento.
I castelli di sabbia sembrano fragili, destinati a crollare, eppure diventano poesia. Quanto c’è di accettazione e quanto di sfida in quella immagine?
C’è entrambi. La sabbia rappresenta tutto ciò che non possiamo trattenere: l’amore, il tempo, le persone, certe promesse. Ma costruirci comunque qualcosa sopra è un atto di sfida. È come dire: “So che potrebbe crollare, ma lo faccio lo stesso”. In quella fragilità c’è una forma di bellezza che ho imparato a non temere più.
Se potessi scrivere una lettera al Giuseppe del 2035, cosa gli diresti e cosa gli chiederesti?
Gli direi: “Spero che tu abbia avuto il coraggio di restare fedele a chi sei, anche quando ti faceva paura”. E gli chiederei: “Ne è valsa la pena? Hai scelto l’amore o la paura?” Credo che tutta la mia vita, alla fine, ruoti attorno a questa domanda.
C’è qualcosa che qualcuno ti ha detto sulla tua musica che ti ha fatto sentire davvero compreso?
Sì. Una persona mi ha detto: “La tua musica non sembra scritta per piacere, sembra scritta per non morire dentro.” E lì mi sono sentito visto. Perché è esattamente così: ogni brano è un modo per salvarmi un pezzo alla volta.
Dopo Himalaya, qual è la prossima vetta che vuoi raggiungere? C’è qualcosa che stai già costruendo?
Sto costruendo un EP che racconta tutte le parti di me che finora ho lasciato in silenzio. Voglio che sia un viaggio, non una raccolta di canzoni. La mia prossima vetta è trovare un modo per unire la sincerità della mia scrittura con un progetto più grande, vivo, che possa camminare fuori da me. E sì: sto già scalando. Una traccia alla volta
HIMALAYA, distribuito da Artist First e prodotto da Mario Meli, è disponibile in radio e in digitale





























