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Interviste

Il qui ed ora di RBSN

Abbiamo intervistato Alessandro Rebesani, in arte RBSN, cantautore dai toni internazionali che strizza l’occhio ai grandi della musica e in realtà lo ha già fatto davvero. HERE, il suo ultimo disco, è la prova che profondità e visione non sono qualcosa di cui sorprendersi nel panorama musicale italiano, basta solo ascoltare – e scavare.

Articolo di Marzia Picciano

Dal 28 novembre è possibile ascoltare HERE, secondo lavoro di Alessandro Rebesani, in arte RBSN, ed è più o meno da questo momento che ascolto questo disco con la stessa curiosità vorace di chi ha davanti a sè una torta che non vede l’ora di azzannare, e a ogni morso sembra intuire una nuova nota gustativa da approfondire, o da cui trarre un sottile senso di terrore, come di un mondo troppo profondo da non saper codificare.

In breve: non ho problemi ad unirmi al coro di quelle persone, molte, che Alessandro mi dice averlo già raggiunto con messaggi entusiasti sul disco e su quello che sta rappresentando per loro, perchè HERE è un disco bellissimo, che scende giù come un old fashioned fatto veramente bene, ovvero: niente fronzoli da mixologist persi nel virtuosismo, solo costruzione e profondità, ingredienti unici e essenziali; ancora più importante, ha uno scopo e testi che sanno ancorarsi al sound e quindi alla nostra mente. Eppure a ogni ascolto mi solletica il pensiero: forse non l’ho ancora capito abbastanza.

È sempre bello quando hai di fronte un artista italiano che aspira a varcare i confini nazionali in termini di creatività, è pure vero che si rischia di entrare nel vortice del complimentismo retorico. Del resto è quello che mi è capitato di pensare non appena ho chiuso la telefonata con Alessandro, dicendomi: That is not what I meant at all. That is not it, at all (cit.).

La verità e che RBSN, classe 1996, è un artista polistrumentista che all’estero ci è cresciuto artisticamente e professionalmente, tra Boston Berklee College of Music (Londra), Leeds e a San Francisco; ha attinto a piene mani dal Traditional Folk e la contaminazione di soul, psichedelia e jazz (arrivando oggi a ispirarsi a D’Angelo e Dijon), lavorato con mostri sacri nel mondo italiano e internazionale (da Canali a Naima Adams, The Blaze e Anna Calvi) tanto da farsi produrre il primo, fortunatissimo disco d’esordio Stranger Days dalla leggendaria etichetta newyorchese Ropeadope Records (Snarky Puppy, Terrace Martin, Jazzanova). Per dire: è tra gli artisti che hanno contribuito alla rielaborazione delle melodie di Pietro Umiliani per Cinevox ReFramed, quintessenza di un meticoloso lavoro di “ritorno alla terra” o a un tipo di tradizione musicale, metaforicamente parlando. Se non avete ancora capito cosa intendo dire: gioca un altro campionato.

HERE, titolo esemplificativo e programmatico di un concetto molto chiaro che RBSN vuole comunicare, la presenza e anche la dualità dell’essere presente. Il disco, nato nelle prime registrazioni a Scilla, un luogo che ha riportato Alessandro ad amare, è idealmente diviso a metà, dove la seconda parte è una sorta di discesa agli inferi che si apre con Down and Out, un richiamo ai Radiohead de In Rainbows talmente potente da suggerirmi involontari parallelismi tra i dischi, quello della band inglese nata dalla volontà di rompere degli schemi nella produzione e commercializzazione.

Quello di Alessandro è un disco pensato da band, che vuole segnare un ritorno ma anche una discontinuità potente con Stranger Days, di qualche anno prima, più in linea ma anche ancora diverso da quanto fatto con Marco Castello in MURO.

Per questo quando ci incontriamo, telefonicamente, la mia curiosità vuole cercare di capire dove va, dove vuole andare un artista come RBSN, sia professionalmente che spiritualmente, nella ricerca costante del suo lavoro, nei suoi viaggi nella musica. Anche perchè come dice giustamente Alessandro “sicuramente fare il disco numero due è molto più importante di fare un disco numero uno”.

Si può dire che con questo disco però vuoi mettere un punto, applicare un cambio radicale di impostazione.

