Articolo di Serena Lotti | Foto di Giorgia De Dato
Che suono ha un ritorno? Forse lo stesso frastuono di un viaggio sinestetico. O lo stesso fruscio della negazione di una distrazione. O dello stridio della consapevolezza di non essere più se stessi. O di tutto questo tutto insieme, o del contrario di tutto ciò. Oppure è il suono che fanno i BLUVERTIGO.
All’Alcatraz di Milano ieri l’attesissimo ritorno della storica band di Morgan, che si è presentata sul palco con la line-up originale composta da Marco Castoldi, Andy, Livio Magnini e Sergio Carnevale. A portare ancora più entropia al sound della band monzese è intervenuto a sorpresa anche il polistrumentista Lele Battista, ex volto de La Sintesi. Il concerto, che aveva bruciato il sold out già mesi fa dopo l’annuncio ufficiale dello scorso gennaio, ha permesso a un pubblico nostalgico e trasognato di ascoltare dopo decenni, e dal vivo, i pezzi più iconici della discografia della band con una scaletta che è stata una vera architettura sonora divisa per gradi di tensione.
Quando i Bluvertigo apparvero sulla scena nei primi anni ’90, il termine alternativo in Italia era strettamente legato alle chitarre distorte del grunge o al crossover militante. La band di Marco Castoldi, Andrea Fumagalli, Sergio Carnevale e Livio Magnini scelse invece un percorso differente fino a diventare un giovane gruppo di provincia che seppe imporsi nel panorama italiano con credibilità e spocchia, grazie alla proposta di una sintesi audace tra il glam rock di Bowie, il synth-pop dei Depeche Mode e la complessità strutturale del prog italiano. Nel ’95 era, signori, era pura avanguardia.
Tuttavia, i Bluvertigo non sono stati solo degli Angry Young Men, algidi architetti del suono o intellettuali incazzati, anzi. Gran parte del loro fascino risiedeva nella capacità di alternare la complessità a momenti di sogno e leggerezza, confezionando pezzi cazzoni e pieni di nonsense, con un’ironia tagliente e mai banale. Ed è questo che li ha resi, anche, immortali,
Lontani quanto più possibile dalla classica reunion di vecchie glorie, i Bluvertigo ieri sera ci hanno regalato un’esperienza sensoriale densa e stratificata, che non è stata semplicemente l’esecuzione di una setlist meravigliosa (seppure con l’assenza di IODIO), ma un vero e proprio manifesto antropologico, politico e umano.
Quegli ESSERI UMANI ci hanno spinto a interrogarci su cosa significhi restare vivi in un’epoca che ci vuole costantemente connessi, bellissimi e performanti provando loro stessi a decifrare il delirante senso del presente e confermandosi ancora, oggi più che mai, come un necessario ponte per orientarsi nel rumore (non piacevole) di oggi. Non abbiamo letto la reunion dei Bluvertigo come un atto di celebrazione del passato, ma come una sfida al presente. Il pubblico non ha cercato o aspettato solo i brani più iconici che hanno segnato una generazione, ma quella capacità della band di perturbare il sistema pop con raffinatezza e una sana dose di boria intellettuale.
In tutto ciò non sono mancate le supercazzole deliranti di Morgan, divise in due atti.
Primo atto: La mitologia della Generazione X
“Noi siamo l’unico vero ponte tra due ere della civiltà umana” in sintesi.
Secondo una narrazione non proprio a braccio (ci è sembrato di averlo visto leggere), il rinnovato oratore Morgan dai capelli gialli (non biondi, ma gialli) ha sostenuto con orgoglio che i cinquantenni possiedono una sorta di bilinguismo esistenziale unico: sono gli ultimi ad aver interiorizzato il valore del mondo analogico (fatto di attese, di ricerca fisica, di una nozione del tempo più umana) ma sono stati quelli che hanno costruito l’architettura digitale in cui viviamo oggi. “Siamo noi i padri dell’elettronica, l’abbiamo forgiata pezzo dopo pezzo”; e da un artista artigianale come lui ci aspettiamo un’invettiva alla volta dell’AI e della nuova generazione che definisce “nata in cattività”. Da padre quale è prova a giustificare e forse compatire quei figli nati in un recinto dorato e asettico, fatto di cultura istantanea e priva di profondità, prigionieri di un sistema che non permette loro di comprendere la vera libertà e non manca di abbattere la scure sui boomer “non capiscono un cazzo.”
