Sono stata al concerto di Yungblud e ho capito cosa vuol dire avere 30 anni

Articolo di Chiara Amendola | Foto di Oriana Spadaro

Ci sono alcuni momenti durante i concerti in cui sai di essere testimone di “qualcosa”. È difficile definire esattamente quel “qualcosa”, la maggior parte delle volte, ma il tuo corpo freme dall’eccitazione mentre nella testa profili già grandiosi futuri possibili per l’artista che hai davanti. Yungblud mi ha regalato questa epifania.

L’attesa che anticipa il concerto del cantautore britannico Dominic Harrison, formalmente conosciuto come Yungblud, e apparentemente versione british di Young Signorino, è quasi irreale.  File di fan ossessionati, al pari di quelli di una boyband, affollano l’ingresso del Dude nonostante la desolazione della location.

Il ventenne di Doncaster ha conquistato il mondo con canzoni orecchiabili su gravi problemi sociali come la gentrificazione, la salute mentale e l’aggressione sessuale. Depressione, suicidio e ansia sono una parte importante della sua musica ed è chiaro che vuole parlarne il più possibile, perché ancora considerati temi tabù.

Yungblud viene letteralmente trascinato sul palco dalla folla, prettamente formata da scatenate ragazzine in succinti outfit neri. Il musicista trasuda una sicura fiducia, si pavoneggia con estrema padronanza di sé davanti a un pubblico eccessivamente sovreccitato. Io ho quasi paura di morire, mi sposto in fondo alla sala e trovo una delegazione di genitori intenti a sorvegliare figlie indomite, senza rinunciare a godersi il concerto. Harrison non perde tempo inizia il suo set con canzoni ad alta energia come 21st Century Liability e la “nazionalpopolare” I Love You, Will You Marry Me.

I presenti conoscono tutti i testi, l’atmosfera è elettrica, uno spettacolo che ti stanca fisicamente solo a guardarlo.

La musica di Yungblud ha “un indie” non definito, un miscuglio di generi ben equilibrato tra trap, hip-hop, reggae, ska e alternative rock, alcuni già programmati in lui alla nascita, ereditati da un nonno musicista che ha suonato con i T-Rex.

Uno dei pezzi più attesi è il triste Polygraph Eyes, che per natura melodrammatica diventa anche il mio preferito. Il brano racconta la storia di una ragazza ubriaca che viene maltrattata e umiliata. Durante la performance vengono sventolate rose rosse, coreografia organizzata da quella che potremmo definire la fan italiana numero 1, admin della fanpage Instagram ufficiale. Una toccante versione semi-acustica di Kill Somebody raccoglie l’atmosfera in un invisibile abbraccio corale e tutto sembra assopirsi, il momento viene presto interrotto da Tin Pan Boy, ultimo pezzo con cui la band si congeda prima dell’encore. A Monaco sullo stesso brano Yungblud aveva spaccato una chitarra, qui si è limitato a demolire una tv analogica, scenograficamente tinta di rosa per il live.

Pochi minuti di attesa e torna il terremoto di follia con Die For The Hype e la conclusione su Machine Gun, con tanto di sboccia finale sul pubblico.

Yungblud riesce a concepire in successione diversità di suono che rendono il suo stile poliedrico, e azzarderei schizofrenico, così intrigante da essere irresistibile per una platea di fan davvero eterogenea per età, provenienza sociale e genere.

Sono quasi certa che non mi capiterà più di vederlo suonare in una location così intima, per questo motivo non siate pigri cedendo al clamore di queste mie parole, correte a vedere di persona, ma a differenza mia godetevi lo spettacolo sorseggiando una birra, il paragone con la vivacità delle nuove generazioni è umiliante.

Clicca qui per vedere le foto di Yungblud a Milano (o sfoglia la gallery qui sotto).

YUNGBLUD – La scaletta del concerto di Milano

21st Century Liability
I Love You, Will You Marry Me
King Charles
Psychotic Kids
Anarchist
Polygraph Eyes
Ice Cream Man
Medication
Loner
Kill Somebody
California
Tin Pan Boy

Encore:
Die for the Hype
Doctor Doctor
Machine Gun (F**k the NRA)

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Chiara Amendola

Chiara Amendola

Cinefila e musicofila compulsiva. Quando qualcosa mi interessa non riesco a tacere.

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