“Certamente. Anzi credo che con la mia generazione, in questi anni, ci sono stati quelli che possiamo chiamare salti di qualità. Ce ne sono stati di visibili, come Marco Castello, con cui ho collaborato e che ha deciso di mettersi in ritiro a scrivere (per il suo nuovo disco, ndr). Anche il lavoro è diverso, senz’altro, da una cosa più, tra virgolette, adolescenziale come era Stranger Days, anche perché avevo solo vent’anni, ora ne ho quasi trenta. Quindi sicuramente delle cose sono cambiate e io mi sono anche definito meglio. A maggior ragione, anche la crescita dei miei colleghi e compagni mi ha anche ispirato, mi ha fatto capire meglio anche un muovermi e così via.”

Se c’è qualcosa di palese è l’impostazione di larga visione del disco, che supera i confini nazionali.

“Sicuramente la musica in Italia tende a ghettizzarsi moltissimo. E quindi in realtà è un baluardo sia della mia poetica e del modo in cui io vedo la mia carriera artistica, ovvero cercare di mediare tra Italia, che fa un certo tipo di cose, e il resto del mondo che accoglie moltissimi musicisti da moltissimi posto, come ad esempio Kevin Parker, australiano, D’Angelo di Richmond, Virginia, Joy Division che sono inglesi… in breve, la musica gira. In Italia si fa più fatica a sicuramente a far uscire dalla musica che poi è rilevante, a livello internazionale. È una cosa che vorrei fare. È sicuramente un obiettivo che mi do’, oltre a voler fare buona musica”.

Guardando ai contenuti, RBSN parla per spezzoni di immagini, bisogna entrare nel metatesto della canzone per comprenderlo. Basta prendere ad esempio The Bear, brano dalla costruzione emozionante (è “martellante”, dice Alessandro), un trattato sull’amicizia che sembra giocare su un rimando all’omonima serie (falso, ci piace solo pensarlo perchè siamo persone troppo imbottite di references).

In generale” spiega “la musica che mi parla di cose troppo ordinarie un pò mi annoia, quindi non mi piace farlo. Poi, io sono cresciuto con degli ascolti di artisti che scrivevano magari cose molto ‘fittè, che dovevi sentire e risentire per capire anche un pò che tipo di persona era. Poi, riuscivi a stargli dietro. Cosa non facile soprattutto per chi magari l’inglese non lo usa quotidianamente, perché è molto verbosa, con un milione di parole”.

In questo caso, Alessandro voleva ispirarsi a Dijon, poi dice che ha fatto la sua canzone.

Infatti, The Bear è una meditazione sui rapporti tra due persone e sulle cose si possono costruire insieme, e in questa meditazione gioca a giustapporre immagini concrete come qualcuno che piange in cucina ad altre più metaforiche, anche con parole di altri.

“A un certo punto rubo proprio un frammento di un testo di Dylan di un pezzo (It’s Alright Man) che non ascolta nessuno, ma secondo me è qualcosa di incredibile. Lui dice: Money doesnt talk, it swears. Che significa? Che il denaro è un mezzo sporco per comunicare. In The Bear, soprattutto nella seconda parte, prendo la ‘contrizione’ che ci può essere tra delle persone che si vogliono bene ma che alla fine si separano, magari non si capiscono, si fanno male per sbaglio, allargo un pò la lente sotto cui vediamo tutte le dinamiche sociali e parlo di cose più generali. Come, ad esempio: io che sono un giovane nell’era del capitalismo e dell’alienamento, e che sento il peso del denaro come mezzo di comunicazione e concordo con Dylan nel dire che fa schifo.”

La domanda a questo punto però viene spontanea. E decido di porla nella maniera peggiore – ma lui si fa mettere alla prova. Dove si vede RBSN in dieci anni?

Auspicabilmente, in un luogo che ha molto spazio e magari anche un pò di verde, che può ospitare un collettivo di persone per fare un disco dall’inizio alla fine.

