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Intervista a Carlo Pontevolpe: costruire canzoni come case da abitare

Carlo Pontevolpe è uno di quegli artisti che non si accontentano di scrivere canzoni: le costruiscono, le abitano, ci litigano pure. Con Non Ne Posso Più, il suo nuovo singolo, continua a tracciare un percorso musicale personale, fatto di equilibrio tra istinto e progetto, fragilità e produzione, ironia e densità emotiva. Compositore, autore, produttore e, quando serve, anche regista delle proprie idee, Carlo è il tipo che si mette in loop un arpeggio finché non diventa qualcosa che vale la pena ascoltare. Il pop, per lui, non è una scorciatoia: è una strada da percorrere a piedi nudi, con le parole giuste e i suoni che restano in testa — ma anche un po’ dentro.

Hai dichiarato che il giro armonico di “Non Ne Posso Più” è praticamente fisso per tutto il brano. Come hai gestito l’equilibrio tra ripetizione e varietà?

Ciao e grazie per questo spazio! Sì, fissare un unico giro armonico (a meno di una variazione sul ritornello) su cui costruire più melodie è una piccola sfida che mi sono voluto dare per rendere il processo creativo più stimolante. Tutto era nato dall’ascolto di “Better Now” di Post Malone. La sfida è stata proprio quella di creare delle melodie abbastanza diverse tra loro da non far intuire che il giro di accordi fosse sempre lo stesso. Inoltre, volevo una canzone orecchiabile e che rimanesse in testa al primo ascolto, e avere degli accordi sempre uguali aiuta sicuramente.

Le tre melodie (strofa, intro, ritornello) nascono insieme o una ha portato le altre?

La strofa è nata spontaneamente abbastanza in fretta poco dopo aver messo giù l’arpeggio di pianoforte dell’intro. Poi, dopo alcuni giorni sono arrivati prima il ritornello e infine l’intro. Sicuramente la parte più difficile e che ha richiesto più tempo è stata il ritornello, perché volevo fosse orecchiabile ma che non stancasse al primo ascolto.

La produzione miscela elettronica e strumenti reali. Da dove è partita la costruzione del sound?

Tutto è partito da quell’arpeggio di piano che sentite nell’intro. L’ho messo in loop e con il microfono in REC ho iniziato a cantarci sopra. La frase “che cosa muove i confini del mondo, quando mi sembra tutto immobile” è arrivata spontaneamente quasi subito e mi ha fatto intuire che il brano poteva essere molto forte e orecchiabile. Come arrangiamento, invece, il secondo elemento che ho inserito, ancora in fase di composizione, è stata la batteria, costruita al computer con midi, perché volevo puntare molto sulla parte ritmica del pezzo, che ha 120 bpm, quindi abbastanza veloce.

Il beat incalzante ricorda il pop urban internazionale, ma il testo ha una radice cantautorale. Come tieni insieme queste due anime?

Beh, innanzitutto, grazie perché per me è un bel complimento! Penso possa dipendere dai miei ascolti: da ragazzino ascoltavo esclusivamente pop internazionale, soprattutto anni ’80, con poche eccezioni nostrane (Battiato, Bluvertigo). Più avanti ho riscoperto Luca Carboni che era tornato alla ribalta con l’album “Pop Up”, il quale mi ha aperto un mondo sul cantautorato italiano. Da lì ho riascoltato i suoi album più intimisti e ho iniziato ad approfondire anche altri cantautori. 

Il videoclip ha una regia ironica ma attenta al ritmo. Hai partecipato attivamente alla sua scrittura?

Così come gli altri due miei videoclip, la stesura del soggetto e degli storyboard è mia. Mi piace partecipare a tutte le fasi del mio progetto musicale. Così come quando scrivo il brano ho una visione precisa della sua produzione, immagino anche abbastanza chiaramente il videoclip. Ma sono aperto a proposte dal mio videomaker e da chiunque voglia lanciare un’idea perché non è detto che quello che voglio e vedo io sia la cosa migliore. Infatti, per il prossimo video vorrei lasciare l’idea a qualcun altro, ma vediamo!

Lavori con lo stesso team dalla scrittura alla produzione?

Della scrittura mi occupo esclusivamente io e non so se potrebbe essere diversamente, nel senso che per me scrivere è un atto molto intimo, di profonda introspezione, non sono sicuro riuscirei a condividere quei momenti con qualcun altro. Per quanto riguarda la produzione, il 90% è anch’essa fatta da me, sia perché mi piace produrre, sia perché quando scrivo ho ben chiara l’immagine di come voglio che suoni il pezzo, perciò non mi fermo ad una demo scarna, ma cerco di aggiungere quanti più elementi possibile. Per esempio, il prossimo brano che sto preparando e che nei miei piani uscirà a settembre è al 100% prodotto da me. Però devo dire che quando ho deciso di pubblicare le mie canzoni nel 2024, ho capito che avevo bisogno di un aiuto per portare tutto ad un livello più professionale, quindi ho trovato un producer che mi ha aiutato a completare la produzione dei miei brani, oltre a curarne mix e mastering. Per la prossima canzone, mix e mastering verranno affidati ad un altro studio, quindi sono emozionato e curioso di vedere come andrà!

Hai parlato di “insuccesso personale”. Quanto è stato importante metterlo in musica invece di nasconderlo?

Non ho mai avuto particolare difficoltà a mostrare i miei lati fragili e autocritici. Come ho già detto in altre occasioni, per me le fragilità dell’essere umano sono forse la sua parte più bella. Come artista, cerco di trasformare queste fragilità, questi sentimenti, in qualcosa di godibile.

“Vi Voglio Bene” era una lettera ai tuoi figli, quasi un inno generazionale. C’è un filo che lega tutto?

Sono canzoni molto diverse, ma in comune c’è la voglia di comunicare ed esplorare il mio universo interiore attraverso la musica che è uno strumento potentissimo sia per andare verso l’esterno che verso l’interno. Per me scrivere è un vero e proprio viaggio dentro me stesso, non è solo un modo per sfogare delle emozioni.

Dopo l’uscita, hai ricevuto un messaggio inaspettato per questo singolo?

No, non ho ricevuto messaggi particolari, a parte le solite pagine su Instagram che ti chiedono se vuoi entrare in playlist, ovviamente pagando delle somme, ma ho declinato. Se vi riferite a qualche talent scout o cose simili, la speranza che qualcuno di serio si faccia vivo prima o poi ce l’ho sempre, ma sono consapevole di quanto sia difficile che accada, specialmente in Italia. Sognare non costa nulla, ma guai a illudersi!

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