In questo scenario, la Gen X diventa bussola morale capace di contrastare il bullismo degli algoritmi. La sua è una orazione folle, una supercazzola alla deriva (lo si ama per questo) ma ci fa riflettere su quanta bellezza e fortuna derivi dall’essere custodi (stanchi) di una memoria storica che sta scomparendo.
Secondo atto: UMANO TROPPO UMANO
Morgan si scusa singolarmente con i membri della band, defindoli salvifici: elogia Livio Magnini, ammette di aver oscurato a lungo la classe regale di Andy (“lui è un artista”) e riconosce in Lele Battista l’innesto fondamentale per l’equilibrio sonoro. Ringrazia tutti e invoca la bellezza dell’umanità come atto di resistenza contro la guerra e la violenza. Fatichiamo a stargli dietro ma il messaggio lo capiamo tutto, anche quando cita i rettiliani e altre forme di vita.
In mezzo a tutto ciò, noi. Noi che cantiamo, noi che piangiamo, noi che bluvertughiamo, noi che non abbiamo mai veramente perso quel disagio generazionale che ci ha reso persone migliori; ringraziamo e realizziamo, in mezzo a tutti i cazzi che ci affliggono nella vita che ci aspetta affrontare anche domani, di essere una davvero generazione privilegiata e profondamente umana, perché non abbiamo perso la memoria e il codice della materia, dell’arte, della ricerca, della cultura, della bellezza.
Musicalmente sono Bluvertigo al 200%: metodo, visione, chimica. Suoni disturbanti, urticanti, un mashup di elettronica virulenta e rock grattugione; le citazioni sono stilettate che ci arrivano dritte in faccia e ad alta velocità. Le tracce si dilatano in suite ipnotiche sorrette dal sax di Andy e dalle trame elettriche di un Livio Magnini al centro della scena. Fondamentale l’apporto di Sergio Carnevale, motore ritmico infallibile, e di Lele Battista, il “quinto elemento”, il cecchino che armonizza l’intero apparato sonoro. Immerso in un’estetica di ledwall che traduce il rumore in visioni, quadri, geometrie ed allucinazioni, il palco è diventato il laboratorio di un esperimento sull’identità che resiste agli algoritmi.
La setlist è una vera e propria cattedrale del culto, pensata non solo per esaltare la bellezza del “suono bluvertighiano” attraverso un bilanciamento bellissimo tra sequenze elettroniche e dinamiche rock, ma anche per farci frignare e saltare come molle.
Il live arriva come una prosa in due atti.
Atto primo: benissimo ma non benissimo. L’apertura è affidata a Decadenza, e si parte subito con una chiara dichiarazione d’intenti: percepiamo però un suono brutto brutto, la voce di Morgan ci arriva piatta e inespressiva, i sintetizzatori sparano a mille e dettano il passo pian piano, a una narrazione che man mano.migliora sul versante dei suoni. Si arriva sul pop cerebrale de Il Dio denaro e sulla acchiappantissima L’assenzio dove iniziamo a sgolarci. Tecnicamente, i Bluvertigo transitano dal minimalismo (Forse) alle pulsazioni dance-rock di L.S.D. La sua dimensione (sulla quale voliamo letteralmente), con fraseggi elettrici, riverberi e atmosfere new wave, costruite con grande complessità ritmica e tanto cuore.