“Sicuramente non mi vedo con uno stile di vita come quello di ora. Mi spiego. Vedo tra i miei colleghi musicisti, che c’è anche un modo molto stagionale del mestiere, di fare il tour, andare, dire etc, però io sono molto impegnato nel lavoro e nella ricerca, e credo che sia lì che si trova effettivamente il lavoro e la pratica. Per questo, quello che sto cercando di fare già ora, è creare un mio spazio, forse la cosa più importante per me quando facciamo un lavoro, trovare uno spazio che ospiti tutta la mia creatività, in tutte le sue forme, e partire da lì è.”

Non è l’unica aspirazione.

Una cosa che vorrei anche indagare è anche il rilievo culturale che l’Italia (intesa come sistema Paese, ndr), nel fare della musica, impiega nel perpetrare comunque lo strumento discografico. Mi spiego meglio. Se qualcuno negli Stati Uniti fa un disco molto bello, quel disco entra a far parte di un catalogo che poi va fino ai grandi pilastri della musica del ‘900. I Radiohead hanno fatto questa cosa. Molti dicono che sono i nuovi Beatles. Per me è una cazzata, però sicuramente i Radiohead fanno parte di quegli artisti per che c’era un prima e un dopo.”

Il sogno di ogni musicista con un ego che si rispetti è quello di lasciare un’impronta nella musica, è un assunto che mettiamo in conto per praticamente tutti gli artisti, “ma non credo che nessuna delle persone che ha lasciato un segno nella storia della musica ha fatto della musica per per quel motivo lì. In realtà vorrei continuare indisturbato nel creare nuova musica, nuovi dischi, stamparli, entrare a contatto con le persone, perchè è un mondo molto bello da scoprire. E c’è sempre un musicista, un produttore che può insegnare qualcosa.”

Avere dietro una label come Odd Clique aiuta. E anche Roma, ha un ruolo non indifferente.

Per me è casa, ed è un luogo dove ho trovato una famiglia di musicisti che riconosco a livello tribale. Ogni volta che torno da un viaggio, da un un’esperienza o qualcosa che mi ha dato o mi ha tolto qualcosa, io a Roma riesco sempre a raccogliere i pensieri, le idee, e a buttare giù qualcosa. Una bella culla.”

Questo vale pur sapendola alquanto “borghese”, per quanto sia difficile fare le cose partendo dal basso (ma magari dice, basterà un pò di ricambio generazionale) e per quanto Alessandro non si riconosca ne; romano per molti versi.

“All’inizio del 2000, Roma era un luogo molto da scoprire, molto bello tanto è che ci sono moltissimi artisti gagliardissimi, ma nel vero senso della parola, che suonavano qui a Roma, e Roma era anche un polo in Europa per certi movimenti culturali che spaziavano dalla techno alla musica alternativa. Ora questa cosa non c’è, gli artisti si fermano a Milano, perché l’Italia poi è un dead-end.” Ma forse lavorando di gomito ed iniziative underground, dice, si può cambiare un pò la storia. “Sarebbe bello riuscire a creare un bel vortice culturale fisico”.

Per cambiare e portare cambiamento però serve viaggiare. La dimensione della scoperta, dice, è imprescindibile per Alessandro.

E per fortuna, aggiunge, lo studio di registrazione è fuori Roma, e quindi si mantiene sempre la percezione della spedizione. In questo anno di pausa e riflessione, in cui RBSN ha dovuto affrontare diversi cambiamenti (entourage, spazi, temi), l’idea di ritornare più maturo e preciso è importante. “La vita ti porta a scoprire cose come, ad esempio, se scrivi un brano nell’arco di cinque anni, significa che è una cosa importante che bisogna metabolizzare. E poi se queste canzoni, che hanno una eco molto personale, suonano anche per qualcuno, allora significa che il lavoro è riuscito.”

Per sentire RBSN dal vivo, potete acquistare i biglietti per le date del 2026 del 9 gennaio (Baumhaus, Bologna), 30 gennaio (Biko, Milano), 31 gennaio (Glue, Firenze).

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Dall’Adriatico centrale (quello forte e gentile), trapiantata a Milano passando per anni di casa spirituale, a Roma. Di giorno mi occupo di relazioni e istituzioni, la sera dormo poco, nel frattempo ascolto un sacco di musica. Da fan scatenata della trasparenza a tutti i costi, ho accettato da tempo il fatto di essere prolissa, chiacchierona e soprattutto una pessima interprete della sintassi italiana. Se potessi sposerei Bill Murray.

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