Articolo di Silvia Cravotta | Foto di Martina Fiore
Li avevamo visti a Milano lo scorso novembre, come supporter dei Fontaines D.C., ruolo già interpretato altre volte per la band irlandese come per altre del calibro dei Foals, dei Pixies o di artisti come Sam Fender o Declan McKenna. A distanza di pochi mesi, i Wunderhorse sono tornati in città nella parte di protagonisti, con un concerto sold out (anche se il palco era quello piccolo, va detto) al Circolo Magnolia di Segrate.
Con alle spalle pochi anni di vita e due album, Cub e Midas, che si sono fatti notare tra il 2022 e il 2024, il gruppo inglese ha portato sul palco la sua musica capace di spaziare tra i vari canoni del rock, con sfumature indie, punk e grunge e un songwriting eccellente, con testi duri e intensi. Pregi e difetti: concerto bello ed energico ma breve, pubblico molto partecipe di fronte a una band per nulla interattiva. Certe volte, arrivare troppo in fretta ti fa perdere di vista quelli che sono i punti essenziali, soprattutto in un live.
Il contesto è quello, sempre piacevole, del Magnolia: aria fresca, birrette, spazi rilassati. Ad accompagnare il tutto, con un parterre già pieno per metà, arrivano gli Overpass, band indie/alternative di Birmingham – con all’attivo due EP, l’ultimo dei quali, Dependent, uscito quest’anno – che si è fatta velocemente notare sulla scena musicale del Regno Unito. La performance dei quattro, con alla guida il cantante Max Newbold, parte piano ma l’energia cresce e diventa davvero coinvolgente in alcune canzoni come Union Station. C’è da maturare ma sicuramente la strada è quella giusta.

Sono le nove e mezza quando si diffondono le note di Wouldn’t It Be Nice dei Beach Boys e una piccola onda di commozione attraversa un po’ tutti tra il pubblico. Da poche ore tutti i giornali hanno battuto la notizia della scomparsa di Brian Wilson e l’omaggio a un altro pezzo di storia della musica che se ne va arriva inatteso, quanto gradito. Altrettanto apprezzato è l’attacco di Midas, title track dell’ultimo album, che da una spiaggia californiana ci trasporta in un attimo in qualche ufficio di una metropoli americana, con il suo riff di chitarra impossibile da dimenticare e il suo blues elettrico.
La voce di Jacob Slater – ex Dead Pretties, fondatore di quello che in origine era un progetto solista nato ai tempi del Covid e trasformatosi, in appena un anno, in una band a tutti gli effetti – è potente e pulita, il suono degli strumenti arriva diretto quando il gruppo attacca a suonare Butterflies, con le sue tonalità oscure e la sua ispirazione grunge. È solo la seconda canzone ma è già una di quelle più attese da chi è lì per vedere i Wunderhorse e non per partecipare a un evento tanto perché se ne parla sui social. Qui la fanbase è solida e motivata, forse proprio per questo avrebbe meritato un po’ più di coinvolgimento, un saluto, un ringraziamento che non fosse qualche thank you sussurrato velocemente al microfono. Chi era lì per assistere al concerto era felice di esserci e altrettanta partecipazione sarebbe stato bello vederla sul palco.

Detto ciò, i Wunderhorse sono una band che sa esattamente cosa deve fare e lo fa in modo eccellente. Emily, Girl e Girl Behind The Glass formano una triade perfetta e sono accolte con calore dal pubblico. Emily, con il suo bellissimo andamento dettato da chitarre e batteria, si canta a voce alta mentre Girl si balla tutti insieme. Girl Behind The Glass inizia dopo la lunga intro in cui a parlare sono solo le corde della chitarra di Harry Fowler e del basso di Seb Byford, cantante dei Sun King che recentemente si è unito alla band in sostituzione di Pete Woodin. Cathedrals è ormai diventata un inno dei loro live, grazie al suo suono potente e veloce, così come Leader Of The Pack, tra le loro canzoni più note e più apprezzate nella versione dal vivo, grazie a un riconoscibilissimo sound che riecheggia gli anni Novanta.
Arizona suona ruvida e calda così come si sente su Spotify, chitarra e basso affiancano come angeli custodi Slater al microfono mentre si chiede più volte “Where do you go to, my love?”. Purple colora di viola lo spazio del Magnolia e viene abbracciata da un pubblico che chiaramente la attendeva così come The Rope, il nuovo singolo uscito nel 2025, con un suono ricco e duro, perfettamente in linea con il percorso che stanno facendo i Wunderhorse e gustosa anticipazione di quello che verrà.

Teal dà a Slater la possibilità di tirare fuori le sue grandi capacità vocali e al pubblico di ballare e cantare con lui. Silver la segue, con il suo andamento bello e angosciante, e per il cantante è il momento di sfogarsi, accanendosi sulla chitarra. La chiusura è affidata a Rain, splendida nella sua cupezza, con una intro solo voce a cui poi si attacca la batteria di Jamie Staples, per lasciare il finale alle chitarre, che chiudono in bellezza.
Il tempo di allontanare lo sguardo per un attimo dal palco, che la band lo ha già abbandonato. Dopo un’ora di concerto, il pubblico resta immobile nella ferma convinzione di sentir presto partire gli encore. Ma dopo 10 minuti con le luci accese, musica registrata in sottofondo e nessuna traccia di musicisti, anche i più restii si arrendono e abbandonano la posizione. Peccato, un po’ di calore in più avrebbe reso tutto ancora più bello.
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WUNDERHORSE, la scaletta del concerto di Milano:
Wouldn’t It Be Nice (The Beach Boys song)
Midas
Butterflies
Emily
Girl
Girl Behind the Glass
Cathedrals
Leader of the Pack
Arizona
Purple
The Rope
Teal
Silver
Rain
Say It Ain’t So (Weezer song)