Atto secondo: la vita è bella ergo l’arte della gioia
Il secondo atto (il migliore dei due) è un crescendo di intensità emotiva e tecnica, che culmina nel nichilismo sintetico di Cieli neri dove viene riprodotto intermente il famossissimo videoclip per intero, passando dal groove amaro de La crisi, e pezzi storici come Sono come sono, L’eretico, Sovrappensiero.
Il trittico finale dell’encore rappresenta un compimento finale e perfetto: era quello che volevamo e quello che ci hanno dato con il resto. Zero riporta la band alla sua essenza più astratta, elettrica, mentre la chiusura affidata a Fuori dal tempo e Altre F.D.V. sancisce la supremazia di un sound che non è invecchiato di un giorno. Noi ci lanciamo uno sull’altro, saltiamo sui piedi stanchi gli uni degli altri, ci cantiamo in faccia sputandoci un po’, ed è l’unico vero ringraziamento che possiamo dare ai Bluvertigo stasera per averci ricordato che la musica è, semplicemente ovvio, una questione di amore e ricerca.

Ascoltandoli vent’anni dopo, vediamo che i tempi sono diversi, siamo invecchiati, ci portiamo addosso il peso della vita e dell’esperienza, dei dolori, della consapevolezza; insomma siamo altre persone, ma il sentimento di appartenenza, nostro e loro, resta invariato. Non è stato amarcord ma presenza potente, aggregazione, una sorta di proclamo politico che conferma che i parametri del rock elettronico in Italia non sono certo definiti e che i Bluvertigo hanno contribuito nettamente a porre le basi di un movimento che resta, potente, come un’eredità ancora in evoluzione.
Dopo stasera abbiamo capito che non ci servono altre risposte, ma nuove domande. I Bluvertigo non sono tornati per spiegarci chi eravamo, ma per ricordarci che abbiamo ancora bisogno di qualcuno che sappia tradurre il caos in visione, il rumore in architettura e il disagio in bellezza.
Non esiste modo di arginare il flusso della realtà quando prende velocità; potremmo rifugiarci dove l’impatto è minore, e stasera ci siamo rifugiati sotto questo palco, ma non ci siamo rassegnati, abbiamo rinunciato per poche ore alla sicurezza della nostra routine per rivivere ancora una volta quei tramonti cupi e colmi di sofferenza dei nostri ventanni, per muoverci a ritmo con la furia degli elementi.
Uscire dall’Alcatraz e ritrovarsi di nuovo nel 2026 fa meno paura se sai che, da qualche parte c’è ancora qualcuno che si ostina a voler essere, semplicemente e ferocemente, un essere umano. E allora, bentornati. Ne avevamo bisogno, forse più di quanto volessimo ammettere. Perché se la decadenza è un’eleganza, allora vale la pena di restare ancora un po’ qui a guardare come va a finire.
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BLUVERTIGO: la scaletta del concerto di Milano
Decadenza
Il Dio denaro
L’assenzio (The Power of Nothing)
Sono = sono
La comprensione
Forse
L.S.D. La sua dimensione
Sovrappensiero
Complicità (Here Is the House)
(Le arti dei) miscugli
L’eretico
So Low – L’eremita
Cieli neri
La crisi
ENCORE
Zero
Fuori dal tempo
Altre F.D.V.
Tour estivo Essere Umani, le date in cartellone:
16 luglio – Asti, “AstiMusica”
18 luglio – Roma, “Rock In Roma” / Ippodromo delle Capannelle
19 luglio – Firenze, Anfiteatro delle Cascine Ernesto De Pascale
23 luglio – Napoli, “Noisy Naples Fest” / Mostra d’Oltremare
24 luglio – Assisi (PG), “Riverock Festival”
26 luglio – Grottaglie (TA), “Cinzella Festival”
31 luglio – Bagheria (PA), Piccolo Parco Urbano
21 agosto – Cattolica (RN), Arena della Regina
27 agosto – Bassano del Grappa (VI), “Ama Music Festival”
12 settembre – Milano, Kozel Carroponte


































